Il 23 maggio 1967 sulle colonne del “Corriere della Sera” Dino Buzzati pubblicò questa straordinaria parabola. Una “Utopia” a modo di Orwell (1984) e di Huxley (Il mondo nuovo) più che Thomas More. Un “ciò-che-non-è-in nessun-luogo” non più per la sua perfezione e bellezza ma per la sua perversità. Con un tipico finale alla Buzzati, che sublima il sarcasmo di buona parte del racconto. Un testo poco noto e raramente pubblicato: per questo ho ritenuto di condividerlo qui.https://www.paginatre.it/online/wp-content/uploads/2016/04/Il-cammino-e-la-pietate.epub

MDT

Eliminate che furono le cosiddette ingiustizie sociali, il governo si rese conto di aver fatto, per la felicità della popolazione, poco o niente. Varie altre amarissime ingiustizie rimanevano da sanare. Ormai non esistevano più ricchi e poveri. Esistevano soltanto poveri. Tecnicamente questa era la soluzione esatta.

La vergogna delle ingiustizie consiste infatti soltanto nelle sofferenze che esse provocano. Chi ha fame soffre soprattutto perché sa che altri, coi medesimi suoi diritti, pasteggia a caviale e champagne. Se la fame la soffrono tutti e non c’è più nessuno che mangi a piacimento, è più che sopportabile. Il dolore di chi muore è la consapevolezza che gli altri continueranno a vivere: se tutti dovessero morire insieme con lui, non dico che sarebbe una festa, ma quasi. Ne consegue che l’importante non era già di sfamare i poveri bensì di affamare i ricchi. Come appunto venne fatto. Ora è innegabile che la scomparsa delle ingiustizie economiche rappresentava un gran passo avanti. Non per questo tuttavia la gente riusciva ad essere felice.
BuzzatiSi erano abolite le ingiustizie dovute a una difettosa o malsana organizzazione, cioè alla inettitudine o iniquità umana. Permanevano le deplorevoli ingiustizie fisiche e intellettuali dovute semplicemente alla natura.
Perché io sono brutta e nessuno mi guarda – si domandava per esempio una ragazza di squallido aspetto – mentre la mia amica, bellissima, è assediata dagli ammiratori, e uomini ricchissimi, importantissimi e affascinanti la chiedono in sposa? Che cosa ho fatto di male? Che maggiori meriti ha quella lì? Non è una ingiustizia?
Più grave per le donne, questa disparità fisica contristava anche una quantità di maschi, nati tapini, piccoli, gracili, sgradevoli di volto. Costoro vedevano i coetanei fortunati passare vittoriosamente da un amore all’altro, varcare trionfalmente le più ambite ed esclusive soglie mondane, affermarsi negli sport, raccogliere fruttuose simpatie nel campo del lavoro. Anch’essi pensavano: perché loro sì e io no? Che cosa ho fatto di male? Non è una ingiustizia?

Ardua fu la realizzazione di questa seconda grande riforma. Difficoltà tecniche e psicologiche. Eppure, grazie all’ausilio della scienza, ogni ostacolo venne superato.
Non si potevano trasformare le arpie in veneri, i cercopitechi in apolli. Si poteva però fare il contrario, così da raggiungere un livellamento estetico che non desse più luogo a mortificanti e talora tragiche gelosie.
L’intera popolazione venne passata al vaglio da apposite commissioni. Uomini e donne favoriti dalla natura vennero schedati, quindi costretti a subire un trattamento per nulla doloroso, approntato dal ministero dell’igiene. Si trattava di semplici iniezioni le quali, a seconda dei casi, provocavano un rapido e deturpante ingrassamento, facevano esplodere repellenti macchie cutanee, rammollivano i muscoli, promuovevano una crescita abnorme dei nasi, deformavano le bocche e il seno, appannavano o rimpicciolivano gli occhi, in base a sapienti graduazioni. Nel giro di pochi anni nel paese non ci fu più una sola donna che si potesse chiamare bella secondo i classici criteri, né un maschio che potesse primeggiare per prestanza fisica.
Certo, per i minorati artificiali, l’afflizione fu grande. Tuttavia il loro sacrificio, come era già avvenuto col livellamento economico, era ampiamente compensato dalla soddisfazione dei minorati naturali i quali costituivano la stragrande maggioranza. Non più invidie, non più odi, non più complessi di inferiorità. Senza contare che, non essendo più disponibili esemplari umani di splendide forme, anche il gusto collettivo ben presto si modificò, accettando per buoni dei corpi e dei volti che un tempo sarebbero stati giudicati disastrosi. Era così tolta di mezzo una fonte inesauribile di amarezze e scontenti.
Si era infine raggiunta la soddisfazione generale, la serenità di tutti gli animi? Ahimè, una uguaglianza effettiva era ancora di là da venire.
Ben presto si lamentò un inconveniente, che del resto era facilmente prevedibile: anche se nessuno poteva arricchire, anche se nessuno poteva eclissare gli altri con la sua bellezza, anche se le condizioni di partenza erano uguali per tutti, anche se a tutti veniva somministrata una identica istruzione, già nel corso dell’adolescenza si manifestavano, da individuo a individuo, allarmanti disparità. C’erano gli intelligenti e gli zucconi, i crani pieni di fosforo e quelli pieni di ovatta.
Chiaro che nella vita i primi, che erano una piccola minoranza, avevano un netto sopravvento, accaparrandosi i posti di direzione e di comando con tutti i vantaggi relativi, sociali e materiali. Ecco dunque ancora un vergognoso privilegio, che faceva ancora più spicco di un tempo, le altre disuguaglianze essendo scomparse.
Anche in questo frangente si determinò una corrente di opinioni che diede vita a un grosso partito politico: la sua finalità, abolire questa ultima ingiustizia, fonte di infelicità per una massa immensa di persone. Ma come? Realizzando l’incretinimento artificiale delle persone più intellettualmente più dotate?

