[display_podcast] (voce di Luca Grandelis)

Il 28 gennaio scorso è ricorso il quarantesimo anniversario della morte di Dino Buzzati. Su di lui è stato scritto moltissimo, ma la verità è che c’è ancora molto da scoprire della sua caleidoscopica produzione. Lorenzo Viganò da anni ne riordina e cura gli scritti. Il penultimo volume da lui curato raccoglie un’ampia antologia degli scritti che il grande narratore ha dedicato alle montagne, all’alpinismo e allo sci: I fuorilegge della montagna (Oscar Mondadori, Milano 2010, 2 volumi, pp. LXXXII e 282 + 310, euro 19,00).

L’ho incontrato davanti al «Corriere» in una giornata di agosto. La città è deserta e assediata dal sole: un’atmosfera da Mezzogiorno di fuoco. E la conversazione fluisce appassionata per tutto il tempo consentito dalla pausa-pranzo; e anche oltre […]

 

Questo è il quinto volume che dedichi a Buzzati. Sei probabilmente oggi in Italia quello che lo conosce più approfonditamente (dopo Almerina, sua moglie). Ma partiamo dall’inizio: come hai cominciato a interessarti a lui?

Lessi Le notti difficili, la sua ultima raccolta di racconti. Forse anche per questo, la più cupa e sofferente. Al di là del suo stile semplice e diretto, mette a fuoco tematiche che erano le mie. È stata un’illuminazione; mi sono rivisto come in uno specchio. Immediatamente ho iniziato a leggere ogni suo scritto; e ho scoperto che, più che un mondo era un universo, con le sue costellazioni e i suoi pianeti: giornalista, narratore, poeta, autore di testi teatrali, critico d’arte, pittore […] Oso dire che, in un certo senso, ognuno può leggere e amare il «Buzzati che vuole», tanto è ricco. Oppure, come me, passare l’intera esistenza a leggerlo e studiarlo: scoprirà sempre qualcosa di nuovo. E questo capita con pochissimi autori.

Dapprima mi sono avvicinato alla sua opera. Poi, più in profondità, alla sua personalità: nell’Album Buzzati ho voluto scegliere e riordinare i suoi brani autobiografici, perché fosse lui a raccontare la storia di se stesso.

Questo lavoro mi dà una possibilità straordinaria: è come guardare dall’alto un’intera esistenza, con tutti i suoi intrecci e rimandi, a volte sconosciuti addirittura a chi questa vita la sta vivendo un giorno dopo l’altro.

Qual è il tuo metodo di lavoro? E il rapporto con la moglie di Buzzati, Almerina?

Sono ormai decenni che Almerina Buzzati si occupa, quasi da sola, di gestire e valorizzare il patrimonio letterario di Dino. E lo ha fatto in modo straordinario, anche se con tanta fatica. È un archivio «vivo», che continua a «parlare» alla gente. Sono tantissimi quelli che si rivolgono a lei […]

Dopo averla conosciuta nella prima fase di studio personale, la cercai per chiederle come e dove acquistare un disegno di Buzzati. Fu affabilissima e in breve siamo diventati amici. Con me è sempre stata di una generosità unica. A fine anni Novanta lavoravo con Lucarelli al programma televisivo di RAI3 «Blu Notte»; ricostruivamo in forma narrativo-documentaristica delitti irrisolti più o meno famosi e vicende ritenute poco chiare. Almerina Buzzati la vide e mi propose di curare un’ampia antologia che ha poi preso il titolo di La «nera» di Buzzati. Il volume è piaciuto e abbiamo proseguito.

Il mio intento è di utilizzare la mia mentalità di giornalista nel lavoro di curatela. Non voglio fare introduzioni «critiche», ma divulgative e colme di informazioni: desidero informare il lettore su tutto quello che mi è possibile, perché sappia farsi una sua idea. Non sono «introduzioni d’autore». Questa impostazione è piaciuta ad Almerina Buzzati.

