La fisica soprannaturale di Sabina Moser
La fisica soprannaturale di Sabina Moser

Sabina Moser insegna Religione Cattolica al Liceo-Ginnasio «Michelangiolo» di Firenze. Ha pubblicato: I Proverbi della Bibbia (Newton Compton, 1995); Sigmund Freud. Il problema della felicità (Loffredo, 1997); Edith Stein. La sapienza della croce (in Cristo nella filosofia contemporanea, a cura di S. Zucal, San Paolo, 2002); Simone Weil: Lezioni di filosofia (in: Simone Weil. Scendere verso l’alto, a cura di G.M. Reale, Campanotto, 2008) e, insieme a Beatrice Iacopini, Uno sguardo nuovo. Il problema del male in Etty Hillesum e Simone Weil (San Paolo, 2009). L’abbiamo intervistata a proposito del suo ultimo libro, La fisica soprannaturale (ed. San Paolo, 2011).

Nel Suo libro spiega che la filosofia della scienza di Simone Weil comincia dalla critica all’ideologia scientifica, la quale non si interesserebbe alla verità ma solo all’utile. Che significa?
Non possediamo un preciso concetto di scienza: essa non è una dottrina stabilita, bensì «una opinione collettiva in formazione» (Quaderni, vol. IV, Adelphi, Milano 1993, p. 174), quella approvata dal cosiddetto «villaggio scientifico». «Come qualsiasi prodotto di opinioni collettive, essa è sottoposta alla moda» (La prima radice, Ed. di Comunità, Milano 1980, p. 222), ovvero a ciò che è temporale (nel nostro caso, la moda odierna è progredire, evolversi). Questo significa che ciò che muove e alimenta la ricerca scientifica non è il puro desiderio di conoscere la verità, che è un valore eterno, non è l’amore per il conoscere in generale, ma la convinzione di contribuire a rafforzare il mito del progresso di cui la scienza si alimenta. I contributi scientifici che gli scienziati si sforzano di produrre, oltre a regalar loro un personale prestigio sociale, sono utili a rafforzare l’idea della scienza apportatrice di progresso, un’idea che al giorno d’oggi si è trasformata in un vero e proprio dogma (una verità che non può essere messa in discussione). Concludendo, poiché oggigiorno la scienza non è più concepita come organon, come strumento per la conoscenza della realtà ma, piuttosto, come la manifestazione dell’autosufficienza dell’uomo che ha come idolo l’autoredenzione umana, quello che viene accettato per vero è solo ciò che conviene ed è utile al fine di rafforzare l’umana smania di onnipotenza.

Secondo Weil, la scienza è diventata l’odierna religione dell’uomo occidentale, oggetto di idolatria al punto da poter affermare che essa «non ha increduli».
«Oggi la religione è una pratica della domenica mattina. Il resto della settimana è dominato dalla mentalità scientifica» (La prima radice, cit., p. 212); «il prestigio della scienza oggi non ha increduli» (ibid., p. 206) sono due citazioni weiliane che sottolineano quanto potente sia diventata oggi la voce della scienza e quanta fiducia le sia comunemente accordata. Una fiducia che si è addirittura trasformata in una sorta di «fede laica», che ha sostituito la fede religiosa diventando il surrogato di questa. Così, lo spettacolo cui si assiste oggi è tanto preoccupante quanto curioso: ciò che, paradossalmente,viene chiesto all’uomo in nome della scienza è abdicare allo spirito critico che dovrebbe sempre albergare nell’intelligenza umana e che la scienza stessa ha sempre cercato di esercitare. E questo perché ciò che si esige dal pubblico è «di accordare alla scienza il rispetto religioso che è dovuto alla verità» (ibid., p. 219). La scienza si presenta infatti agli occhi della mentalità comune come dispensatrice di una verità oggettiva e universale che, come tale, non può essere discussa. Per questo nei suoi confronti è richiesto un atteggiamento di sudditanza, come accade sempre per tutti gli «assoluti mondani» che si impongono all’adorazione del genere umano: «gli scienziati credono alla scienza come la maggior parte dei cattolici alla Chiesa, vale a dire credono alla verità cristallizzata in opinione collettiva infallibile» (Quaderni, IV, cit., p.174).

