(voce di SopraPensiero)

 

(di Agatha Orrico)

Provate a immaginare di vivere in una comunità di contadini e allevatori, proprietari di una casa e di un terreno, o di una fattoria, ereditata dal papà o dal nonno. Un giorno arriva qualcuno di estraneo che, senza alcun motivo al di fuori di un chiaro intento di sopraffazione, si prende tutto per pochi spicci. In cambio costruisce una sfilza di baracche in un’area desertica e maleodorante, fatta di sterpaglie sotto al sole, dove mancano acqua e strutture igieniche e sanitarie, e vi costringe con la forza a vivere lì.

Ci sarebbe poco da stare allegri.

Ecco, quello descritto sopra è quanto accaduto agli abitanti della Namibia.

Ma non è tutto.

A causa della vostra pigmentazione, dovete entrare dalle porte di servizio, camminare su di un marciapiede a parte, sedervi a parte, Insomma, dovete starvene sempre da un’altra parte. In casa vostra.

Chi non avesse ben presente quello che i colonizzatori tedeschi hanno fatto in Namibia ai tempi della spartizione delle colonie, in termini di distruzione, apartheid e cattiveria in genere, può andare a rileggersi il mio articolo “Namibia anticamera dell’Olocausto” dove trovate la verità senza filtri su quanto accaduto. E se qualcun’altro pensa che questi siano fatti del passato, beh si sbaglia. Quello di cui parlo in apertura accade oggi, nel 2018, oggi che l’apartheid dovrebbe essere stato sconfitto, oggi che il colonialismo viene dichiaratamente definito acqua passata. Ma così non è, non in Namibia, non in Sudafrica, non in gran parte dell’Africa.

In Namibia risplendono sotto al sole le bellissime dune desertiche a picco sull’Oceano Atlantico, i parchi nazionali popolati da incredibili animali della savana, le raffinate architetture del passato. Ma c’è dell’altro.

Basta addentrarsi nel centro della capitale Windhoek fatto di gioiellerie che espongono preziosissimi diamanti, ville faraoniche e negozi sfarzosi, contornati da frivolezze e gli immancabili vasi di fiori che nemmeno a Schwering in Germania…e naturalmente chiese protestanti in puro stile teutonico. Insomma, l’esibizione sfrontata di una architettura di tipo coloniale che fa sprofondare il namibiano medio in quell’era oscura dove lui era il servo e l’altro il padrone.

Vi sono, sparse qua e là, pacchianissime targhe commemorative che piangono quei “coraggiosi uomini, donne e bambini tedeschi, quei martiri caduti durante le rivolte e le guerre condotte dalla popolazione indigena locale”. Diosanto, leggetevi il mio articolo poi ne riparliamo.

Per non parlare dell’indecente Monumento Equestre (Reiterdenkmal), una statua inaugurata nel 1912 in occasione del compleanno dell’imperatore tedesco Guglielmo II, a riprova di un’inequivocabile fierezza germanica, che “onora i soldati e i civili che morirono nello schieramento tedesco della guerra Herero e Namaqua”.

Ma per la miseria! Onore a chi ha commesso il genocidio di un popolo, memoria fasulla ai campi di concentramento ante litteram, una cosa da far accaponare la pelle a chi prova ancora un briciolo di indignazione di fronte ad un tale orrore. Poco distante un negozio di oggettistica dove addirittura è possibile acquistare souvenir del nazismo.

A pochi passi dall’orribile Cavallo svetta una statua, la rappresentazione dell’ignobile farsa di un uomo e una donna con le catene spezzate che cita: “il loro sangue nutre la nostra libertà”, dove orde di turisti di ceppo germanico immortalano il must assoluto del loro favoloso tour dell’Africa del sud e delle loro vacanze da nababbi. Un esercito di vacanzieri senza memoria, che non viene minimamente sfiorato dal muovere una qualsiasi critica ai suoi antenati, né pare intenzionato ad un qualunque esercizio di coscienza (come se a Gorèe i turisti bianchi facessero la fila per immortalarsi sorridenti davanti alla statua di uno schiavista).

La tv di un bar locale passa le immagini di questo tedesco del quale non ricordo il nome, che si dichiara fiero di essere namibico perché qui ci è nato. Dice che quando va in Germania sente la nostalgia perchè lo assale il tipico mal d’Africa, e intanto sfoggia con fierezza la sua villa da 20.000 ettari di terreno, incurante che quelle terre siano state praticamente rubate a qualcun altro. Non ci pensa.

 

Ma la popolazione autoctona dove sta?

Allontanandosi dal centro storico, andando nell’entroterra, ecco che appare alla vista qualcosa di disturbante, una città nella città: l’enorme baraccopoli di Katutura sommersa da polvere e sterpaglie. Sapete cosa significa Katutura? “Il luogo dove non vorrei mai vivere”, c’è poco da far correre l’immaginazione. E’ il luogo del quale vi ho parlato sopra, quella famosa “altra parte”. Un’urbanistica dell’apartheid creata negli anni ’50 destinata ai cittadini “nonbianchi”, ai discendenti di quegli antichi popoli decimati, la rappresentazione del regime razziale che tiene segregata il 90% della popolazione a debita distanza dal 10% di tedeschi che si spartiscono le ricchezze ostendandole senza la minima vergogna.


Credo che una delle più crudeli invenzioni degli esseri umani sia l’apartheid, con la sua incosciente geografia della razza.

La Namibia – come del resto altri paesi africani – ha ancora le stimmate del tremendo incubo coloniale, vittima di una interminabile notte macchiata di sangue durata decenni. Anni di incidenti, rivolte, manifestazioni dei locali non sono serviti a mitigare questa separazione, repressa con ogni possibile mezzo. Gli autoctoni persero le loro terre, le loro case, l’essenza della loro stessa identità.
All’interno di queste township si creò una ulteriore segregazione tribale, data dalla mescolanza di differenti etnie (gli Owambo, i Kavango, gli Himba, i Damara) alle quali il governo degli afrikaner impediva di mescolarsi, per impedire agli autoctoni di unirsi in sommosse condivise contro i bianchi.

Il 1990 fu l’anno dell’indipendenza della Namibia, ma fu un’indipendenza sancita dal divieto di matrimoni tra bianchi e non-bianchi, quella delle panchine, dei marciapiedi, delle entrate dei negozi, dei quartieri separati.

Quello che posso dire sulla Namibia è che molti tedeschi hanno ancora il controllo dei grandi affari, che governano il paese, che hanno riserve di caccia e altre grandi proprietà immobiliari e imprese. E che non sembrano avere alcun rimorso. I tedeschi portano soldi in Namibia, certo, peccato che restino a loro. Servono a consolidare il loro potere. Perchè in questa parte di mondo lo schiavismo gode ancora di ottima salute.

 

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