 

In che relazione metti il tuo lavoro di giornalista con la cura dei testi di Buzzati?

In apparenza sono due attività separate e parallele. Ma il mio lavoro è stato il suo lavoro. E nello stesso giornale! Ogni mattina, quando entro al «Corriere», mi emoziono. È inevitabile il confronto fra la professione come era allora e come è oggi. E come è stata per lui: preciso fino allo scrupolo, doverista, instancabile. Non ha mai rinunciato al suo lavoro di giornalista, anche quando era un narratore affermato. E, al giornale, ha coperto tutto lo scacchiere: reporter, elzevirista, inviato speciale, responsabile della terza pagina […] In un periodo in cui non esisteva la Tv, era l’occhio del lettore. Sapeva dare il punto di vista, il senso, l’odore, la luce al neon […] Se c’era da testimoniare la rivolta al carcere di San Vittore, sapeva alzarsi nel cuore della notte e andare, anche se era già malato […] Non ha mai rinunciato a testimoniare la realtà. Era innamorato del suo lavoro.

Tutto questo non può lasciarmi indifferente. Non a caso ho iniziato con gli articoli di cronaca nera. In essi, che coprono 43 anni di lavoro al giornale, si vede non solo la trasformazione della società italiana e della malavita, ma anche della sua stessa scrittura, che gradatamente si è indurita, come violento – anche se sempre misurato, alla Buzzati – è il linguaggio degli ultimi racconti (pubblicati postumi) de Il reggimento parte all’alba.

Solo lavorando al «Corriere» ho capito veramente Il deserto dei Tartari. Negli anni dal ’32 al ’38, in cui gli capitava di fare le notti, racconta di aver visto i suoi colleghi invecchiare aspettando la grande occasione; anche nonostante l’orgoglio di essere nella «fortezza Bastiani» del «Corriere». E capisco anche la tematica dello sfalsamento del tempo. Banalmente, l’oggi di te che leggi il giornale è il mio ieri e il mio oggi è il tuo domani […]

E poi la sua granitica onestà intellettuale. È sempre stato se stesso. Nel racconto La formula scrive una frase che mi sembra il programma di una vita: «Di chi hai paura, imbecille? Della gente che sta a guardare? Dei posteri, per strano caso? Basterebbe una cosa da niente: riuscire a essere te stesso, con tutte le stupidità attinenti, ma autentico, indiscutibile. La sincerità assoluta sarebbe di per se stessa un documento tale! Chi potrebbe muovere obiezioni? Questo è l’uomo, uno dei tanti se volete, ma uno. Per l’eternità gli altri sarebbero costretti a tenerne conto, stupefatti…».

 

Veniamo al volume I fuorilegge della montagna. La montagna è una presenza costante negli scritti di Buzzati, così come lo è stata nel suo immaginario (e non solo nel suo «tempo libero»). Cosa rappresentava veramente per lui?

La montagna è un po’ un capitolo a parte perché ha pervaso la vita di Dino in tutti i suoi aspetti. È cresciuto con la montagna. È mistero, ma anche esperienza e «territorio». Buzzati ha scritto molto di «nera», ma non ha mai ammazzato nessuno. Invece ha scritto di scalatori e di imprese avendo provato la sensazione del vuoto, del freddo, della paura e della gioia: c’è tutta un’esperienza vitale. In questo insieme di scritti trovi tutte le tematiche tipiche del suo narrare. Prima di curare questo doppio volume non mi ero reso conto di quanto fosse importante per capirlo: posso dire che è una delle chiavi per entrare nel suo animo.

 

Ci teneva ad essere preso sul serio, come alpinista. Di quei momenti abbiamo qualche racconto di Rolly Marchi e di Gabriele Franceschini. Ci racconti brevemente il Buzzati alpinista?

