Ritratto di donna ligure

di
Arrigo Fugassa

tempo di lettura: 19 minuti


Ho conosciuto la scià Manin da fanciullo, nel mio paese sul mare.

Semplice, nel vestire e nel fare, che non si distingueva dalle altre signore della sua condizione ed età. I suoi abiti erano scuri, neri più spesso, cioè quasi sempre, con filettature e guarnizioni varie, ma sobrie, secondo la foggia del tempo… no, d’un tempo che non era già più quel tempo. Mattiniera, sì, come tutte le donne e le ragazze di provincia, sapevo che la vedevano in giro pel paese, lesta lesta, alle prime luci del giorno. Andava alla prima messa, tutte le mattine; quella prima messa che per me era come se non la dicessero, e nemmeno l’annunziassero, ché mai sentivo – beati sonni della fanciullezza! – la campanella garrula a rompere con le sue squille veloci il silenzio ancora notturno, per chiamare i fedeli.

(Anche questa, che dolce remota non dimenticata impressione. – Sono andato alla messa prima. – Domani vado alla messa prima. – Così diceva mio padre, talvolta, quando, la domenica, doveva recarsi in campagna. E una sorta di strano piacere vibrava in queste parole. Tuttavia per me era come se accennassero a qualche cosa d’oscuro, di misterioso, che so?, a un’impresa quasi se greta, insieme piacevole e cupa, di quelle che si compiono solo quando la tenebra è folta, e gli uomini, tutti gli uomini dabbene, dormono, nelle loro case, e sognano, in pace. Ed era la messa! Ma tant’è, nella mente di me, bambino, l’idea del rito sacro s’associava indissolubilmente all’altra idea – familiare – della gran folla festiva accalcata nelle tre navate della parrocchia, coi ceri, tanti ceri, accesi là, intorno all’altar maggiore, e i sacerdoti, nei bei paramenti, e i chierici, coi rocchetti candidi sulla sottanina rossa, sempre troppo corta, e il canto spiegato sui toni gravi e profondi dell’organo, e lame di sole – quelle soprattutto! – lame di sole, come sciabolate, dai finestroni alti sulle intravature dei lacunari, su gli sporti, le mensole, gli archi, i capitelli, d’onde l’oro degli stucchi raggiava come da lingotti autentici improvvisamente svelati a noi, ignari d’aver lì, sulle nostre teste, nella nostra chiesa, tanto tesoro…).

Poi spariva, come si dice, dalla circolazione. Di tutte le altre donne del paese era facile immaginar le faccende, la mattina, dalle otto a mezzogiorno; faccende di casa, lievi e grevi: camere, stanze, cucina, cucito. Ma la signora Manin (che è poi il vezzeggiativo rivierasco di Maddalena, e scià tutti sanno che in ligure vuol dire signora) non aveva davvero tempo di star fra pentole, cazzeruole e fornelli, nella soleggiata cucina della sua casa, di sciorinar panni al sole, sul terrazzino al secondo piano – il piano nobile, – di spolverar mobili, dar aria ai letti o punti alla biancheria frusta. Per questo, su in casa, bastava Marinetta, la serva.

Il posto della signora era veramente d’eccezione, per una donna. Per ciò non mi è mai più uscita della memoria, da quegli anni lontani. E la rammento come una figura singolare e, sì, per quanto l’aggettivo possa parere esagerato, straordinaria.

Il suo posto era nello scagnu o ufficio dei *** (consentitemi d’omettere, per discrezione, il nome dell’antica famiglia), nello scagno che schiudeva la sua porticina verdognola sul vicolo scuro – e c’era tanto sole, a mare! A passar per il carrugiu durante il giorno, la s’intravedeva, nella penombra, dietro la balaustratina della scrivania come attraverso una grata: la testona grigia curva su lettere, fatture, registri, o sollevata – gli occhiali bene incavalcati sul naso forte – ad ascoltar senza batter palpebra qualcuno che le parlasse.

* * *

Era stata una ragazza quieta, fresca e serena, educata bene dalla sua famiglia, di borghesi benestanti. A vent’anni, l’aveva vista una volta, per caso, il capitano Racchi, venuto in paese presso uno zio materno; gli era piaciuta; chiederla, ottenerla, fidanzarsi, sposarla, era stato affare pensato, risolto e mandato a effetto in quattro e quattr’otto, perché Giacomo Racchi comandava già la Speranza e faceva i viaggi delle Indie, e non era più, si capisce, di primo pelo, e poi amava andar per le spicce.