La scienza può disinteressarsi a ciò che è bene e ciò che è male?
Per quanto la scienza oggi si vanti di essere neutrale rispetto ai concetti di bene e male e, anzi, proprio in virtù di questo suo asserito distacco dal mondo dei valori pretenda di essere l’unico criterio di riferimento valido per poter giudicare e scegliere (anche in ambito strettamente etico), secondo la Weil non è possibile separare completamente il discorso scientifico da quello etico-filosofico. Difatti scrive: «nessun uomo sfugge alla necessità di concepire al di fuori di sé un bene verso cui volgere il pensiero con desiderio, speranza, supplica. Quindi si può scegliere solo tra l’adorazione del vero Dio e quella di un idolo» (Quaderni, vol. IV, cit., p. 205). Ora, siccome l’idea di Bene non è quantificabile, perché è un’idea di qualità e non di quantità, ecco che occorre scegliere tra un sapere (come la scienza odierna) che studia i fatti come tali e mira innanzitutto ad aumentare il bagaglio di conoscenze estraniandosi dagli altri ambiti del pensiero umano in quanto «non oggettivo» (per esempio l’ambito etico) ed un sapere che, viceversa, sia scienza e sapienza insieme, capace non solo di spiegare il funzionamento del mondo, ma anche di guidare l’uomo a compiere scelte buone (ovvero orientate al bene). Ovviamente la Weil opta per questo secondo sapere: a suo avviso la scienza dovrebbe tornare a riappropriarsi del carattere etico-sapienziale che le era proprio, che era proprio della scienza greca, che sta a fondamento della nostra. L’aspirazione della scienza greca era infatti quella di poter contemplare nelle apparenze sensibili un’immagine del bene, ovvero di un ordine, di un equilibrio, che essi associavano all’idea di giustizia, quale espressione di una «saggezza eterna, unica, dispiegata attraverso l’universo intero in una sovrana rete di rapporti» (La prima radice, cit., p. 244). «Solo questa idea dell’ordine del mondo come oggetto di contemplazione e d’imitazione può far comprendere qual è il destino soprannaturale della scienza» (Discesa di Dio, in La Grecia e le intuizioni precristiane, Borla, Torino 1967, p. 140).

È possibile conoscere la realtà spirituale con un rigore paragonabile a quello della conoscenza scientifica? Si può parlare di «leggi dell’anima»?
Innanzitutto vorrei far riflettere su una cosa alla quale non pensiamo quasi mai. La conoscenza scientifica si serve di un apparato teorico (la matematica) e del riferimento costante all’esperienza. Ora, riguardo alla prima, occorre tener presente che essa è un linguaggio grazie al quale noi possiamo dimostrare tutto il dimostrabile, ma che, a sua volta, si regge su enti (i numeri) e postulati non dimostrabili. Ciò premesso, precisiamo che si ha conoscenza scientifica quando siamo in grado di formulare leggi (perlopiù espresse in forma matematica) che esprimono la regolarità dei fenomeni naturali, le quali sintetizzano i dati raccolti tramite esperimenti, sempre ripetibili. La prova, ovvero la certezza, che una legge sia scientificamente giusta ci viene, insomma, dall’esperienza. Ovviamente, a condurre gli esperimenti scientifici sono le persone competenti in materia, ossia gli scienziati, non noi direttamente, e noi crediamo a ciò che essi ci dicono e non troviamo strano o innaturale che sia così. Ora, essendo convinta che l’uomo e l’anima non sono oggetti separati dalla natura, ma natura (physis) essi stessi e che, pertanto, sia opportuno recuperare questa idea di unitarietà tra universo e anima, Simone Weil interpella i maestri dello spirito, ossia coloro che hanno fatto direttamente l’esperienza di un cammino di perfezione che li ha condotti al contatto (all’essere uno) con il trascendente per apprendere da loro quali sono le leggi che governano l’anima. Scopre, interpellando ad esempio Platone e san Giovanni della Croce (appartenenti a tempi e culture assai diversi tra loro), che entrambi descrivono il cammino che l’anima deve compiere per passare dalla prigione delle tenebre alla libertà della luce con una concordanza impressionante. Ne deduce che «tutta l’opera di san Giovanni della Croce non è altro che uno studio rigorosamente scientifico dei meccanismi sovrannaturali. Lo stesso può dirsi della filosofia di Platone» (La prima radice, cit., p. 227).