Il Buzzati alpinista. Come si fa a raccontarlo «brevemente»? La passione scoppia in lui da ragazzo, poco più che bambino. È un amore profondo, strettamente legato a ciò che la montagna rappresenta per lui: il mistero, la solitudine, lo scenario per storie fantastiche, ma anche la solidità, l’immobilità di fronte al passare del tempo. In questo senso, le montagne sono anche lo specchio della vita (la nostra) che passa.

Scalare per lui è un piacere e una sfida. Gli piace confrontarsi con la roccia, toccarla. Sconfiggerla. E questo gli permette di scriverne con più consapevolezza (e competenza) degli altri.

E poiché la «tratta» seriamente, la rispetta, si confronta con essa, è naturale che desideri essere preso sul serio.

Sai, Marco, ci sono molte sfumature in questo. Non ho mai capito la snobberia dei grandi che guardano dall’alto al basso chi si avvicina al loro mestiere o passione in maniera […] dilettantistica; la convinzione appartenere a una casta e gli altri non sono nessuno […] Perché, per essere presi sul serio, bisogna (solo) scalare un ottomila? Perché il resto non conta? Sarebbe come dire: «suoni il pianoforte? Bene. Ma se non sei capace di eseguire il Concerto di Colonia di Jarrett, o quello per pianoforte e orchestra di Tchaikovsky non sei nessuno». Io invece penso che conti innanzi tutto l’approccio, la serietà, la passione che muove il pianista o lo scalatore. Il risultato è importante, ma non l’unico giudice, l’unico metro di valutazione.

Per questo Buzzati ci rimase male con il CAAI. Per questo il Club Alpino Accademico sbagliò a non accettarlo tra i suoi. Perché fece di più Buzzati per la montagna – con i suoi articoli, i suoi libri, i suoi resoconti, la purezza con cui ne ha sempre parlato e scritto – che uno scalatore famoso con una grande impresa.

 

Scrive di montagna, ma non per specialisti. Non nel modo «diretto», abituale negli «scrittori di montagna». Come tu stesso ricordi nella tua Introduzione, scriveva al suo amico Arturo Brambilla: «per far capire cosa sia la montagna bisogna raccontare una storia dove la montagna non sia l’oggetto principale ma si riveli poi da sola completamente». Ci fai un esempio?

Buzzati non scrive di montagna per specialisti perché la passione glielo impedisce. Ma glielo impedisce anche la sua natura di giornalista e di scrittore.

Come giornalista lui deve far capire a chi legge quel che è successo (e qui risulta fondamentale la sua esperienza diretta). Ogni suo articolo è così, e non mi riferisco solo a quelli di montagna. Prendi il disastro del Vajont, con l’esempio del bicchiere e della tovaglia. O la semplicità, la forza, l’empatia con cui racconta il dramma di Albenga, ma anche la sfida di Coppi e Bartali.

Non a caso, quando è diventato responsabile della pagina dell’arte, non ha mai voluto essere definito critico d’arte, ma «cronista d’arte». Con lui i lettori hanno ricominciato a capire quel che succedeva in quel mondo, che lui sapeva spiegare.

 

Che rapporti e «travasi» c’erano tra il suo essere cronista e il suo essere narratore? In questo volume colpiscono, ad esempio, gli articoli sulle Olimpiadi di Innsbruck, che sono veri e propri racconti […]

Ti rispondo con un’immagine di Montale che secondo me sintetizza perfettamente il rapporto tra giornalismo e letteratura in Buzzati. Diceva più o meno così: in Buzzati la letteratura rispetto al giornalismo era lo stesso guanto rovesciato. Bella vero? Non si può, perché non c’è, tirare un confine, una linea di demarcazione tra i due campi. Esempio: prendi gli incipit di molti suoi racconti, anche del Deserto, anche di Un amore. Sono attacchi giornalistici, dove nelle prime dieci righe si risponde alle classiche cinque W del giornalismo [le domande a cui deve rispondere ogni articolo di cronaca ben costruito: Who?, What?, When?, Where? e Why?]. E poi prendi i suoi pezzi giornalistici: le immagini che usa, il linguaggio, la scrittura hanno sempre un sapore letterario, senza per questo tradire mai il giornalismo. Racconta i fatti «alla Buzzati».