Manin, bella sposa, era andata prima a Camogli, porto d’armamento della Speranza; poi, quando gli armatori di questa, con quel vento in poppa che avevano, passarono a Genova, a Genova anch’essa, dove aveva preso un quartierino in Piazza Sarzano, su, in cima allo stradone di Sant’Agostino, perché lì per lì non s’era trovato di meglio.

A terra, sola in casa, però ci stette poco. Suo marito, alla vigilia di salpar di nuovo per l’Oceano Indiano (e doveva essere un giro lungo, per tutti gli scali in programma), le chiese, una volta: – O Manìn, vuoi venire… in viaggio, con me? Siamo alla buona stagione. – Come se fosse la cosa più semplice e naturale del mondo, lei, che non aveva mai messo piede a bordo – mai, nemmeno sulla Speranza, pare impossibile, che la comandava suo marito, e forse nemmeno su una barchetta – lei rispose di sì, subito, con un sorriso amoroso. Il giorno dopo, messe le chiavi del malinconico quartierino di Sarzano in mano a una parente fidata, ella era nella cabina di comando della Speranza e già, senza rumore, come se con la sua presenza a bordo non volesse disturbare nessuno, aveva nettato, rimesso in sesto, ingentilito ogni cosa, là dentro.

La vita a bordo non potrebbe raccontarla altri che lei, rediviva, e lei sola, ché forse dalla sua bocca nessuno l’ha mai saputa, salvo che per sommi capi, attraverso episodi frammentari, più che narrati accennati, e impressioni staccate.

Oggi le mogli dei comandanti possono viaggiare coi mariti – gli armatori e le Compagnie lo concedono o almeno fino a qualche tempo addietro lo concedevano – ma in realtà non viaggiano che raramente. Più che viaggi veri e propri, fan gite; quando le navi, rimpatriando d’oltremare, han toccato il primo porto d’Italia, esse, accorse là, dal paese ove dimorano, in treno, salgono a bordo e poi a bordo fanno, uno per uno, tutti gli scali nazionali. È un breve periodo; e piace alle donne, abituate al tran-tran di casa, l’ameno diversivo di qualche settimana di vita, bizzarra vita, in comune col loro uomo. Quando i mariti risalpano per fuorivia, esse se ne tornano a casa, pallide vestali, al focolare… Eppure, sui piroscafi, anche su quelli da carico, ci si sta, oggi, benino, con alloggiamenti comodi, salone, salonetto, bagno, ponte coperto, cameriere e cuoco, e sciù comandante da una parte e scignuria dall’altra, che c’è da montarsi, a non averla ben quadra e salda sulle spalle, la testa e credersi davvero dei pezzi grossi davanti ai quali tutti debbano stare inchinevoli e trepidi.

Allora, invece… allora sui mari scorrevano, tutti fioriti di bianco ch’era un godimento a vederli, i grandi barchi a vela; e a bordo ci si stava meno bene, si capisce, di quel che, adesso, sui cargo-boats. I viaggi erano alla mercé del vento e del mare. Oggi bonaccia, e le vele pendevano inerti, come afflitte anch’esse, dai pennoni, dagli alberetti, dagli alberi: la nave ballonzolava, pesante, sull’onda lunga e lenta: le ore sembrava non passassero mai: tutto era in ristagno. Domani fortuna, e bisognava star con tanto d’occhi aperti e il cuore, segretamente, in tumulto: imbrogliar di qua, trincare di là, stringere da quell’altra parte: prendere una, due mani di terzaroli: manovrar lesti, zitti e accorti, insomma, sempre con l’orecchio alle raffiche, lo sguardo all’orizzonte, là, dove s’aggroppavan le nuvole, e la gente sottomano, che non sgarrasse. E solo al terzo giorno s’aveva, quando s’aveva, un po’ di buon soffio favorevole in fil di rota, e si poteva correre al lasco, comodamente, l’anima leggiera, come quando si bordeggia sui gozzi, nei bei pomeriggi estivi, caldi di sole, sulla marina del nostro paese e dalla punta del molo tre o quattro vecchi lupi, che se ne intendono, e non badano alle belle bagnanti, osservano e giudicano, ti tagliano i panni addosso e appena torni, se hai fatto tanto così di mala figura, sta sicuro che per tutto benvenuto si cavano la pipa di bocca e ti gridano in coro, un coro di vociacce: – Schiappino!

