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Andrea D’Ambrosio è regista, sceneggiatore e autore di documentari salernitano. Nel 2008 – insieme ad Esmeralda Calabria e Peppe Ruggiero – ha girato il docufilm Biutiful càuntri, dedicato al disastro ecologico campano provocato dal traffico illecito dei rifiuti da parte della criminalità organizzata.

Da «triangolo della morte» (Acerra-Nola-Marigliano) a «terra dei fuochi». Come chiameremo, domani, la Campania?
Difficile fare questa previsione. Si può però osservare che, al cambiare del nome, non cambia la forma e la gravità di questa catastrofe ambientale ciclica che va avanti da oltre vent’anni. Cambia «l’ordine dei fattori», ma non il risultato: ogni tanto si accende poi qualche riflettore che porta alla luce questo o quell’aspetto, questo o quello scandalo. La sensazione è che, al di là dello scalpore del momento, nulla cambi veramente: è vero che la coscienza generale si approfondisce e si sensibilizza rispetto a questi problemi – lo si vede ad esempio dalla partecipazione alle manifestazioni di piazza – ma è vero anche che continua ad esserci tanta omertà. E io resto del parere che l’omertà uccida molto più dei crimini stessi.

Quindi non è solo colpa della criminalità organizzata.
Indubbiamente gran parte della colpa va alla camorra, come ormai conosciamo bene attraverso le tante testimonianze e come tanto bene ci hanno mostrato libri e film. Ma una fetta di responsabilità non indifferente ce l’hanno quei tanti proprietari di terreno che hanno permesso l’interramento illecito di rifiuti dietro compenso. E, oltre a loro, i tanti che – pur conoscendo quello che stava avvenendo – non hanno detto nulla e sono rimasti a guardare.

Avete girato Biutiful càuntri nel 2008. Oggi, a distanza di 5 anni, cosa è cambiato?
Direi nulla, proprio nulla. Il film è stato girato 5 anni fa e credo che potremmo girarlo allo stesso modo oggi; non vorrei sembrare troppo pessimista nel dire che forse, anche tra altri dieci anni, la situazione sarà cambiata poco o niente. Ora, come accennavamo, c’è certamente una conoscenza più diffusa e specifica: se n’è parlato molto, anche in seguito alle tante inchieste giudiziarie e giornalistiche pubblicate. La cosa che sembra incredibile è però che a tutt’oggi si parla dei «veleni campani» come se fossero stati appena scoperti; è la solita storia dell’Italia, il «Paese delle rivoluzioni del giorno dopo». La cosa mi angoscia, perché ti accorgi che le cose cambiano poco. Speriamo almeno che adesso, che si comincia a parlare di bonifica dei terreni in grande stile, la camorra non riesca a metterci le mani.

Che cosa volevate mostrare con Biutiful càuntri?
Volevamo mostrare sostanzialmente la distruzione del territorio, che vuol dire «terreno», ma anche coltivazioni, acqua, animali. La distruzione della vita, insomma. Allora se ne parlava ancora in ambiti piuttosto ristretti (all’epoca in cui il termine «ecomafie», coniato da Enrico Fontana di Legambiente, era ancora una novità). Se solo provavi a parlare di queste cose ti prendevano per pazzo (del resto in Italia si è sempre teso a negare la presenza delle mafie sul territorio). Direi che siamo riusciti nel nostro intento, contribuendo un po’ a creare una maggiore sensibilità.

Perché la scelta del titolo: Biutiful càuntri, quasi a voler irridere una terra che fu «felix» e adesso è ridotta come vediamo.
Il titolo è mutuato da una frase di Francesco Rutelli il quale, quand’era ministro dei beni culturali, andava in giro a dire «Italia is beautiful» in un inglese un po’ maccheronico. Siamo partiti da lì non per irridere, ma affinché si rilevasse meglio il contrasto tra l’immagine ideale (e d’altri tempi) di quel luogo bellissimo che è la Campania e la sua condizione di fatto, fatta di fusti interrati, liquami sversati, mortalità infantile a livelli anomali […] Credo che il film abbia contribuito peraltro a dare il via a una serie di inchieste che si sono susseguite e che lo hanno reso un documentario «a lunga conservazione» (nel senso che, purtroppo, è ancora attuale), per usare l’espressione di qualche critico cinematografico.

Prima ha parlato di camorra; se ne parla anche nel film. Non le sembra che ci sia qualcosa che non va nella mentalità dei criminali che avvelenano una terra nella quale poi continuano a vivere insieme ai loro figli?
È evidente che la sete di potere e di denaro ha accecato a tal punto queste persone che ormai non riescono neppure più a vedere quanto macroscopica sia la gravità della situazione. Il caso eclatante è quello di Casal di Principe, uno dei posti più colpiti da questo fenomeno e al contempo la patria della più potente camorra campana. Criminali che avvelenano la loro stessa terra: assurdo, ma vero. Siamo di fronte a una degenerazione inimmaginabile della stessa malvagità. La prerogativa della camorra di un tempo, quella di stampo «rurale», per così dire, era la tutela del territorio e dei suoi abitanti: la camorra praticava il sopruso e l’estorsione offrendo in cambio, si diceva, «la protezione». Oggi la camorra ha mostrato il suo vero volto, rivoltandosi contro la terra e contro la gente.

