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Paolo Ruffilli, L’isola e il sogno
(Fazi Editore, 2011, pp. 195, € 17,50 ISBN 978-88-6411-252-7)

«L’idea improvvisa di fermare la sua età e la vita: il sogno di restare ancorato dentro il tempo, lì sul mare fuori dal porto, in vista dell’isola felice. Come la nave dei feaci, bloccata in un eterno avvio, senza più arrivi e senza più partenze.»
Paolo Ruffilli realizza – in stato di grazia – un moderno, inconsueto ritratto di Ippolito Nievo trentenne, letterato e ufficiale che ritorna in Sicilia in missione speciale, col compito di raccogliere le carte e i documenti a garanzia del governo garibaldino; di lì a poco sarebbe stato proclamato il Regno d’Italia. «Tutto è rigorosamente autentico, tutto è rigorosamente immaginato», scrive l’autore in una postilla, ed è pur vero che L’isola e il sogno si nutre dell’opera di Nievo, dei racconti degli scrittori garibaldini, dei reportage di Alexandre Dumas e di riviste d’epoca ma deborda dai canoni del romanzo storico per farsi molto di più e molto altro.
Ruffilli si occupa di Nievo e dei suoi scritti da ben quarantanni e ci piace pensare che questo libro costituisca il vertice e la convergenza delle sue ricerche, degli interessi personali e professionali attorno ad un protagonista delle nostre patrie lettere, per certi aspetti adombrato e non del tutto riconosciuto in Italia, laddove ha invece acquisito il meritato rilievo in altri paesi europei. Il punto di vista adottato è quello di una prospettiva interiorizzata: Ruffilli vede e sente come Ippolito, il filtro è la coscienza pensante del coraggioso intendente garibaldino, è una ricognizione nell’anima e nel cuore dell’uomo Nievo, dove la grammatica delle emozioni si compone sovente di conflitti, spesso di segno opposto e di ardua conciliazione.

Assistiamo così alla inquieta educazione sentimentale del protagonista: dall’infatuazione per Matilde Ferrari all’amore impossibile con Bice Melzi d’Eril, moglie di un suo cugino. È un amore talmente speciale questo con Bice, ricostruito anche grazie al corposo epistolario di Nievo (per gran parte ancora non divulgato ma che Ruffilli ha avuto il privilegio di poter esaminare), da far ammettere al marito Carlo che l’intenso legamedi Ippolito con sua moglie ha reso più fecondo e stimolante il loro rapporto, sia intellettualmente che sentimentalmente. La coppia galeotta ha sufficiente consapevolezza per non far soffrire i propri cari e ironia per mettersi d’accordo, per non lasciarsi andare alla passione sturm und drang; «Te lo ripeto un’altra volta, Ippolito. Sarai per forza costretto ad affiancare un’amante di sostegno alla tua amata»; e ancora: «(…)ce lo siamo ripetuti molte volte che, nel nostro caso, il corpo era un intralcio più che altro.» Ippolito soffre la divaricazione tra la purezza del sentimento che prova per Bice – nel quale a volte, atterrito, sovrappone la figura della madre, colpevolizzandosi per i possibili risvolti incestuosi – e le necessità di quella che definisce «fisiologia».

Per lui era cominciata una vita del cuore e del dolore, dell’impossibile e dei ricordi accesi che galleggiano nella mobile superficie dell’acqua – è questo un romanzo che inizia il suo moto dall’acqua e termina nell’acqua, come rileva Patrizia Garofalo in un suo recente commento – durante una traversata, alla ringhiera di un vapore. Ippolito rientra in Sicilia a malincuore, dopo i trascorsi al seguito di Garibaldi; ma è nell’isola, nel febbrile lavorio della memoria e nell’ininterrotto carteggio con Bice, che ricompone in parte i dissidi interiori. La vita palermitana lo risucchia; le ville degli aristocratici gli si spalancano con le loro lusinghe mondane; i riti di quella società sfarzosa e raffinata si officiano negli incontri a teatro, si riconoscono nel furoreggiare del melodramma. In questo contesto prenderà forma la sua passione per Palmira, terapia e veleno in una singola mistura. Palmira è la Sicilia, è pienezza del corpo, «felicità delle funzioni», esplosione di vita, colori, sapori, luce e calore; Palmira è un effetto scirocco per cui «L’umore cala e, poi, si risolleva», è ciò che conta nel presente, «Ciò che ti passa, mentre passa sopra la tua pelle, tra le mani…», è il sogno di fermarsi finalmente per sempre, dimentico della prediletta Torino, dei soggiorni milanesi e nel lago di Bellagio, ospite gradito di Carlo e Bice, della «saldezza granitica» dell’amato Friuli.
Di sponda riemergono gli impulsi ad agire, «non per sé, ma per l’Italia… per tutti gli italiani», ma pure il rammarico di essersi visto rifiutareil suomiglior lavoro, Le confessioni, un’opera geniale, «troppo nuova» per essere compresa all’epoca. «Gli editori cavalcano le mode e sono attenti adesso alle storie esotiche più divaganti. Non sono più capaci di distinguere.»

Infine il viaggio per mare, verso l’ignoto. L’autore restringe il tiro, ci narra le due ultime settimane di vita del suo eroe, lo consegna al mito attraverso il tragico epilogo per mare, a quel presagio di dover abbandonare il presente: «Lo scenario lo richiamava fuori: luoghi e colori che stava per lasciare. ‘Per sempre o no?’ si chiese, senza avere una risposta». La lingua di Ruffilli è fluida, scattante e vibrante di allitterazioni, di acciaccature e di sincopi, la narrazione si ammanta di poesia; le concitate pagine a bordo dell’Ercole, brutalmente devastato dalla furia degli elementi, sprigionano un pathos la cui misura è da intendersi nella sua più autentica accezione classica: vale a dire che trasaliamo con Ippolito, ci aggrappiamo disperatamente, ad ogni suo respiro, alla speranza di una bonaccia, ci contraiamo di rivolta, di infelicità e rabbia per lo sfregio di quel destino e l’indifferenza di tutti coloro che «ignoravano la mala sorte in cui facevano naufragio i suoi trent’anni». Con buona pace di tutti quei miseri postulanti speculatori e faccendieri, dei meschini ed ambigui compromessi, delle trame oscure che prepararono la proclamazione dell’unità nel 1861.