* * *

Ma se fosse soltanto questa, la vita della signora Manìn, dalla cabina al ponte della Speranza, ombra graziosa della rude figura di suo marito, là per gli approdi del Levante, fra gli uomini dell’equipaggio seminudi in quella calura, a quelle fatiche, e le file in andirivieni degli scaricatori negri, sudanti e barbuglianti nei loro idiomi ermetici, non varrebbe la pena di descriverla qui di proposito. Il bello, cioè il caratteristico e, come ho detto prima, lo straordinario, viene adesso.

In India, un’estate, il capitano della Speranza, che pure era un uomo valido e pratico, a quello sbaraglio da un mucchio d’anni, si prese le febbri.
Le febbri, si sa, non guardano in faccia nessuno; pigliano a vanvera; risparmiano te, che sei linfatico e non ne puoi più, e colgono quel pezzo d’uomo, lo vedi?, di cui avresti giurato e spergiurato ancòra stamattina che sarebbe passato immune attraverso questi e altri peggiori pericoli.

Era venuta, finalmente, l’ora del rimpatrio; le stive del bastimento eran così piene che traboccavano, tanto da dover allogare balle, fardi e sacchi della merce meno deperibile anche in coperta, alla meglio; il mare buono, la gente tutta in piedi e in gamba, Manìn sana e allegra, e Giacomo Racchi… Giacomo Racchi batteva i denti e aveva le vertigini.

— Allora?

— Allora, alle quattro si mollan gli ormeggi. Non c’è verso: bisogna andare. Preparate tutto voi, scrivano, e appena pronti, avvertitemi.

Non aveva sentito ragioni; non aveva dato retta a nessuno, né a sua moglie, né allo scrivano, né, tanto meno, al suo vecchio nostromo: niente. Ma che!… Non eran mica più i tempi d’una volta: adesso il capitano della Speranza non ci stava solo come stipendiato degli armatori, a bordo; adesso, della Speranza, possedeva anche lui le sue brave carature; degli armatori era socio; lavoravano insieme, senza contare la sua solita paccottiglia. Per ciò non chiudeva occhio, o ne chiudeva uno solo, la notte; e con un’orecchia stava all’erta; ché gli affari sono affari; la gente, si capisce, vuol pigliarsela comoda e con la vita comoda, perdio, non si buscan quattrini. Dunque, avanti. La sera, tutta la velatura era all’aria; l’arganello aveva issato, una dopo l’altra, le àncore, e via, col piloto prima, senza piloto poi, verso Ponente, verso l’Europa, verso l’Italia.

— Oh! mormorava tra un brivido e l’altro, disteso nella cuccetta, il capitano – passerà, Manin, ti dico che passerà… Eh, sì, ne ho passate delle peggio.

E si curava, a suo modo; come si curavano allora – e un poco anche adesso, nonostante tutta l’igiene navale di cui vogliono rimpinzarli – i marinai: la gente più testarda del mondo.

* * *

Passerà… passerà… Ma non passava mica.

L’aria dell’alto mare, del grande mare libero, disteso tutt’intorno, azzurro e verde, senz’altro termine visibile che l’anello remoto e pallido dell’orizzonte, l’aria pregna di salsedine, incontaminata, che entrava a fiotti dai portelli aperti, non faceva affatto bene al capitano, come il capitano, e con lui sua moglie, avevano dapprima fatalisticamente sperato. Il vento fresco che tendeva le vele del brigantino sospingendolo ogni giorno più verso l’approdo lontano, atteso, vagheggiato, sognato con un’intensità quasi spasmodica, allucinata, non arrivava a gonfiar del buon fiato della ritornante salute il petto dell’infermo; che appariva sempre più smunto, più cereo.

Allora, la tempra di quella straordinaria donna di sua moglie si rivelò per la prima volta a tutti – e forse anco a lei stessa – quale veramente era: d’acciaio.

