(voce di Luca Grandelis)

Ennio Remondino, reporter RAI che ha dedicato la sua intera vita professionale al giornalismo investigativo e agli scenari di guerra (oltre agli intrecci fra mafia e politica, passando per le inchieste sulla P2 e sulle brigate Rosse), è uno dei volti più noti della cronaca estera. In pensione dal 2010, ha scritto tra l’altro Niente di vero sul fronte occidentale. Da Omero a Bush, la verità sulle bugie di guerra (ed. Rubbettino), Senza regole. Gli imperi televisivi all’assalto dell’Europa (ed. Riuniti), La televisione va alla guerra (ed. Sperling & Kupfer).

Vent’anni fa la guerra nella ex-Jugoslavia. Perché?
Ci sono state molte guerre nella ex-Jugoslavia; ognuna di queste aveva motivi formali, diversi da caso a caso, ma tutti riconducibili alle motivazioni «classiche» di ogni guerra: essenzialmente la rivendicazione del possesso e del controllo di un territorio o da parte di una nazione o da parte di una etnia. Il tutto favorito a suo tempo da sussulti nazionalistici che si erano rinvigoriti con la caduta del muro e delle ideologie: venendo meno la visione del mondo di due blocchi contrapposti e in qualche modo omogenei (ciascuno al proprio interno), sono emerse le singole identità culturali, linguistiche, religiose, abilmente usate da alcuni manipolatori a fini strumentali.

E com’è stata la guerra nei Balcani vista da vicino?
Ci sono stati dei passaggi terribili. Vorrei ricordare ai lettori che la vicenda di Bosnia ha rappresentato il maggior massacro avvenuto nel cuore dell’Europa dai tempi della Seconda guerra mondiale: stiamo parlando di 100.000 morti e di oltre 1 milione di profughi costretti a fuggire dalle proprie città (a causa della tristemente famosa «pulizia etnica», come la chiamavamo noi giornalisti). Ciò che risultava inimmaginabile, alle soglie del 2000, accadde; e noi, popoli civili, occidentali, anche italiani, abbiamo assistito stupiti e fondamentalmente impotenti. Quella di Bosnia è stata senza dubbio la pagina più buia della storia contemporanea, non solo dei Balcani ma di tutta l’Europa.

C’è la tendenza a ridurre storie come questa a figure criminali come quella di Milosevic. È davvero tutto qui?
Assolutamente no. Credo che le ragioni di quanto accaduto siano innanzitutto culturali e politiche; come accennavo nella prima risposta, c’è chi ha cavalcato deliberatamente l’area del nazionalismo e dell’identità, che affonda le radici nelle aspirazioni dell’800 e che purtroppo – giunta fuori tempo massimo – ha trovato espressione in forme selvagge. Chiaramente la struttura nazionalistica gestita da Milosevic e da tutti quelli che ha avuto intorno (e che non dovremmo mai dimenticare, per evitare di ricondurre tutto al singolo «cattivo» di turno: nei Balcani di «cattivi» ce ne sono stati tanti, tantissimi) aveva l’obiettivo di cavalcare l’onda dell’identità, in particolare religiosa, per conquistare un proprio spazio di potere. L’Europa, allora ancora più impotente di oggi (oggi è in crisi economica; allora era in crisi di indirizzo politico), ha assecondato gli interessi statunitensi, che probabilmente erano diversi da quelli europei; alla fine, ci si è trovati con schieramenti diversi che cambiavano continuamente bandiera a seconda dell’affare del momento, con le popolazioni che hanno pagato il disastro sulla propria pelle.

All’epoca abbiamo assistito con sgomento al fatto che l’odio etnico e religioso, nel giro di un paio di settimane, è riuscito a soppiantare amicizie e intese pluridecennali. Com’è stato possibile questo improvviso capovolgimento?
È acclarato intanto che l’operazione è stata ampiamente strumentale: non c’erano veri motivi di disaccordo tra popolazioni che ormai parlavano una lingua comune e in buona parte assimilata (il «serbo-croato», veniva definita), con programmi scolastici omogenei e che vivevano da lungo tempo la dimensione religiosa in libertà e con un diffuso laicismo (dovuto alla politica «socialdemocratica morbida» di Tito, per capirci). Quindi, i motivi di scontro si è dovuti andare a cercarli a bella posta, ripescando lo scisma cristiano dell’anno mille e la conversione dei musulmani di cinquecento anni prima. Si è trattato di autentiche forzature, soprattutto all’inizio; poi va da sé che l’odio, una volta innescato, genera altro odio. Questo per la parte slava. Più delicata la questione in Kosovo, vittima di un atavico retaggio di torti e prevaricazioni incrociati tra slavi e albanesi; ma qui parliamo di popoli e culture realmente diversi.

