Dopo la presentazione senigalliese nell’ambito della Rassegna «Scripta Volant» (di cui Pagina Tre ha dato notizia qui:
https://www.paginatre.it/online/?p=424) l’ultimo libro del prof. Marco Severini (Università di Macerata) intitolato Girolamo Simoncelli. La storia e la memoria (edizioni affinità elettive, Ancona 2008, pp. 128, € 16,00.) viene presentato il prossimo 7 maggio, alle ore 18.00, presso la Libreria «Pathos» di Macerata (Corso della Repubblica 33-34), su iniziativa del locale Municipio. Intervengono Vitttorio Zazzaretta, presidente dell’Istituzione Macerata Cultura, e Lidia Pupilli, vice presidente dell’Istituto per la storia del Risorgimento-Comitato di Ancona. Il libro ricostruisce l’affascinante vicenda del senigalliese Girolamo Simoncelli (1817-1852), patriota, combattente nella prima guerra d’indipendenza e leader sotto la Repubblica Romana del 1849, ingiustamente condannato a morte dai giudici pontifici e fucilato dopo tre anni di carcere il 2 ottobre 1852. Ma oltre a questa trama storica, il libro narra la memoria che di quei fatti si è sedimentata nella comunità locale e nella cultura storica nazionale: già nel 1856 Victor Hugo ricordò quel martirio in un celebre indirizzo agli Italiani (tradotto dal francese da Giuseppe Mazzini) e dopo lo scrittore francese diversi storici e scrittori italiani tra Otto e Novecento si occuparono della vicenda. Su questo libro pubblichiamo la recensione dello storico Riccardo Paolo Uguccioni, presidente della Società pesarese di studi storici e docente presso l’Università di Urbino.

Il libro di Marco Severini Girolamo Simoncelli. La storia e la memoria inaugura la nuova collana «Risorgimento» promossa dal comitato di Ancona dell’Istituto per la storia del Risorgimento italiano. Si tratta di uno studio quanto mai opportuno, che fa il punto su una importante figura tragica dell’Ottocento senigalliese e marchigiano, il cui luttuoso destino ha diviso per decenni, in una contrapposizione tenace e militante, lo schieramento liberale e la pars catholica della città misena. Ne risulta un lavoro in due parti, da un lato le vicende biografiche del Simoncelli (La storia), dall’altro l’esame di quel che avvenne dopo, quando appunto la città di Senigallia si trovò lacerata sul ricordo del patriota, sulla produzione storiografia e sulla valutazione dell’intero caso (La memoria).
Le vicende sono conosciute, ma è utile osservare che l’autore reca il contributo di nuovi documenti reperiti presso l’Archivio storico del Comune di Senigallia. Girolamo Simoncelli venne fucilato la mattina del 2 ottobre 1852 sotto gli spalti del forte di Senigallia per sentenza emessa dalla Sagra Consulta il 31 dicembre precedente, poi confermata a turni riuniti il 17 febbraio seguente. Assieme a lui morirono ventitré condannati appartenenti alla cosiddetta Compagnia infernale, un’accolta di facinorosi assassini che avevano terrorizzato la città di Senigallia tra 1848 e 1849. Sebbene l’esecuzione di tante persone assomigliasse più a una mattanza che a una «giustizia», sulla sorte degli altri condannati – molti dei quali vantavano benemerenze patriottiche – non si ebbero recriminazioni, come se la città misena riconoscesse la dura correttezza delle loro condanne; un profondo malcontento invece, prima espresso attraverso suppliche di grazia, poi tramite rimostranze, proteste e espressioni di sdegno, fece seguito alla fine del Simoncelli, la cui esecuzione e la mancata grazia vennero a lungo imputate al regnante pontefice, Pio IX.
Nello Stato pontificio, del resto, tutte le condanne a morte si eseguivano consulto principe, ed è quindi inevitabile pensare che Pio IX abbia consapevolmente negato la grazia, sebbene la formula aulica reciti che i papi, quando venivano loro lette le sentenze di morte, non comandavano di eseguirle ma semplicemente non davano ordini «in contrario al corso della giustizia».