Giacomo Racchi non voleva veder nessuno intorno a sé, agguantato come si sentiva, dentro, col male, da una tristezza selvaggia. Soltanto sua moglie, oh, questa sì!, la sua Manìn, la voleva, e ben vicina, ben vicina sempre; e lei gli preparava quel poco mangiare; lei vigilava i suoi sonni brevi, affannosi, travagliati d’incubi; lei l’assisteva, quasi lo cullava, nelle interminabili ore in cui durava sveglio e soffriva, agitandosi tutto, smanioso, come se soffocasse; taciturna con lui se lui non parlava e se ne stava lì, immobile, tetro, con le pupille febbrili fisse a un punto qualunque della parete scura di legno; ma in quei lunghi silenzi certo ella trepidava tutta d’un oscuro sgomento, e interiormente pregava, con lo slancio più fervido. E lei, sempre lei, pronta, servizievole, infaticabile sempre, comunicava gli ordini, le raccomandazioni, le idee del capitano al secondo.

Leggiera, dalla cabina in penombra saliva su, per la scaletta scricchiolante, alla piena luce del càssero, faceva un lesto cenno di richiamo al secondo, aspettava senza spazientirsi che quello, sempre qua e là in faccende, s’avvicinasse e sottovoce, ma ferma, pacata, esatta, vorrei quasi dir matematica, spiccicava le parole, tutte le parole precise che il malato, giù, le aveva detto di riferire. Poi ridiscendeva, anche più sollecita di quand’era venuta su. Così, per il tramite di lei, premurosa e sicura, il capitano, disteso inerte nella cuccetta, dirigeva ancòra, come quando era in piedi, valido, la rotta e la vita di bordo. E così l’illusione d’esercitar tuttavia il suo comando, a cui teneva tanto, di reggere ancòra nel pugno il governo del suo bastimento, gli procurava, pur tra le frequenti e cupe depressioni del suo spirito, un senso di blando conforto. Se talora qualche ordine più complesso pareva incerto, vago (in verità lo era, ché a volte, arso più addentro dalla febbre, il malato un po’ vaneggiava), e lo scrivano naturalmente esprimeva il desiderio di chiarimenti, ella glieli dava, tranquilla, minuta; ed erano chiarimenti opportuni, che rivelavano ponderazione, esperienza; né glieli aveva suggeriti alcuno, o, meglio, glieli suggerivano, com’è agevole comprendere, il suo cuore intrepido e il suo intelletto sagace; dentro dei quali certo i pensieri s’avvicendavano ai pensieri, continuamente, e si maturavano insieme, nel mutuo calore.

* * *

Grandi calme improvvise ritardarono, dopo le prime settimane di viaggio propizio, il cammino. Di maniera che, avanti di giungere in vista di terra, per le complicazioni sopravvenute tanto più rapide e gravi quanto meno sospettate in quel largo confidente abbandono ai misteriosi influssi benefici dell’aria di mare, il povero capitano Racchi era bell’e spacciato.

Nulla era valso, nulla valeva a salvarlo.

Eh sì: anche l’ultimo rimedio, il solito disperato rimedio delle navigazioni più calamitose, poiché se ne offerse il destro, fu escogitato: senz’esito.
La Speranza incrociò un giorno sull’Oceano un grosso barco germanico; gli segnalò d’accostare (con le bandiere, si capisce, ché allora Marconi e la radiotelegrafia erano ancora di là da venire) e come l’altro giunse a portata di voce, lo scrivano, sporgendosi al capodibanda, chiese per grazia che qualcuno un po’ pratico di malattie montasse a bordo per visitare il capitano infermo, e dargli qualche cosa: dare, non fosse altro, qualche buon consiglio sul modo di seguitare a curarlo. Ma quelli non intendevano l’inglese cianciugliato dal secondo della Speranza. A segni, mostravano di non comprenderlo. Alla fine, però, dopo un serrato gesticolare, non senza qualche po’ di bizzarria e anche di comicità, un ometto calvo, discretamente panciuto – era il cambusiere? – s’arrampicò per una biscaglina sul veliero ligure, ansimò, s’asciugò prima il sudore, poi, seguendo i cenni e i passi di chi l’aveva accolto, saltellò giù dal malato: ma appena ne scorse la faccia gialla, anzi cianotica, in quella mezza luce triste, si trasse indietro, scrollò il capo due o tre volte in fretta in fretta, abbozzò un gesto significativo e ritrotterellò su, se ne tornò più sveltamente di quanto lo si sarebbe creduto capace al suo barco, che si scostò, riprese via.