Quale grado di oggettività e ripetibilità è possibile attribuire alla «meccanica spirituale» (come la chiama Weil)?
È convinzione profonda della Weil (una convinzione basata su studi e letture che attingono a culture e tradizioni religiose differenti tra loro, nonché sulla propria esperienza personale) che la verità cui si perviene percorrendo la via mistica sia, come quella cui si accede attraverso la matematica o la geometria, una soltanto, dunque qualcosa di oggettivo e ripetibile. A proposito infatti della straordinaria analogia tra l’esperienza del viaggio – descritto da Platone – dell’uomo prigioniero che, dopo la miseria di una vita vissuta all’interno della caverna, conquista – per grazia – la vita che si svolge alla luce del sole e l’itinerario di conversione di cui ci parla san Giovanni della Croce verso le nozze spirituali dell’anima con Dio, di cui parlavamo poco sopra, Simone Weil spiega tale concordanza con la medesima esperienza fatta da chi ne ha scritto: «Questa analogia così stretta tra Platone e san Giovanni della Croce, che sicuramente non si spiega con un influsso diretto e neppure probabilmente con un influsso indiretto, dimostra che la verità mistica è una come la verità aritmetica o geometrica» (Quaderni, vol. IV, cit., p. 280).

«Fisica soprannaturale»: un ossimoro, o un traguardo filosofico?
L’espressione «fisica soprannaturale» suona ai nostri orecchi come una sfida o un paradosso, abituati come siamo a considerare la scienza in generale e, dunque, la fisica in particolare, come un ambito completamente estraneo (se non addirittura antitetico) a quello soprannaturale. Ma non è così che pensa la Weil, la quale in una splendida pagina dell’opera La prima radice (scritta al termine della sua vita e perciò frutto ultimo della sua riflessione filosofica) è chiarissima: «Invero, fin da una remota antichità ben anteriore al cristianesimo, e fino alla seconda metà del rinascimento si è sempre riconosciuto universalmente che esiste un metodo nelle cose spirituali e in tutto quello che è in rapporto col bene dell’anima. Il dominio sempre più metodico che gli uomini esercitano sulla materia dal XVI secolo in poi ha fatto credere loro, per contrasto, che le cose dell’anima siano o arbitrarie o abbandonate ad una qualche magia, all’immediata efficacia delle intenzioni e delle parole. Non è così. Tutto nella creazione è sottoposto al metodo, compresi i punti d’intersezione fra questo e l’altro mondo. Questo vuol significare il termine logos, il quale vuol dire relazione, ancor più che parola. Ma il metodo muta col mutare del suo campo di applicazione. Man mano che ci si innalza, esso cresce in rigore e precisione. Sarebbe una cosa ben strana che l’ordine delle cose materiali recasse un maggior riflesso di saggezza divina di quanto non ne abbia l’ordine delle cose dell’anima. È vero invece il contrario» (ibid., p. 164). Convinta di ciò, la filosofa francese si propone di fondare un metodo di analisi delle cose spirituali dotato della proprietà della certezza, da contrapporre all’ideale scientista della perfetta equivalenza tra scienza e conoscenza oggettiva in cui non v’è posto per il coinvolgimento del soggetto. Nel far questo ella trova conferma, oltretutto, nei più recenti risultati della fisica contemporanea secondo i quali l’idea di una saggezza oggettiva e neutrale basata sulla separazione soggetto-oggetto è stata del tutto superata, così come risulta superato il principio della realtà della materia.


Sabina Moser, La fisica soprannaturale. Simone Weil e la scienza, San Paolo, 2011, pp. 176, euro 13,00.