A Innsbruck fa «il colore», non la cronaca. Come al Giro d’Italia. Ma alla fine i suoi pezzi/racconti narrano l’Olimpiade, il suo spirito, il sentimento dei vinti (chi pensa ai vinti in un’Olimpiade?), molto di più del resoconto (freddo) delle gare. Ci vogliono entrambi, ovviamente, ma la sua mano è inconfondibile.

 

A differenza delle due precedenti antologie di scritti di Buzzati sulla montagna, raccogli molti «pezzi» dedicati allo sci. Quali peculiarità hanno, rispetto a quelli in cui tratta di alpinismo?

È vero, lo sci è stato trascurato, ma è importantissimo nel rapporto Buzzati-montagna. Per questo non poteva essere tralasciato. Anzi. Lo sci, come ricordava Almerina Buzzati, lo divertiva tantissimo. E andando avanti con gli anni, lasciò la roccia per dedicarsi alla discesa. «Si imborghesì», disse con un filo di gelosia Franceschini. Chiunque abbia infilato gli sci almeno una volta nella vita non può non ritrovarsi nelle descrizioni – ironiche, divertenti – di Buzzati, che nel contempo disegnano un ritratto limpido e preciso dell’epoca, del boom di questo sport, del suo diventare di massa.

Ma come dimostrano alcuni pezzi, lo sci diventa una metafora per raccontare la vita che passa, come si legge in Sciatore d’autunno.

 

Quale sarà il tuo prossimo lavoro?

All’inizio dell’anno prossimo ricorrono i quarant’anni della morte. Il modo più opportuno di festeggiarli mi è parso la nuova edizione de I miracoli di Val Morel. Non è più in commercio almeno dal 1983. È stata la sua ultima opera pubblicata in vita. L’ex-voto è una forma di esorcizzazione della morte (sono portati, appunto, da persone che sono state salvate dalla morte). Indro Montanelli, che ne stese la Prefazione (che sarà ristampata) ha affermato che questa è l’opera poetica più riuscita di Buzzati.

 

In un memorabile pezzo del 1961 Buzzati commenta la tragedia del Pilone Centrale del Freney sul Monte Bianco. Sono giorni di oscura e silenziosa ostilità a Bonatti, come se lui fosse il responsabile della tragedia. Giorni in cui – non tra i montanari, ma in città, tra chi non conosce e non pratica l’alpinismo – riecheggiava ripetutamente la domanda che ancora oggi talvolta ascoltiamo: «Ma quando la smetteranno? Perché non si decidono a proibire imprese di questo genere?». L’animo e la passione di Buzzati non riescono a tacere e, con un articolo dal titolo programmatico (Ma non è una pazzia?), affronta il senso dell’alpinismo. Per concludere: «L’alpinismo manca di utilità pratica? l’alpinismo è pericoloso? L’alpinismo ha in sé qualcosa di irrazionale? D’accordo. Ma a questa stregua si ridurrebbe l’uomo a una squallida macchina pensante. A questa stregua non sarebbe mai nata l’aviazione, non si tenterebbero oggi le vie degli spazi e metà della Terra sarebbe ancora inesplorata. [ […]] Possono derivarne delle lacrime? Pazienza. Ma molte più lacrime vengono da cose ben più idiote dell’alpinismo, come il gusto, per esempio, di superare ad ogni costo l’automobile che ci precede: la quale bravura, lo ammetterete, è mille volte più cretina che arrampicarsi sui picchi del Monte Bianco. No. A questo mondo, riconosciamolo onestamente, ci vogliono anche i Bonatti e gli Oggioni, con la loro smania del sempre più difficile, col loro fegataccio, con le loro spavalde ambizioni. Guai anzi se non esistessero. Del resto, guardiamoci intorno. Non è che poi ce ne siano tanti. E non sarebbe per caso meglio, invece, se ce ne fossero di più?».