[display_podcast] (voce di Luca Grandelis)

Nina Nasilli, TRA·DIS·CO trame di disprezzo coerente e licantropo
(Book Editore – Poesia, 2010, pp. 103, € 14,50,
ISBN 978-88-7232-654-1)

Nina Nasilli è un nome d’arte, e questa è già una prima indicazione importante per tentare di orientarsi nel dedalo del suo esercizio poetico. L’artista nasce a Rovigo nel 1968; a sette anni scrive le sue prime poesie; nel 1992 conclude il suo ciclo di studi a Padova, una laurea in lettere antiche col massimo dei voti. Seguono anni di profonda inquietudine, dove l’urgenza espressiva la porta a dipingere le proprie liriche. Espone a Gand, Parigi, Madrid, persino in Australia, Singapore, Shangai e New York.
Se è piuttosto comuneper il critico accostare l’artista ad un demiurgo che crea universi paralleli con la propria materia sensibile e l’uso specializzato e virtuoso delle tecniche acquisite, il paragone è tanto più ficcante nel caso di Nasilli. TRA·DIS·CO è infatti un ecosistema in perfetto equilibrio con i mondi che, contigui, lo alimentano ed irrorano di una luce obliqua che ne accentua forme e volumi, pieni e vuoti, barbagli ed ombre.
C’è un desiderio (quasi) puerile e (quasi) infantile nella simmetria ordinatrice delle poesie di questa raccolta, nelle epigrafi o «dichiarazioni d’intenti» che presiedono ciascuna sezione, nelle fila ordinate (come un corpo di legionari stanziato lungo cardi e decumani) dei componimenti – nella prima sezione gli incipit col tra, quelli col dis nella seconda e i co nella terza. Ma l’ordine è solo apparente; l’armonia incantatrice di queste parole/immagini ha il fascino di una sirena che seduce e fa perdere la bussola. Dietro e sopra la bellezza dei versi e il loro rincorrersi giocoso avvertiamo il dolore e la sospensione, una mai sopita melanconia, come in un disegno di Chagall o di Mirò: «Discolpa è la cifra/ di quel ‘a mia’ che non si dice/ ma è sempre sotteso e preme/ invincibile e teso/ – incurabile stento -/ nel buio tormento/ brulicante ed opaco/ che trepida dietro/ a quello degli occhi/ fondo indistinto:/ perdonati se puoi/ l’anima mala/ l’anima strana».

Non c’è una volontà deliberata nella poesia di Nina Nasilli. Nina è come un’antenna pronta a captare, a ricevere i segnali di inaspettate quanto disarmanti epifanie del quotidiano, a riverberare le proprie percezioni e sentimenti. Sul piano formale la parola è invece consapevolmente ricercata, creata ex-novo, svincolata e depurata dei suoi referenti semantici e del suo impiego prosaico e strumentale per mettere il sale sulla coda di una verità intensamente avvertita quanto misteriosa e proteiforme. Ma lasciamo parlare l’interessata: «(…) credo che sempre per avvicinarci alla verità dobbiamo amplificare, confondere e attivare tutti i nostri sensi, credo che per coglierla dobbiamo riprendere confidenza con l’immaginazione che crea le cose, credo che a causa della fatica talvolta frustrante di questa ricerca di verità sia nato il linguaggio, sia nata la filosofia, come a coprire il vuoto e tessere una rete per attaccarsi e raggiungere le estreme parti dell’affollato mondo dei pensieri, sempre affollato.»

Determinante, per Nina, l’incontro, nel 1996, con Ottiero Ottieri, una delle figure letterarie più significative del Novecento, al quale il libro è dedicato. Ottieri, figura singolare ed extra-ordinaria, tesse le lodi della sua scrittura in Nuovi argomenti, diviene mentore e spirito guida di Nina – il nome di lei è quasi una sua derivazione adenoidale, nella medesima replicazione e scansione sillabica, sorta di scherzo nenia o filastrocca. Ad Ottieri non è sconosciuta l’attitudine squisitamente post-moderna al ludus, al gioco e al ritornello musicale, come non difetta alla talentuosa Nina. Traslato/ Ai margini/ di sé/ il potere tragico/ e comico/ della parola -/ il suo naturale/ aspetto/ mescola gli effetti/ e i nessi causali:/ antidoti fasulli contro il tempo/ necessari alla vita per respirare. Sono agili e brevilinee le poesie di questo libello; versi sciolti che si contano su due mani, più un distico finale, congedo e insieme invito a voltar pagina, a reiterare il bisogno di dire ancora, di ri-suonare, perché di voci e risonanze è composto TRA·DIS·CO, silloge dove «le parole hanno per qualche istante preceduto le cose, senza sostituirle». Parola di Nina Nasilli.