Di famiglia benestante, Girolamo Simoncelli aveva ereditato dal padre un avviato commercio di chincaglierie e coloniali, lo aveva continuato con successo e a un certo punto appare registrato tra i commercianti che partecipavano alla celebre fiera franca. Sul finire del regno di Gregorio XVI Girolamo Simoncelli aveva quasi trent’anni. Assieme a tanti era fervido di sentimenti patriottici: non sorprende quindi che la nomina al soglio pontificio di Giovanni Mastai Ferretti, il suo concittadino che prese il nome di Pio IX, lo abbia visto tra gli organizzatori di feste e spettacoli teatrali in onore del nuovo papa. Quando poi venne istituita la Guardia Civica, Simoncelli vi si arruolò, venne eletto tenente (poi capitano) e più tardi partecipò alla campagna del Veneto. Severini esamina in dettaglio l’impegno politico di Girolamo Simoncelli, che non venne meno neanche quando l’«illusione» di Pio IX si appannò e poi si spense. Simoncelli fu vicepresidente del Circolo Cittadino e poi Popolare di Senigallia, rappresentò la sua città all’assemblea dei circoli tenutasi a Forlì il 13 dicembre 1848 e poi all’assise che gli stessi circoli tennero in Ancona il 7 gennaio 1849. La svolta fatale nella sua vita fu l’assunzione del grado di tenente colonnello della Guardia nazionale senigalliese, conferitogli per votazione il 26 marzo 1849, che fece di lui la massima autorità militare della città.
Una città nella quale, intanto, si era formata una congrega facinorosa e aggressiva, formata da scellerati che con violenze e omicidi avevano imposto un clima di terrore. Simoncelli fece quello che poteva, mise anzi a rischio più volte la propria incolumità per impedire delitti e placare situazioni difficili. La sua fu, sostanzialmente, una lotta nobile ma solitaria: né la Guardia nazionale, di cui era il comandante, né il Circolo popolare di Senigallia, espressione dei patrioti senigalliesi, osarono contrastare la Compagnia infernale o lo fecero troppo timidamente: singolare il confronto con la vicina Pesaro, dove la borghesia patriottica tenne invece saldo il controllo della città e represse l’insorgere di fenomeni di ribellismo popolare e anarcoide con metodi spicci ma efficaci. Ma alla fine la condanna capitale del 31 dicembre 1851, che punì quei faziosi violenti, colpì anche Girolamo Simoncelli, che si era invece consegnato spontaneamente al giudice commissario pontificio il 3 agosto 1849, convinto di non aver nulla da rimproverarsi.
I fatti di sangue che funestarono Senigallia tra 1848 e 1849 sono tanti e già noti. Qui preme rilevare, e Severini lo fa tramite un’addizione documentaria finora trascurata, che le principali imputazioni che vennero mosse al Simoncelli furono: connivenza con gli assassini per aver, quale vicepresidente del Circolo popolare, sottoscritto un manifesto pubblicato dal circolo stesso a fine febbraio 1849, che sostanzialmente avallava l’operato della Compagnia infernale e per aver arrestato il 9 maggio 1849 i fratelli Bedini e alcuni parenti del papa (Filippo Giraldi, Paladino Mercuri Arsilli e sua moglie Virginia Mastai, sorella del papa) in rappresaglia all’arresto di un parlamentare municipale a Bologna; la devastazione dell’ufficio del governatore, avvenuta il 1° marzo 1849; infine la partecipazione all’eccidio di alcuni detenuti nella rocca di Senigallia il 12 aprile 1849.
Severini smonta le imputazioni. È ben vero che gli arresti ci furono, ma furono eseguiti a scopo cautelativo nell’imminenza dell’invasione straniera – ce n’era ben ragione, visto il clima nella città misena – e gli arrestati stessi furono trasferiti in Ancona; le traversie che qui subirono, durante la detenzione e al momento della liberazione, sono al di là di ogni responsabilità del Simoncelli; sul famoso manifesto redatto da Luigi Mercantini e sottoscritto da Simoncelli assieme a tutti i membri del circolo, Severini esprime inoltre qualche dubbio non avendolo trovato in originale ma solo citato nel ristretto fiscale del processo. Quanto all’invasione degli uffici del governatore, il governatore stesso dichiarò ripetutamente che il Simoncelli era stato l’unico argine a maggiori disgrazie, ma la sua dichiarazione – e quelle di altri – vennero ignorate. Più incerto lo snodarsi dei fatti il 12 aprile 1849 nel forte di Senigallia, ma anche qui può forse essergli imputato di non aver potuto impedire l’eccidio, certo non di averlo fomentato e tantomeno eseguito: «molti onesti cittadini, senza nomarli, sanno che io vi sono stato [alle carceri] per fine di bene e non per far commettere il delitto, ed anzi essi hanno voluto che io vi andassi acciò potessi distogliere, se fosse stato possibile, dalla mente di coloro simile orrendo divisamento», scriveva nel 1851 Simoncelli prigioniero alla fidanzata Carlotta.
