(voce di SopraPensiero)

Il mondo del cinema e dello spettacolo piange la scomparsa di Paolo Villaggio, morto a causa di complicazioni dovute al diabete, uno dei più originali attori e scrittori della comicità italiana. Buona parte dei temi delle sue opere cinematografiche e letterarie è legata all’esperienza giovanile come dipendente della Cosider, un’importante industria impiantistica dove aveva conosciuto la rigida gerarchia aziendale e le sue conseguenze sulle condizioni degli impiegati, costretti a sopportare i capricci dei dirigenti. È sicuramente questo l’aspetto più interessante dell’opera di Paolo Villaggio, che ha saputo descrivere la realtà con acume e uno spirito comico quasi sempre cinico per testimoniare la sofferenza dei più umili, richiamando l’attenzione di registi come Loy, Comincini, Salce e Avati.

Uno dei suoi primi film, “Il terribile ispettore” di Mario Amendola del 1969, rappresenta l’arrivismo dei dirigenti pubblici raccontando la paradossale storia di un portantino d’ospedale, incapace anche di prendere il diploma di infermiere, che rubando la laurea a un medico suo omonimo riesce a diventare, tramite varie raccomandazioni, un affermato dirigente della Sanità. Nella pellicola emerge uno dei tratti della comicità di Villaggio meno conosciuti, la capacità di creare un personaggio che nella sua meschinità e malvagità sa far ridere.

Nel 1974 si avvicina a Luciano Salce e il primo risultato di questo sodalizio è “Alla mia cara mamma nel giorno del suo compleanno”, film che affronta il difficile tema del complesso di Edipo, di cui è vittima il protagonista interpretato dall’attore genovese, penalizzato dall’amore soffocante della madre. Quest’ultima nel finale uccide il figlio per evitare che la abbandoni per seguire la sua compagna.

L’anno successivo giunge sul grande schermo il ragionier Fantozzi, che fa diventare la comicità di Paolo Villaggio un fenomeno di massa e anche i romanzi da cui sono tratte le quattro fortunate pellicole iniziali, scritti dallo stesso Villaggio, hanno vendite inaspettate. I primi due film sono curati dalla regia di Luciano Salce, che in seguito viene sostituito da Neri Parenti.

Torna il tema più caro all’attore genovese, le conseguenze della gerarchia aziendale sui sottoposti più umili, in particolare sul povero Fantozzi, come tutti sanno vittima di soprusi e rilegato ai margini della società. La storia del disgraziato ragioniere viene raccontata con una comicità cattiva, che non perdona nessuna sua mancanza e non pone alcun freno allo strapotere dei nemici nel determinare il suo triste destino.

Mentre lavora alla serie di Fantozzi, Villaggio ha la possibilità mettere alla prova con altre produzioni il suo poliedrico modo di fare cinema, capace di raccontare la mediocrità umana sotto molteplici forme. Con “Professor Kranz tedesco di Germania” di Salce ripropone uno dei suoi personaggi più fortunati degli esordi, ma cambiandone radicalmente gli aspetti caratteriali: dall’aggressivo e antipatico Kranz della trasmissione anni sessanta Quelli della domenica, a una versione umile e sfortunata. In “Dottor Jekyll e gentile signora” di Steno il classico di Stevenson permette all’attore genovese di unire i due volti della sua comicità, malvagio e incapace contrapposto a buono e dimesso. Con “Rag. Arturo De Fanti, bancario precario” di Salce Villaggio torna ad affrontare i problemi, nella fattispecie a livello economico, della classe impiegatizia.

Nel 1981 compare l’alter ego di Fantozzi, “Fracchia la belva umana” di Neri Parenti, un altro dipendente sottomesso, che si trova a vivere nel terrore a causa della sua inspiegabile somiglianza con un rapinatore pericolosissimo, nascosto in casa sua per sfuggire alla polizia. A Fracchia si affianca il giornalista Giandomenico Ciottoli, protagonista di “Ho vinto alla lotteria di Capodanno” sempre di Neri Parenti del 1989, talmente sfortunato da non riuscire a godersi nemmeno la sua vincita per la perdita del biglietto. Intanto Villaggio continua a sperimentare vari modi di fare comicità, con film spesso commerciali fatti per il grande pubblico, lavorando insieme ad altri pilastri del cinema italiano come Lino Banfi, Enrico Montesano, Renato Pozzetto e Cristian De Seca, e proseguendo parallelamente la saga di Fantozzi, con risultati apprezzabili ma ormai ben lontani dallo spessore delle prime pellicole.

Di questa lunga serie fa parte uno dei film meno conosciuti del comico genovese, ma estremamente interessante non solo per i contenuti, ma anche per lo stile di narrazione filmica. “Fantozzi contro Fantozzi” diretto da Giancarlo Santi, dove però il ragioniere non compare mai. Infatti il titolo originale della pellicola era “Quando c’era lui…cara lei” (il nome del celeberrimo personaggio venne probabilmente sfruttato a scopo pubblicitario). È un’aspra critica al regine fascista, attraverso l’atteggiamento comico e inconcludente del suo leader. Quest’ultimo viene sempre ripreso di spalle, come se non avesse una personalità, ma fosse solo un simbolo degli ideali che lui stesso ha promosso per tenere in pugno la popolazione. Villaggio interpreta la parte di Beretta, un ex segretario del Duce, che diversi anni dopo la caduta del regime incontra due amici, tra cui un ex commilitone fascista, che hanno fatto carriera con la Prima Repubblica. Il film si articola in un lungo flash back; Beretta e i suoi amici vanno in un ristorante e iniziano a ricordare le gesta memorabili di Mussolini, in nome del motto “Quando c’era lui”, ma in realtà inizia una serie di scene intrise di una comicità demenziale, tra cui la sera quando il dittatore dà prova delle sue qualità erotiche facendo l’amore con un numero incalcolabile di amanti.

Cosciente che in queste poche righe sia impossibile riassumere tutti i risultati artistici dell’opera di Paolo Villaggio, spero che emerga almeno il valore dei contenuti delle sue pellicole e il carattere poliedrico di un attore che ha saputo descrivere gran parte delle emozioni dell’uomo moderno. Il comico genovese ha condotto un’analisi talmente attenta dell’animo umano, da divenirne un raffinato conoscitore, capace non solo di punire la mediocrità dei suoi personaggi, ma anche di provare per loro una compassione che non era pietà, ma chiara empatia.