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Giacomo Holroyd era l’uomo addetto alla vigilanza delle tre dinamo dell’officina di Camberwell, che comunicavano la forza motrice alla vicina ferrovia elettrica. Giacomo Holroyd, ottimo elettricista, ma gran bevitore di whisky, fisicamente era un omaccione tarchiato, dai capelli rossi e dai denti irregolari; moralmente: un poco di buono che metteva in dubbio l’esistenza di Dio e non riconosceva altra divinità all’infuori della forza e della brutalità.
Risalivo la strada della collina e gli antichi scenari di verde e di muriccioli, via via che sorgevano alle svolte, mi parevano finti. Tanto tempo ne ero vissuto lontano ripensandoci appena in certi istanti svagati, che la loro attualità materiale mi faceva ora soltanto l’effetto di un simbolo del passato.
Nella nobile città di Burgfarrubach un piccolo spirito maligno faceva da un pezzo questo curioso scherzo: quando un sacerdote, chiamato per scacciarlo dalla casa che metteva a soqquadro, procedeva nell’esorcismo, non ne aspettava il compimento; scappava via troppo presto, lasciando l’esorcista con un palmo di naso. E appena era al nuovo luogo e un altro esorcista arrivava con le benedizioni, le maledizioni e gli scongiuri — fst! —, esso ripeteva il giuoco.
Affari importanti mi avevano costretto a rimanere quasi tutto il santo giorno alla «Chancery Lane.» Erano le nove di sera, e francamente ne avevo abbastanza di lavorare, tanto più che il capo incominciava a dolermi.
Trafelati, ansanti, per far piú presto, quando furono sotto il borgo, — sú, di qua, coraggio! — s'arrampicarono per la scabra ripa cretosa, ajutandosi anche con le mani — forza! forza! — poiché gli scarponi imbullettati — Dio sacrato! — scivolavano.
L'UOMO DAL FIORE: Ah, lo volevo dire! Lei dunque un uomo pacifico è… Ha perduto il treno? L'AVVENTORE: Per un minuto, sa? Arrivo alla stazione, e me lo vedo scappare davanti. L'UOMO DAL FIORE: Poteva corrergli dietro!