(voce di SopraPensiero)

La filosofia dovrebbe fondarsi sul dubbio. Non nel senso che si debba per forza rinunciare a ogni certezza, ma al contrario perché si possa infine accettare la più evidente di tutte le certezze: tutto nella realtà – nel tempo, nella storia – cambia, scorre, muta, si trasforma, e qualunque ragione o valore non potrà essere in grado di restituirne l’ampiezza e il respiro se non accetterà di venir messo in discussione di fronte al nuovo. Che non è un accidente dell’essere, ma il suo ritmo intrinseco. Questo sembra essere il manifesto della riflessione di Giovanni Feliciani, senese di nascita, ma cittadino del mondo, che nella vita è stato libraio, bibliotecario, ricercatore e poi editore, dopo aver fondato, sedici anni fa, l’Editrice Bibliosofica, per la quale pubblica oggi Vivere al ritmo della radicalità nella storia. L’abbiamo intervistato.

Cominciamo dal titolo: che cos’è la «storia radicale» di cui parla?
In ogni epoca storica esistono tensioni radicali che spingono al cambiamento, al mutamento, e ciò in tutti i campi: filosofico, politico, sociale, scientifico, letterario, artistico, religioso, e così via. Vi sono fatti che giungono ad un punto storico di non ritorno, e necessitano quindi di trasformazioni.

In che modo «inserirsi nel flusso della storia» aiuta ad andare oltre la banalità del quotidiano?
Non posso immaginare null’altro che vivere puntando gli occhi al di là dell’orizzonte della storia per rendere la vita creativa e originale, sconfiggendo così tutto quello che cerca invece di ingabbiare, condizionare, sottomettere ad una quotidianità banale.

Quali sono i suoi autori di riferimento? In che maniera (e in che misura) la Sua speculazione va oltre quella di partenza?
Tutti coloro che hanno speso la loro vita a dare un contributo innovativo al sapere e alla conoscenza possono essere considerati miei «maestri». In particolare, in campo filosofico, ho preso spunto dal pensiero di Max Stirner e Friedrich Nietzsche, che ho tentato di «superare», dando più spazio a modalità pratiche di esistenza, che vadano oltre la semplice speculazione.

Scrive: «Colui che «crea» o «inventa» non fa altro che «scoprire» ciò che già esiste in realtà». Quale posto rimane qui alla novità dell’essere e alla libertà e alla creatività dell’uomo?
In effetti non possiamo far altro che «disvelare» ciò che esiste intorno a noi. Il bello della creatività sta proprio nella possibilità che ogni singolo essere umano ha di captare il «nuovo» che si nasconde dietro o dentro la realtà. Questa è la «libertà» che dobbiamo conquistare.

Che cos’è la «filosofia povera» di cui parla nell’ottavo capitolo?
Riprendo dal libro. Da una parte esiste la filosofia ufficiale e accademica. Dall’altra esiste una filosofia sotterranea, povera perché priva di mezzi, composta da individui coraggiosi, che fanno ricerca contro tutti gli ostacoli, che dedicano la propria vita allo studio, con l’unico scopo di riuscire a dire qualcosa di nuovo e di trasformare l’esistente in vista di un futuro migliore. Questi sono i veri filosofi, e in essi io mi riconosco.

Parla di potere, rivolta e anarchia: quali sono i Suoi lineamenti di una filosofia politica per il terzo millennio?
La rivolta esistenziale contro tutti i soprusi porta necessariamente al desiderio di abolire ogni forma di potere, e quindi alla prospettiva di una società libertaria, cioè anarchica. Nel momento in cui l’individuo prende coscienza di voler fare a meno di qualsivoglia «programma politico» che lo condizioni, ecco che scompare automaticamente il dominio della politica, cioè del potere.

Quanta audacia ci vuole per scrivere un libro come questo senza neanche l’ombra di una nota a piè di pagina?
L’audacia consiste nel voler lasciare una traccia del proprio pensiero. Tutto ciò che si legge nel mio libro non è altro che l’assimilazione, l’assorbimento e la trasformazione di migliaia di altri libri letti e studiati nel corso dei miei ultimi cinquanta anni. Per questo non occorreva inserire delle note. Ho indicato comunque le mie fonti di riferimento e ogni tanto, nel testo, compaiono pure citazioni, con il nome dell’autore e del titolo del loro libro.

Bibliosofica nasce (oltre che dal coraggio di fare l’editore, oggi in particolare) dalla Sua idea di «bibliosofia». Di che si tratta?
L’Editrice Bibliosofica è nata con l’intento di promuovere e diffondere l’amore per i libri e la lettura. L’amore per i libri è definito bibliofilia. Con il termine Bibliosofia, composto dalle radici greche biblion (libro) e sophia (saggezza, dottrina, scienza, studio, conoscenza), ci si propone invece di coniugare le discipline legate tradizionalmente allo studio dei libri (bibliologia, bibliografia, biblioteconomia), alla filosofia. La Bibliosofia indica la scienza, conoscenza, dottrina e studio globale del Libro, in tutti i suoi aspetti e settori. È la scienza del libro in generale, compreso lo studio del suo contenuto intrinseco. La Bibliosofia riguarda sia la conoscenza dei libri, e del loro contenuto, che la conoscenza tratta dai libri: non comporta la cognizione specialistica in un determinato campo dello scibile, ma la «sapienza» derivata dalla Lettura di tutti i libri, anche pochi, che ci interessano, integrata dalle esperienze della vita, con lo scopo di formarsi una propria visione del mondo, della realtà, dell’universo. La Bibliosofia è qualcosa di più che una Scienza globale e universale del Libro e della Lettura: essa confina con la Sapienza. La Bibliosofia è un nuovo sistema di pensiero. A tutto ciò ho dedicato i miei precedenti libri: Bibliosofia. Scienza del Libro e della Lettura (2011), Bìblius. Libro dei libri (1999).