Le poche parole che l’ometto aveva sussurrato andandosene, nessuno seppe tradurle. Non c’era che Giacomo Racchi, sulla Speranza, a sapere un po’ di tedesco; ma lui non le intese; lui non intendeva più, forse; forse non intendeva nemmen più sua moglie, la sua Manìn, che gli parlava piano, all’orecchio, e lo guardava fisso, con grandi occhi impietriti. Quelle parole, nessuno seppe tradurle; ma le capirono tutti egualmente: erano le parole della paura umana – paura insopprimibile, cieca – dinanzi alla morte.

Infatti, la Speranza imboccava il Mar Rosso e Giacono Racchi, il suo capitano, agonizzava. Un’agonia lentissima, uno spegnimento. Quel pezzo d’uomo, pareva impossibile che dovesse finire così.

Ma finì proprio così, una sera.

* * *

Il mare era quieto. Il vento propizio. La rotta sicura. Il bastimento andava, andava innanzi con tutte le sue vele spante, in un bell’abbrivo che avrebbe fatto pensare, chi avesse avuto testa d’osservarlo in quei momenti, a una lunga concorde vibrazione di gioia, a un palpitar di segreto piacere.

Nella cabina del comando il mastro d’ascia arrivò con la cassa. Era greve, e due uomini davano mano a portarla. La giovine vedova aveva già lavato, rivestito il cadavere, sola, ché chi s’era offerto in aiuto, e s’erano subito offerti in parecchi, era stato, con un breve gesto deciso, respinto. Posero la salma nel feretro. Il martello che ribatteva i chiodi del coperchio sembrava schiantare, dal contraccolpo, le commessure degli assiti intorno. Tra il riecheggiar delle martellate, i singhiozzi della donna quasi non si sentivano più.

Calarlo in mare? Nessuno osò parlarne.

I marinai franchi erano tutti su, alla boccaporta, e facevano ressa, in silenzio. Quelli di guardia, dai posti di guardia e di manovra, volgevano ogni poco gli occhi da quella banda. A loro i colpi pervenivano sordi, attutiti, come da una lontananza di sogno, di doloroso sogno.

Il feretro fu collocato al centro della camera poppiera, e là rimase, con due grosse lanterne accese da lato. La signora Manìn, gli stette accanto tutta la notte, sola. Per tutta la notte – e fu lunga, certo fu la più lunga notte della sua vita – non giunse rumore a turbarla. Solo, di tempo in tempo, qualche voce, fioca, della gente alle vele; qualche rapido struscio di piedi scalzi, lungo la tolda, sul ponte; cigolii sottili di gomene, di paranchi; cricchi repentini del fasciame. E su tutto, continuo, un fievole sciaguattare lontano, come se le onde, scorrendo, lambissero la carena, consapevoli anch’esse, con una trepidazione affettuosa, e – chi sa? – mormorassero pie, dell’arcana pietà di cui anche il mare, talvolta, sembra aver gonfia l’anima immensa.

* * *

Al primo sole del giorno seguente, mentre lo scrivano faceva issar la bandiera a mezz’asta – e intanto sospirava: «povero signor Giacomo, chi gliel’avesse mai detto!…» – la vedova, chiusa la camera funebre a chiave, prese un po’ di riposo in una cabina laterale, riservata a eventuali passeggeri, passeggeri che non c’erano mai.
Avanti mezzogiorno, pallidissima ma eretta e interamente padrona di sé, ella era di nuovo in piedi. Rientrò un momento dove giaceva la salma; ne uscì con un fascio di carte e due o tre registri; si chiuse nel salottino accanto. Sfogliò pagine e pagine, per qualche ora. Poi ricomparve sul càssero, all’improvviso, con un piglio risoluto, un accento imperioso:

— Scrivano! Nostromo!

