[display_podcast] (voce di Luca Grandelis)

Difficile aggiungere qualcosa alle parole di Giuseppe Montesano su «l’Unità» a proposito de L’Incal (ed. MagicPress, 2011) di Moebius e Jodorowsky: «inutile girarci attorno: L’Incal è un capolavoro». A meno di trent’anni dalla sua prima pubblicazione (che qui viene riproposta in versione integrale, contenente tutte e sei le parti uscite dal 1981 al 1986), L’Incal è un piccolo classico del fumetto sci-fi. A cominciare dagli autori di fama internazionale (non solo nell’ambito dei fumetti).
Il protagonista è John Difool (John il folle, pronunciato in un inglese sguaiato adatto all’epoca sciatta in cui è ambientata l’opera), un detective di infima categoria (di serie «R», sottolinea lui più di una volta), che si ritrova suo malgrado a vivere avventure mirabolanti e terribilmente pericolose, che mettono a repentaglio la sua vita e quella dell’intera galassia. La sua è simbolicamente la condizione dell’intero genere umano: come tutti gli uomini egli fa progetti e cerca di prepararsi al meglio agli eventi, ma si ritrova poi costantemente spiazzato di fronte alla realtà e sempre fondamentalmente impreparato, costretto a subire le cose piuttosto che a deciderne gli esiti. La narrazione che vede contrapposte specie diverse (uomini, berg, umanoidi mutanti), si svolge unitaria come in un brano di rock progressivo, con un climax continuo, senza pause, nuovo a ogni pagina, in cui è impossibile immaginarsi la prossima vignetta a partire dalle precedenti. La storia si svolge e si compie così in una libertà totale, sbeffeggiata da un finale che richiama con somma autoironia l’inizio dell’avventura. Ma ciò che veramente tiene unito il tutto non è questa o quella visione delle cose: bensì la bruttezza, onnipresente, inespugnabile, intollerabile e ineliminabile. Ne è un mirabile esempio la scena in cui i protagionisti si ritrovano al centro della terra a tu per tu con dei ratti che si ingigantiscono in proporzione alla paura dei personaggi: ebbene, nel tentativo di fare il «vuoto mentale» e di allontanare così da sé la propria paura (in una sorta di meditazione zen improvvisata), i protagonisti si siedono a gambe incrociate nella cosiddetta posizione del loto su dei cumuli di spazzatura putrescente, di cui è cosparso l’intero territorio circostante.
In un mondo in cui nulla è ciò che sembra (il corpo del presidente assume di volta in volta una forma maschile, femminile, androgina – in seguito alle continue clonazioni che ne trasferiscono la coscienza prolungandola all’infinito; una bellissima donna si rivela in realtà nient’altro che la proiezione olografica di una vecchiaccia decrepita; un umanoide mutante trovato nelle fogne è in realtà un berg travestito; il mare acido senza fondo si scopre delimitato dalla terra), nessuno riesce ad essere chi vorrebbe davvero: come ad esempio nel caso dello stesso John Difool, il quale si trova sempre a inseguire e scansare gli eventi senza mai riuscirci e ogni suo tentativo di andare altrove, da solo o in compagnia, è un fallimento; o del meta-barone, criminale impenitente, che diventa tutore della giustizia in seguito a un evento casuale e avulso. Non si sa per chi parteggiare, nessuno è veramente un eroe, anche quando compie l’impresa più grande, nessuno è veramente simpatico (o antipatico), e l’unico messaggio che pare possibile distillare dal libro (perché nessun messaggio viene evocato né proclamato; l’opera è aliena da qualunque intento didascalico o apologetico) è: «attenzione: tutto potrebbe essere molto, molto più brutto di com’è, e una volta toccato il fondo, non resta che scavare», come afferma en passant una dei protagonisti: «la salvezza è verso il basso». Più che un monito si tratta di uno schiaffo alla nostra epoca attuale, rozza e volgare e compiaciuta di esserlo. Jodorowsky e Moebius non danno lezioni, ma il messaggio è chiaro: l’unico pregio di questo nostro mondo risiede nella sua chance di non essere ancora peggiore di quello che è, e nello sforzo dei tanti che cercano di mantenerlo a galla: perché dove tutto è uniformemente brutto e disperato, neanche L’Incal ti può salvare.


A. Jodorowsky-Moebius, L’Incal, ed. MagicPress, 2011, pp. 310, euro 25.

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Laureato in scienze dell'informazione e in filosofia, gestisco il sito ufficiale in italiano del filosofo francese Maurice Bellet. Ho collaborato con l'Opera Omnia in italiano di Raimon Panikkar. Sono redattore della rivista online «Filosofia e nuovi sentieri» e membro dell'associazione di scrittori «NapoliNoir». Ho pubblicato in volume i saggi: – Scienza e paranormale nel pensiero di Rupert Sheldrake (Progedit, 2020); – Ivan Illich. Il mondo a misura d'uomo (Pazzini, 2018); – La verità cammina con noi. Introduzione alla filosofia e alla scienza dell'umano di Maurice Bellet (Il Prato, 2014); – Le cose si toccano. Raimon Panikkar e le scienze moderne (Diabasis, 2011) e 5 libri di narrativa noir: – Troppa verità (2021), romanzo noir di Bertoni editore (2021); – L'albergo o del delitto perfetto (2020), sulla manipolazione affettiva e la violenza di genere, edito da Iacobelli; – L'abiezione (2018) e L'intransigenza (2015), romanzi della collana "I gialli del Dio perverso", edita da Il Prato, ispirati alla teologia di Maurice Bellet; – C'è un sole che si muore (Il Prato, 2016), antologia di racconti gialli e noir ambientati a Napoli (e dintorni), curata insieme a Diana Lama.