Proprio così. Per quanto mostruoso, il progetto, attraverso violente campagne di stampa, movimenti di piazza e perfino attentati, riuscì ad imporsi. E vari scienziati, nella speranza di ottenere una esenzione dalla incombente purga, si prestarono a fornire i mezzi per il ridimensionamento collettivo dei cervelli.
Inutilmente si faceva presente come, tarpate le ali agli ingegni migliori, il paese non avrebbe fatto più un passo sulla strada del progresso.
Quale progresso? si chiedeva. Il progresso scientifico e tecnico, si rispondeva. E i riformatori: A quello ci penseranno i paesi capitalisti, noi potremo sempre importarlo.
Il governo, naturalmente, era contrario, anche perché formato da uomini e donne di intelligenza supernormale i quali non avevano nessuna voglia di lasciarsela togliere. Ma le forze armate di cui esso disponeva, esercito, polizia, guardia nazionale, erano invece formate, nella quasi totalità, da teste mediocri se non addirittura da autentici somari.
I battaglioni schierati a contenere la «rivolta degli asini», non resistettero, facendo subito causa comune con gli insorti: dopo tutto, anche i soldati e le guardie soffrivano di quella superstite ingiustizia.
Una giunta, di idioti naturalmente, si impadronì delle leve del potere. Le galere non bastarono a contenere tutti i cittadini intelligenti o sospetti di intelligenza, che furono dichiarati nemici della patria. Alla periferia delle città sorsero vasti campi di concentramento.
Quindi i malcapitati furono tratti, a scaglioni, negli istituti dove, con appositi trattamenti fisici e chimici, si trasformavano le aquile in marmotte.
Dopodiché tutti si trovarono ad essere ottusi pressappoco allo stesso identico livello: con giubilo universale perché ormai anche i «castrati di mente» non erano più in grado di apprezzare i vantaggi dell’intelligenza.
Ci si accorse poi con molta soddisfazione che, non emergendo più spiccati talenti, l’amministrazione della cosa pubblica procedeva di gran lunga più ordinata e spedita di un tempo, insomma che un certo clima di cretinismo diffuso era favorevole, anziché controproducente, all’attività governativa.
Ora, finalmente, nessuno più poteva lamentarsi di ingiustizie, tranne quelle attinenti alle malattie, le quali però, in confronto al passato erano molto ridotte di numero e di virulenza. Ci si doveva dunque attendere l’avvento di una serenità, se non di una felicità generale.

Eppure non era così. Tra uomo e uomo, tra donna e donna rimanevano ancora delle insospettate differenze. A parità di soldi, di bellezza, di capacità mentale, c’era però sempre l’uomo buono e l’uomo cattivo. Era venuta a sparire quel genere di bontà, che potremmo chiamare squisitamente intellettuale, alla quale porta infallibilmente l’intelligenza superiore. Ma esisteva ancora, sparsa qua e là nella moltitudine, quell’altro tipo di bontà, congenito e inconsapevole, che risplende talora negli sguardi di persone di estrema semplicità come certi montanari, certi contadini, certi barboni, certe suore.
Ora si sa benissimo come la virtù, che è conseguenza diretta della bontà, susciti intorno a sé fastidio e insofferenza, tanto che, se la si possiede, conviene praticarla di nascosto per non destare scandalo. È una mortificazione, una cocente offesa, per l’animo meschino, assistere a un gesto nobile, generoso, altruista, che a lui sembra quasi una rampogna. E si sa pure che purtroppo i meschini, i gretti, i cattivi sono i più. Il mondo infatti, diceva Leopardi, è una lega di birbanti contro pochi uomini dabbene.
Ed eccoci finalmente alla postrema invidia sociale che non poteva essere eliminata da nessuna legge. La scienza aveva insegnato il modo di abolire le ricchezze, la bellezza, l’intelligenza, ma di fronte alla bontà si trovava impotente. Tanto più dolorosa e mortificante era perciò la condizione dei malvagi, che non potevano sperare di veder ridotti i buoni al medesimo loro livello morale. Inutile fare cortei di protesta e gesti di violenza, sperare in un intervento del governo. Quanto più i buoni fossero stati perseguitati e conculcati, tanta più luce sarebbe irraggiata dal loro animo puro.
Bene. Uomini e donne, dopo il livellamento di cui sopra, erano più o meno tutti dei bietoloni di assai precaria efficienza mentale. Gli era rimasto però quel tanto di cervello per capire che se era negato trasformare i buoni in malvagi, era pur sempre possibile che un malvagio diventasse buono.
E così per l’appunto accadde, sebbene la cosa possa ancor oggi, dopo tanti anni, apparire incredibile.
Per togliersi di dosso il tormento di quell’invidia, poiché constatavano come i buoni fossero incommensurabilmente più allegri e in pace col mondo, anche le persone più abiette si sforzarono disperatamente di avvicinarsi a loro. E dapprima, come è ovvio, furono tentativi velleitari, atteggiamenti esterni sostenuti soltanto dall’ambizione e dall’ipocrisia. In seguito, indossata la maschera della bontà, lentamente alla maschera cominciarono ad assomigliare veramente. Finché un bel giorno, quasi senza accorgersene, si trovarono puliti, tranquilli, pieni di benevolenza verso il creato e i suoi abitanti.
Cosicché la folle mania dell’uguaglianza, dopo essere passata attraverso inverosimili assurdità, stoltezze e turpitudini, assicurò finalmente agli uomini una specie di paradiso. Tutti poveri, brutti e cretini, però galantuomini di cuore, con l’animo in pace.