La seconda parte del volume tratta la memoria della condanna e della mancata grazia, dai giorni successivi alla fucilazione fino ai tempi recenti: «Nella memoria collettiva si operò una lacerante separazione che sarebbe sopravvissuta al mutare delle epoche e dei regimi, all’evoluzione dell’opinione pubblica e all’affermazione dei mass-media, agli stessi episodici tentativi di approdare ad una pacificazione reale con il passato; la comunità senigalliese avrebbe sempre preferito la divisione e l’antitesi, alternandole semmai con l’oblio e la rimozione totale», afferma Severini (p. 66). Un culto della memoria del martire è già segnalato negli ultimi anni del dominio pontificio e durante la stessa visita di Pio IX alla sua città del 1857; l’eco dei fatti senigalliesi, del resto, a quel punto aveva trovato una sponda in Victor Hugo, che nel 1856 li aveva citati in un famoso appello. Viene descritto l’impegno di Raffaele Simoncelli, fratello di Girolamo, nel raccogliere testimonianze a favore del giustiziato, sono esaminati gli scritti di Achille Gennarelli, Mariano D’Ayala, David Silvagni, Giuseppe Leti, Palermo Giangiacomi, che giudicarono Simoncelli un martire, certo non un assassino; si ricorda che la demolizione del ghetto nel 1889 portò alla costituzione di un piazzale che a furor di popolo venne chiamato «piazza Girolamo Simoncelli», nome che serba tuttora; si ricorda infine il grande lavoro di Augusto Bonopera, che pur pervaso da un anticlericalismo militante ha il grande merito di un esame meticoloso e autoptico delle carte d’archivio. Sul versante cattolico, dove si segnalano gli scritti di Antonio Leanza, Edoardo Soderini, Filippo Crispolti, Angelo Mencucci e infine di Alberto Polverari, cresceva il culto di Pio IX – il cui esito finale è stato la beatificazione nell’anno giubilare 2000 – e ben si capisce come le due memorie confliggessero, al punto che l’erezione di una lapide in onore di Girolamo Simoncelli nel 1952 mosse «La Voce misena» ad argomentare contro i «cippi anticattolici».
Resta un problema di fondo. A favore di Girolamo Simoncelli, quando da detenuto era sottoposto a processo inquisitorio segreto, si raccolsero decine di testimonianze, e non di poco conto. Teresa Mastai Giraldi, sorella di sua santità, scrisse che «l’intero paese» ne reclamava la grazia, nella convinzione che Simoncelli non avesse partecipato a delitti e che semmai era stato presente a qualche misfatto solo per tentare di impedirlo; decine di senigalliesi – nobili e benestanti – affermarono che aveva difeso «questa misera patria da assai maggiori mali»; il governatore distrettuale (i cui uffici erano stati invasi) testimoniò che Simoncelli aveva strenuamente difeso lui stesso e le carte segrete; diversi passi furono fatti a Senigallia presso il cardinal vescovo Lucciardi e a Roma per perorare la grazia. Ma questa non venne: perché?
Nel 1804, in occasione della fucilazione del duca d’Enghien era circolata una cinica boutade (attribuita perlopiù a Charles Maurice de Talleyrand), secondo la quale l’uccisione del duca in violazione del diritto internazionale era stata peggio di un crimine, era stata un errore (C’est plus qu’un crime, c’est une faute). Anche l’uccisione, ancorché per vie legali, di Girolamo Simoncelli potrebbe essere stata un drammatico errore. Ma in senso letterale. Nell’agosto 1852, mons. Ceruti, vicario del vescovo di Senigallia, fece sapere che la grazia era stata concessa; poi il graziato risultò essere tal G. [Gaetano] Simonetti. Quando ci si accorse dell’errore si era ormai nell’imminenza del supplizio. C’è da chiedersi se questa non sia la chiave dell’enigma: non un equivoco, ma un incredibile sbaglio della curia romana per la quasi omonimia. Il Simonetti aveva partecipato all’eccidio di alcuni detenuti nel forte, l’episodio più feroce del periodo: perché avrebbe dovuto essere graziato? E invece lo fu. Girolamo Simoncelli invece, nonostante le testimonianze autorevoli in sua difesa, venne mandato a morte.
C’è da chiedersi se non sia potuto accadere un errore puro e semplice, sebbene sconvolgente: un equivoco non del vescovo ausiliare – come si è creduto – che avrebbe letto male il nome, ma della curia pontificia che graziò la persona sbagliata. Un qui pro quo assurdo, questo sì peggiore di un crimine, che poi però non si poté ammettere, né nell’immediato né mai più, e che quindi la pars catholica ha difeso strenuamente nei decenni.
Certo è che sulla vicenda Simoncelli le posizioni ancora si irrigidiscono, sembra impossibile una memoria condivisa.
Il volume di Marco Severini offre nuovi documenti e nuovi spunti per meditare su fatti lontani un secolo e mezzo, eppure così vicini che ancor oggi è difficile parlarne con animo libero da turbamento.