Siamo di fronte all’incomprensibile, dunque; qualcosa che va oltre fino a sovvertirlo anche il più arido e impietoso calcolo del proprio tornaconto. Cosa ne dice la gente? Sono ancora convinti che la camorra possa dar loro lavoro benessere e futuro?
Davanti a noi si dispiega un’ecatombe, i cui effetti saranno sempre più manifesti. L’aumento della sensibilità della gente su questi temi potrà portare – come speriamo – a tutelare maggiormente quei cittadini che hanno una coscienza civile forte ma che finora non sono riusciti ad emergere, da un lato; dall’altro, la speranza è che quei tanti contadini che – di fronte all’offerta dei soldi – hanno taciuto di quanto avveniva, possano ora cambiare idea, comprendendo che lo scambio non è più conveniente. Anche se – in tutta franchezza – se davvero l’acqua si rivelasse contaminata da scorie nucleari, come qualche fonte riporta, non ci potrà essere bonifica che tenga. L’unica soluzione sarà l’evacuazione totale della popolazione.

Quindi ha ragione quel pentito che nei giorni scorsi ha detto: «La situazione della Campania è come quella di Chernobyl. Anzi, un po’ peggio».
Secondo me sì, anche se in Campania la situazione non è uguale dappertutto. Ora ci sono le analisi fatte dagli americani, pubblicate dall’«Espresso», che sono abbastanza preoccupanti e fanno pensare alla Campania come alla «Chernobyl italiana». Tuttavia da salernitano posso dire che qui la situazione è «più rosea» che altrove.

Dopo Biutiful càuntri Peppe Ruggiero (co-regista, insieme ad Esmeralda Calabria) ha scritto un libro su questi argomenti (A tavola con i boss, ed. Ambiente). Avete qualche altro progetto comune in cantiere?
In realtà dopo Biutiful càuntri abbiamo un po’ ripreso ciascuno la sua strada: Peppe Ruggiero continua a fare il giornalista, Esmeralda Calabria la montatrice e io il regista. L’anno prossimo girerò il mio primo lungometraggio (non documentario) che si chiamerà Due euro l’ora e nasce dalla morte sul lavoro di una donna e di una ragazzina che lavoravano in un materassificio per due euro all’ora. Sarà un film confinanziato dal MIBAC e dalla RAI che vedrà la partecipazione fra i protagonisti di Massimo Ranieri. Le strade di noi tre sono dunque al momento divise; ma c’è tutta l’intenzione di tornare a lavorare insieme.

Mentre parliamo, la contaminazione continua ad avanzare. Quale futuro intravede per la Campania e per l’Italia?
È difficile rimanere ottimisti di fronte a un disastro tanto esteso. Quello che lascia esterrefatti e sgomenti è l’atteggiamento del governo italiano, che invece di dedicarsi a questi problemi più che urgenti continua a gingillarsi con le questioni di Berlusconi e della Cancellieri. Il Paese va verso una deriva pazzesca e pericolosa: basti pensare al dissesto idrogeologico dell’intero territorio nazionale. D’altro canto, con ogni probabilità, mentre parliamo lo sversamento illegale continua, magari in zone nuove e insospettabili. Ci vorrebbero dei politici dalla testa gigantesca, ma in giro ne vedo ben pochi.

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Laureato in scienze dell'informazione e in filosofia, gestisco il sito ufficiale in italiano del filosofo francese Maurice Bellet. Ho collaborato con l'Opera Omnia in italiano di Raimon Panikkar. Sono redattore della rivista online «Filosofia e nuovi sentieri» e membro dell'associazione di scrittori «NapoliNoir». Ho pubblicato in volume i saggi: – Scienza e paranormale nel pensiero di Rupert Sheldrake (Progedit, 2020); – Ivan Illich. Il mondo a misura d'uomo (Pazzini, 2018); – La verità cammina con noi. Introduzione alla filosofia e alla scienza dell'umano di Maurice Bellet (Il Prato, 2014); – Le cose si toccano. Raimon Panikkar e le scienze moderne (Diabasis, 2011) e 5 libri di narrativa noir: – Troppa verità (2021), romanzo noir di Bertoni editore (2021); – L'albergo o del delitto perfetto (2020), sulla manipolazione affettiva e la violenza di genere, edito da Iacobelli; – L'abiezione (2018) e L'intransigenza (2015), romanzi della collana "I gialli del Dio perverso", edita da Il Prato, ispirati alla teologia di Maurice Bellet; – C'è un sole che si muore (Il Prato, 2016), antologia di racconti gialli e noir ambientati a Napoli (e dintorni), curata insieme a Diana Lama.