Volle verificar attrezzo per attrezzo, tutto, subito, dalla stiva ai baglietti; e all’alberatura guardò lungamente, con un’attenzione concentrata, come se volesse imprimersi nella testa tutte quelle vele inferite – nome, forma, misura, colore, e valore – e quell’altre imbrogliate, e tutte le manovre in tensione, e quelle altre inerti. Forse dentro di sé si doleva di non poter – donna, povera donna afflitta e stanca qual’era – arrampicarsi su, come i mozzi, per sartie e griselle. Guardava, toccava, dove poteva toccare; guardava ancora, intensamente; annotava. I suoi occhi erano asciutti; le sue mani non avevano un tremito.

Sembrerà strano a leggerlo qui; ma questo che dico è vero come l’ho sentito contar mille volte da gente ch’era in grado di saperlo per testimonianze dirette: da quel punto del Mar Rosso a Genova, la Speranza la comandò lei. Quelli che s’intendono di cose di mare non mi presteranno fede; altri, magari, ne rideranno.

— Oh! Una donna?… Com’è possibile?… E nei porti, a Napoli, per esempio, a Livorno, e poi a Genova, la merce da scaricare?
Mandava lo scrivano a pigliar pratica, ma alle stive, dov’era ammucchiata la merce, in ordine o alla rinfusa, badava lei. E nulla sfuggiva ai suoi occhi aguzzi, nulla alla sua instancabile vigilanza. Specialmente non perdeva di vista quella parte del carico ch’era stata acquistata in India da Giacomo Racchi, per sé, non per conto degli armatori o dei noleggiatori lontani, e che per ciò era sua: di lui, prima; adesso, di lei. Quella roba valeva tanto oro; c’era la passione, la fatica… ma che!… c’era il sangue, la vita di suo marito, del suo povero marito, di mezzo.

A Genova, alle Grazie, fece calar la bara – un crocchio muto di parenti e amici stava attorno a lei in gramaglie, – la fece portare al paese; e pensò ai funerali, agli avvisi, alla sepoltura: a tutto. Come poté? Pareva veramente disfatta; ma resisteva. E resistette a ben altro. Resistette a una vita aspra, accanita, quale nessun’altra donna ha vissuto.

Perché la vedova di Giacomo Racchi – a questo volevo venire; questo è che importa; per questo ho raccolto le presenti memorie; – non rinunziò mica agli affari che suo marito aveva così bene avviato negli ultimi anni della sua tribolata esistenza. Gli armatori della Speranza le offrirono, sì, di liquidar le pendenze, come si dice, del morto; di riacquistare le carature di lui; di ricomprare quel tanto di merce che lui aveva caricato in India, per l’utile proprio. Oh, no! Si continua. Ora è di moda un motto che la vedova avrebbe potuto far suo, conoscendolo: La vita comincia domani. I realisti francesi dicevano anche: È morto il Re. Viva il Re.

La nuova vita della scià Manìn cominciò, si può dire, nell’istante medesimo in cui ella, vestita da capo a piedi di nero, con un ultimo breve séguito di gente amica dal gramo volto compunto, rivarcò la soglia di casa sua, tornando dal camposanto. Giacomo Racchi era morto di mala morte, lontano, coi suoi grandi sogni di fortuna incompiuti, e nel cuore lo strazio di dover lasciar cadere in bando tante belle e lusingatrici speranze. Ma la continuava lei, l’opera troppo presto interrotta dalla sorte avversa; li realizzava lei, i sogni e le speranze del morto.

Così, sui trent’anni, all’età in cui le donne che han vissuto una vita intensa, precoce, cominciano con gran malinconia a calar le vele e raccoglier le sarte (la vecchia immagine qui calza a pennello, ché siamo, lo vedete bene, tra gente di mare), la signora Maddalena *** vedova Racchi diventò una donna d’affari.

