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In quella giornata afosa di luglio l’antico palazzo Grimani situato in una delle vie meno frequentate di Vicenza, pareva deserto e addormentato. Le finestre che davano sulla strada erano chiuse ermeticamente…
Durante tutta la giornata precedente, il mio compagno non aveva fatto che agitarsi e andare e venire per la casa, accarezzandosi il mento, corrugando le ciglia, colmando ed esaurendo la sua pipa, assolutamente sordo alle mie domande ed osservazioni. Man mano che comparivano gli erano stati spediti tutti i giornali, ma non vi aveva gettato che un’occhiata.
Come di consueto, Cutt-Hardy si era seduto sulla sua ampia poltrona (il laboratorio delle sue indagini, come egli la chiamava), coi piedi appoggiati, sul marmo del caminetto, ed aveva incominciato ad abboccare la prima delle sue infinite sigarette che fumava durante la narrazione.
Un giorno si giocava a carte da Narumov, della guardia a cavallo. La lunga notte invernale passò inavvertitamente; ci si mise a cena dopo le quattro del mattino. Quelli che erano rimasti vincitori mangiavano con grande appetito; gli altri stavan seduti nella loro distrazione davanti alle stoviglie vuote.
Non ho mai capito bene come io sia arrivato alla mia inerzia attuale, io che durante la guerra ero considerato in città come un uomo molto operoso. C‘è mio nipote Carlo che consultai anche su questo punto che pure anch‘esso riflette sulla mia salute, e mi disse che facevo bene di stare tranquillo e che avrei ripreso il mio lavoro alla prossima guerra mondiale.
Sull’aia liscia e soda come un tavolo di marmo, saliva il fresco della sera. Ai piedi di una collina, quando il sole è appena calato dall’altra parte, la terra pare schiarirsi di luce propria, una luce fresca e silenziosa, che esce dai sassi e dalle cose nude.