Che ruolo ebbero in questa vicenda la NATO, l’Europa e in particolare l’Italia?
Credo che la NATO sia stata lo sceriffo armato delle Nazioni Unite soltanto nella guerra in Kosovo; non è stata chiamata in causa nei quattro anni degli scontri di Bosnia. In molti casi entra in partita per volontà americana e senza una deliberazione del Consiglio dell’ONU. Per rimanere nel gergo, diciamo che si è trattato sovente di partite truccate sul piano internazionale. Al ruolo della NATO abbiamo già accennato: oltre due mesi di bombardamenti ininterrotti, sono stati sganciati sulla ex-Jugoslavia più ordigni che su Dresda nella Seconda guerra mondiale. Con un risultato, direi, abbastanza limitato: l’odio etnico non è stato superato, il Kosovo è diventato una sorta di «terra di nessuno», i cui problemi sono stati solo rinviati. Per quanto riguarda l’Italia, l’aver aderito a quella che reputo l’opzione di interesse statunitense più che europeo, probabilmente non è stata una scelta felice.

C’è il rischio di ritorni di fiamma in quelle regioni, o possono essere considerate relativamente stabili?
Non sono stabili innanzitutto dal punto di vista economico: la situazione è critica lì come in tutta l’Europa, con la differenza che quesi Paesi partivano già da una situazione di povertà, che ora va aggravandosi. Un mio amico di Belgrado mi raccontava giorni fa che, sì, in Grecia se la vedono brutta: un giovane greco che lavora come barista prende 500 euro al mese. Ma in Serbia, il fortunato operaio che lavora alla FIAT ne guadagna 300; col problema che il prezzo della benzina è lo stesso, sia a Belgrado sia ad Atene. Vi è insomma un’ampia fascia di territorio (penso soprattutto a quella intorno al Kosovo) che è instabile sia politicamente, sia economicamente. Fanno forse eccezione la Slovenia – ormai sostanzialmente integrata nel tessuto europeo – e in parte la Croazia, alla quale restano non di meno grossi problemi finanziari. Il mio personale timore è che la ex-Jugoslavia, pur nel cuore dell’Europa, venga a trovarsi una volta di più ai margini: in un’instabilità economica che può degenerare in instabilità politica.

L’Europa nel suo complesso è al sicuro da problemi del genere, oppure il rischio è all’orizzonte?
Le condizioni di conflitto armato in quelle zone sono limitate, nel senso che l’unica zona ancora turbolenta è essenzialmente quella del Kosovo. Nel resto dell’area i sussulti nazionalistici sono fortunatamente confinati e non trovano rappresentanze politiche in grado di cavalcarli. Sarei sereno per il prossimo futuro; se di nuovi scontri si dovesse cominciare a parlare, per intenderci, non sarei più io a raccontarne.

Ha calcato per anni il suolo balcanico raccontando in presa diretta gli eventi. Com’è il giornalismo in zone di conflitto?
È un giornalismo basato su tre regole. Prima regola: cercare di sopravvivere. Seconda regola: cercare di non fare il tifoso. Terza regola: non fidarsi mai delle impressioni in bianconero del tipo «tutti buoni o tutti cattivi». Da qualunque parte ti trovi, non devi dimenticare mai di essere al fronte, cercando di capire le ragioni di entrambe le fazioni e il loro sostrato fatto di stilli di vita e storie secolari. Rifuggire dalla tentazione di fare da arbitri; se possibile, cambiare ogni tanto fronte, per vedere le cose nella maniera meno parziale possibile. Una regola generale per noi giornalisti è infine quello di raccontare le cose nella maniera più comprensibile per l’ascoltatore (mentre spesso si predilige l’interesse dell’editore).

Ha toccato con mano l’orrore della guerra. Due parole al riguardo ai nostri lettori.
La guerra è un orrore, da tutti i punti di vista: da vicino, da lontano, in tv, sui libri di storia. Ne sono convinto e avrei poco da aggiungere al riguardo.

Per concludere con l’attualità: c’è stata un’aspra polemica, che ha coinvolto le forze politiche e la società civile, sulla parata militare del 2 giugno e sull’opportunità di sopprimerla devolvendo i fondi alle vittime del terremoto in Emilia.
Alcune sensibilità hanno indubbiamente ragione a chiedere che quei soldi vengano utilizzati a fini diversi dalla parata militare (che comunque è stata significativamente ridotta rispetto al passato). Capisco d’altro canto le ragioni del Presidente Napolitano circa la necessità di ribadire, proprio in momenti come questo, l’unità nazionale, anche in forme simboliche come quella. C’è infine sempre un po’ di demagogia in questi appelli della serie «niente fiori, opere di bene»: a ben vedere, credo si stia parlando di un milione e mezzo di euro, cifra irrisoria di fronte alle necessità dell’emergenza sismica e della ricostruzione. Personalmente sarei dunque per l’abolizione della parata (che rimanda a uno stile che una volta era di destra, mentre oggi sembra appartenere tanto agli uni quanto agli altri), ma ritengo sterile la polemica che vi si è innescata. Francamente dedicherei maggiore attenzione a fare chiarezza sulle guerre italiane ancora in corso, che continuiamo a chiamare «missioni di pace» ma dove giovani militari continuano a morire vittima delle armi. Ancora oggi, come nei Balcani e come nella storia di sempre, la guerra e la menzogna camminano a braccetto.