Ce n’è, donne d’affari, tante e tante, lo so. Ma sono però affari d’altro genere di quelli della signora che ho conosciuto io, affari donneschi; e san dirigere scuole, scuole di femmine, per esempio, case di mode, uffici postali in provincia, e così via seguitando. Ma star nello scagno e provvedere a collocar bene le partite di merce varia venute d’oltremare coi bastimenti; correre sulle calate dei porti a sorvegliar la discarica di scune e golette: noverar botti di vino siciliano, sacchi di grano russo, balle di juta indiana, una per una, per ore intere, senza sgarrare; dar una voce ai camalli che nicchiano qua e là per la banchina con una matta voglia sorniona di tagliare la corda, e intanto contrattar accortamente un nuovo grosso acquisto col negoziante arrivato apposta di lontano, dal retroterra, col suo bravo campione in saccoccia – «scià Manìn, ma guardi che roba!» – tutto questo, convenitene, son rare le donne capaci di farlo.

Ora, gli altri trenta e più anni che la signora sopravvisse alla mala morte di Giacomo Racchi, furono spesi in tal modo, con un’alacrità, un’abilità che non le venne mai meno. Neppure nell’ore difficili, che furono tutt’altro che poche. Già, c’eran preconcetti, avversioni, ostilità da smontare; una specie di groviglio molle eppure tenace in cui dar dentro a corpo perduto. Ella si batté contro tutto e tutti, ad oltranza. A chi la mirava in tralice, bofonchiando: – Oibò, una donna! A far la calza, le donne! – rideva per un attimo, a denti stretti, sul muso, e poi voltava le spalle, senza nemmeno rispondere. A chi tentava di metterla nel sacco, sciorinando promesse e promesse che contava poi d’eludere allegramente, parava subito in modo da costringerlo a battere in ritirata precipitosa, non senza un segreto timore del peggio, alla prima occasione buona. A chi confidava nella proverbiata debolezza e leggerezza femminile per fare il comodo proprio e vivere a ufo, mostrava una grinta maschia, arcigna, durissima, che toglieva alla prima occhiata l’uzzolo di provarcisi… A ognuno il fatto suo: pari e patta; con una destrezza, un nerbo, una tenacità che finirono con l’imporsi, ed imporla. Costava. Doveva costarle molto. Ma, di fuori, non voleva che gli altri se n’avvedessero. Fedele in questo a se stessa. Né gli altri se n’avvidero mai.

Non aveva figlioli. E ciò spiega molte cose, o, come pare a me, spiega tutto. Prese a voler bene ai nipoti, figli d’una sorella di lei, ch’erano gli unici eredi naturali di lei e di suo marito. Li prese con sé, li tirò su, li avvezzò per tempo agli affari. E gli affari crebbero, si moltiplicarono, si distesero in una gran rete dalle maglie fitte fitte, dovunque. La Ditta dei *** adesso la conoscono tutti. E i *** sono appunto gli eredi che ho detto.

Questa fu dunque, da allora, la vita della scià Manìn. Né altri particolari so aggiungervi. Il ritratto mi par compiuto così. La mattina alla messa prima; qualche commissioncella in giro; e poi – quando non aveva da prendere il treno per una faccenda o per l’altra – eccola là piantata in mezzo allo scagno, o seduta alla scrivania, a darci dentro, come diceva con una punta d’orgoglio, salvo la breve sosta del mezzogiorno, fino alla sera, all’ora d’accendere il lume e nello scagno sul vicolo non ci si vedeva più. Tutta la settimana così. Solo un po’ di tregua alla festa: allora, messa grande; e dopo pranzo, due passi alla marina, non senza profittare d’ogni incontro favorevole per informarsi d’un certo prezzo, per chieder come andavano i raccolti della stagione, delle olive, o dell’uva. E quando veniva il giorno dei Morti, al cimitero era la prima ad andarvi, la prima a tornarne; l’incontravano che scendeva con un passo meno frettoloso dei solito e un volto meno contratto, come avvolta da un’aura nuova, come pacificata.

Fine.


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QUESTO E-BOOK:

TITOLO: Ritratto di donna ligure
AUTORE: Fugassa, Arrigo

DIRITTI D'AUTORE: no

LICENZA: questo testo è distribuito con la licenza specificata al seguente indirizzo Internet:
https://www.liberliber.it/online/opere/libri/licenze/

TRATTO DA: Ritratto di donna ligure / Arrigo Fugas- sa. - Fa parte di Nuova Antologia : rivista di let- tere, scienze ed arti , Serie 7 v. 278 1931 p. 461- 471

SOGGETTO: FIC019000 FICTION / Letterario