Luca Bassanese, cantautore veneto, è noto per la sua musica intrisa di impegno nel sociale, per la quale ha vinto numerosi premi. L’abbiamo intervistato all’uscita del suo nuovo album, “Liberiamo l’elefante! Venite gente pim pum pam” (https://fanlink.to/liberiamolelefante).

Chi è Luca Bassanese?
Mi piace osservare l’ovvio cercando nuove angolazioni come farebbe un bambino che di lato piegherebbe un po’ la testa per osservare la vita che passa. A volte scopri mondi che non immagini.

È appena uscito “Liberiamo l’elefante! Venite gente pim pum pam”, il tuo ultimo disco, dalle sonorità spagnole e caraibiche.
In queste sonorità c’è il mare che trasporta in sé la musica del mondo, e c’è l’invito ad andare al di là delle nostre paure. Se il piccolo elefante viene incatenato ad un paletto non tenterà di fuggire per tutta la vita, perché divenuto grande e potente, la sola visione di quel paletto lo porterà a desistere da ogni tentativo di fuga. È la metafora della nostra esistenza. L’album è un invito che faccio prima di tutto a me stesso, a tentare la fuga verso la libertà, a sradicare i tanti paletti di cui è costellata la nostra vita e che rappresentano le nostre paure.

Nel singolo di lancio, Credo in una scuola, si parla di insegnamento e si vede cantare con il linguaggio dei segni.
La lingua dei segni ha in se qualcosa di magico e liberatorio. Una danza delle mani e del corpo. In questa canzone che invita all’ascolto delle nuove generazioni abbiamo voluto rappresentare chi ha saputo fare di un limite una possibilità, così come dovrebbe essere la scuola, un luogo che non educhi alla competizione ma alla crescita di ogni singolo individuo facendo della diversità il bene più prezioso.

Hai vinto molti Premi per l’impegno civile. Cosa rispondere a chi sostiene che la musica – e tutta l’arte – debba stare alla larga dall’impegno politico e sociale?
Nemmeno chi pensa di esimersi dal farlo può dire di esserne immune. Ogni nostra scelta da quando ci svegliamo a quando ci riaddormentiamo è una scelta politica e sociale. Il mezzo che usiamo per spostarci, il locale che frequentiamo, ogni momento in cui compriamo qualcosa, determiniamo una scelta sociale e politica. Chiedetevi perché la musica all’interno di un centro commerciale è ben studiata e strutturata con apposite compilation per non disturbare gli acquisti. Questo è fare politica. Il mio nuovo album però dovete cercarlo altrove.

Parli molto di bambini: i bambini come risorsa, i bambini come speranza. In questi giorni in cui Greta Thunberg occupa tutte le prime pagine, che riflessione si impone sul futuro?
Il futuro sono da sempre le nuove generazioni. Chi non vuole mettersi in ascolto è perché ha già smesso di credere nel futuro e vuole tutto qui ed ora, fagocitando e distruggendo ogni risorsa rendendo la vita insostenibile. L’individualismo che si consuma nelle sue miserie. Ognuno di noi dovrebbe essere parte di qualcosa di più grande, il passaggio di testimone da una generazione all’altra con cura e consapevolezza.

Quando hai capito che avresti fatto il musicista? Com’è questa esperienza?
Dal mio primo cd ep dal titolo: “Oggi che il qualunquismo è un’arte, mi metto da parte e vivo le cose a modo mio” sono passati quattordici anni. Ho vissuto fino a qui un’esperienza unica, nuovi album e concerti nei quali il pubblico mi sta coccolando portando la mia musica in molte piazze, festival, teatri d’Italia e d’Oltralpe, in Francia, Belgio, Svizzera dove abbiamo registrato il mio ultimo album dal vivo. Con la mia “Piccola Orchestra Popolare” che mi accompagna siamo da poco rientrati dall’Ungheria dopo un concerto molto riuscito sul palco del “mitologico” Sziget festival di Budapest. Per questo sono già state confermate nuove date per il 2020, partirà a febbraio da Vienna il nuovo tour con il concerto per la Wiener Flüchtlingsbal (la manifestazione del “Ballo dei rifugiati”), confermata anche la data del 1 maggio in Belgio al Labadoux Festival. Che posso dire, un percorso anomalo che non scambierei con niente al mondo sotto l’occhio vigile ed esperto di Stefano Florio, la persona con cui da quel primo Cd ep ho condiviso tutta la mia scrittura e la produzione artistica fino ad oggi.

Quanto è difficile fare canzoni in un Paese assuefatto alla musica leggera, sempre indietro di vent’anni rispetto agli scenari anglosassoni?
La musica leggera non potrà mai essere avanti se si limita a copiare e trasferire in lingua Italiana ciò che nasce altrove. Stefano Florio ed io utilizziamo la matrice popolare della nostra tradizione, ed esploriamo mondi vicini e lontani che non sono mai legati alle mode del momento ma che ci appartengono perché frutto della nostre origini. Non per questo ci reputiamo avanti, ma preferiamo quel luogo in cui sentiamo una forte appartenenza con gli alberi che ci circondano, con il mare, sotto questo cielo.

Come sarà la musica di Luca Bassanese domani? Cosa puoi rivelare in esclusiva ai lettori di «Pagina3»?
Questo nuovo album dal titolo “Liberiamo l’Elefante! Venite gente pim, pum, pam” farà parte della musica del mio domani in ogni vostra condivisione. Il pubblico è lo specchio attraverso il quale ci si confronta e da ogni nuovo incontro, un nuovo inizio. Posso per ora dire, “Liberiamo l’Elefante” che c’è in noi e che aspetta solo di sradicare quel piccolo paletto che ci tiene prigionieri e così il futuro ci rivelerà esso stesso nuove direzioni e sorprese inimmaginabili.