[display_podcast] (voce di Luca Grandelis)

Gilles Deleuze parlava, a proposito di Kafka, di «letteratura minore»: non già, ovviamente, nel senso di una letteratura di rilievo e valore trascurabili, né di una letteratura che si esprimesse in una lingua minoritaria; ma, al contrario, nel senso di una letteratura che esprimeva, all’interno e dall’interno di una grande lingua nazionale, maggioritaria, solenne, consacrata, legata al «grande stile» di una tradizione secolare, un punto di vista particolare, defilato, straniero, allotrio, ma proprio per questo libero e rivelatore.

È il caso di Idolo Hoxvogli (Introduzione al mondo, Scepsi e Mattana, Cagliari 2011), nato in Albania ma da sempre italiano, per cultura e formazione, eppure connotato, nella sua esperienza e nella sua visione, dallo sguardo errante, dalla gamma cangiante di percezioni e di significati, dal wandering meaning direbbe Harold Bloom, dello straniero, anche se straniero nella sua stessa patria, d’adozione eppure essenzialmente, quasi archetipicamente originaria.

Come in Kafka, e come nella «letteratura minore», l’autore adotta una prosa limpida, nitida, esatta, e nel contempo, a tratti, evocativa, baluginante, epifanica, segnata da una pregnanza che la stessa esattezza della scrittura fa maggiormente risaltare, come risonanza segreta che salga dall’abissale profondeur de la surface.

Del resto, «le radici sono nel futuro». La tradizione e l’identità, invertendo, anzi accelerando, il corso del tempo, sono collocate non in un passato mitico, o in un elusivo e forse mistificante eterno ritorno, ma in un oltre, un’ulteriorità, un dover essere (o dover-divenire). «Civiltà e barbarie», creazione e distruzione, nell’ambiguo e spesso cruento crogiolo della storia, possono coesistere (si pensa alle riflessioni di Thomas Mann sulla Kultur, spietatamente istintuale, opposta alla freddamente razionalistica civilizzazione). «Agli sconfitti rimarrà il proprio cadavere violato, ai vincitori un arco di trionfo che tramanderà la memoria».

«Tutti apparteniamo a un’altra riva, e questo ci unisce». L’identità è alterità; il noi si precisa e si definisce in rapporto all’altro, e viceversa.

«Ora che si conosce il prezzo di tutto e il valore di nulla, proprio ora questa vita in equilibrio fra nulla e nulla, proprio questa vita sembra essere nulla».

«Il nulla nulleggia», si direbbe con Heidegger.

L’essenzialità della scrittura ‒ qui, però, fitta di bisticci e di paronomasie ‒ riflette la reificazione del mondo, e nel contempo la notomizza e la strania. Una frenetica e vacua ed ebete «Allegria», un insensato entusiasmo (come l’autore rivela in diagrammi a tutta pagina che fanno pensare alle parolibere futuriste ‒ e proprio il Futurismo, è stato osservato, con la sua ossessione della materia e della macchina, prelude alla logica del postmoderno) alimentano la multicolore, sterile ed insensata parata del consumismo.

Ogni redenzione sembra impossibile. Come scrive l’autore echeggiando Benjamin, «Macero è il legno della croce. L’anima del Messia non è arroventata dalla fiamma divina».

Introduzione al mondo, è il titolo del libro. Ciò parrebbe suggerire ‒ pur se, chiaramente, in un’ottica ironica, distopica, antifrastica ‒ la presenza di una delle cosiddette «opere-mondo», ormai tramontate ed impossibili; di uno di quei vasti ed organici, per quanto polifonici o dissonanti, sguardi gettati sull’immenso ed entropico regno dell’umano e dell’esistente.

Ma la stessa interpretazione, la stessa visione di quel mondo è tremula, cangiante e sfaccettata come la superficie del mare; non è uno specchio uniforme e piano, ma piuttosto un prisma labirintico e cangiante. «L’indeciso spicchio di mare da che parte deve volgere le onde? (…) Lo spicchio di mare ‒ l’interpretazione ‒ deve essere fatto proprio». «La barca deve essere buttata a riva, o naufragata, affinché possa essere ammirata interamente».

Lo spicchio di mare che rappresenta lo specchio, traslucido e insieme diffratto, dell’interpretazione è quell’esile lembo d’Adriatico che divide l’Italia dall’Albania (e, per l’autore, la sua vera patria culturale dall’origine prima, remota, dalla quasi prenatale Arché donde sgorga il suo indelebile nome che è essenza e destino, quasi nomen omen) ‒ quel millenario immateriale ponte di venti e d’acque attraverso cui, forse, in un passato fra storia e mito, i Pelasgi recarono con sé le radici della civiltà italica.

Ma, come detto, le radici sono nel futuro. E nel futuro soltanto potrà forse ricomporsi e ridefinirsi un’identità polifonica, nel dialogo, rivelatore e insieme straniante, definitorio e insieme alienante, del Sé e dell’Altro.