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Konstantinos Kavafis, il “poeta essenziale”, proprio perché esprime nei suoi componimenti l’essenzialità dei versi. Utilizza uno stile ironico, che rivela un atteggiamento di disincanto verso la realtà, probabilmente legato alla sua personale esperienza biografica. Nato ad Alessandria d’Egitto (1863-1933) e sempre lì decedutovi, condusse una vita poco entusiasmante, segnata da un profondo grigiore ed una perenne monotonia quotidiana. L’autore, nei suoi brevi componimenti, fa trapelare il dramma del conflitto interiore dei personaggi con una sensibilità e un’inquietudine dell’artista dei giorni nostri. La veemente passione e la paradossale ascesi interiore e artistica saranno tratti peculiari delle sue riflessioni che si staglieranno sullo sfondo dei suoi versi. Il suo acuto e spiccato “senso della storia”, proprio quello nel quale il poeta sa di non poter trovare una finestra aperta sul reale e sulla libertà, ed è allo stesso tempo lambito dal pensiero angoscioso che l’impossibile finestra gli recherebbe la luce troppo cruda di scoperte ancora peggiori della presente oscurità. Lo scrittore fa menzione di un’esistenza guardata senza prospettiva, che abbraccia passato storico e presente in un solo “trait d’union”, in un universo che non diviene ma che sempre resta uguale, che “è”.

Le principali tematiche della poesia del Kavafis sono la nostalgia, il ricordo, la vita che sfugge, l’amore omoerotico, il disincanto, la compassione, l’ironia, la morte. Una poesia che rappresenta peraltro anche un supremo inno alla nobilitazione e al riscatto della miseria della condizione umana; sempre con un occhio di riguardo alla memoria e alla rielaborazione di un passato che è da una parte biografico e dall’altra storia e tradizione di un’intera civiltà.

Ci si potrebbe legittimamente domandare: “Chi non ha mai desiderato nella vita di fuggire o evadere almeno una volta in un luogo sconosciuto, nuovo, di crearsi una vita alternativa a quella attuale seppure soltanto in sogno o nell’immaginazione?” Ma raffrontando l’interrogativo con la vita reale, e in questo caso con quella del poeta alessandrino che la sentì, non di rado, relegata in uno stato di prigionia ed isolamento, sia in se stesso che verso il mondo. Kavafis si adoperò con profuso impegno nel corso di tutta la sua produzione poetica per ridonare vita alla letteratura greca, ovunque si trovasse, attraverso poesie che ritraessero spaccati della realtà: sono componimenti ricchi di sentimento, di incertezza ed indugio, di indagine e analisi psicologica e di nostalgia. Kavafis è dotato di una percezione particolarmente tragica e classica del destino umano, sebbene esso si compia poeticamente con un’asciuttezza accompagnata da un orrore marcatamente moderni: la nostra inquietudine deturpa l’opera sublime ed imperscrutabile degli dèi. Il poeta, nella sua riflessione sul fato che affligge l’umanità, dice che ci sforziamo di evitare una sorte che immaginiamo ineluttabile, ma in realtà la vera ineluttabilità ci coglie di sorpresa, quando siamo oramai estenuati nella nostra costante lotta nell’esistenza.

La risposta “all’ambigua disperazione” di questa condanna universale si articola in differenti possibilità o altrimenti in modulazioni di una fondamentale e fondata lucida rassegnazione. La sua è una poesia di solitudine, dove sono presenti atmosfere ovattate e di chiusura, stilate nella penombra della sua casa alessandrina dalle finestre sempre serrate nelle quali Kavafis fa riaffiorare e poi riemergere i “fantasmi” della sua giovinezza, i ricordi e gli incontri fissandoli talvolta in una rarefatta malinconia, talaltra rievocando con fervida passione le vicissitudini passate, vincendo in tal modo l’oblio e il tempo che fugge e si dilegua. E’ questa, sempre secondo il parere del poeta, la concezione estremamente tragica e classica del destino umano, che tuttavia si rende concreta a livello poetico secondo stili e modalità squisitamente moderne.

Giunti a questo punto, non resta che far parlare “direttamente” il poeta, con la sua pregnante poesia tratta dalla raccolta di poesie che ha come titolo nell’edizione italiana “Settantacinque poesie”, non stampando mai, quest’ultimo, in vita la sua opera in volume (e scrivendo in tutto 154 poesie):

 

"È la fine"

"In preda ai timori in preda ai sospetti
con la mente agitata con gli occhi impauriti
noi ci smarriamo febbrilmente in progetti
per levarci di torno il pericolo
che sembra duramente ci minacci.
Eppure sbagliamo,ché non da quello
dobbiamo guardarci: i segni (da noi male intesi
male interpretati) erano falsi.
Un'altra catastrofe, nemmeno adombrata,
improvvisa violenta ci sta sopra
e disarmati - troppo tardi ormai - a furia ci trascina."

Solamente nel 1963, anno nel quale ricorse il centenario della nascita del poeta, la casa editrice Ikaros di Atene stampò in due volumi tutte le poesie del “greco” Konstantinos Kavafis. “Greco” anche perché scrisse in maniera greca ed assolutamente originale, perché “il greco scruta in modo sintetico”, “concepisce le linee essenziali” e ciò che vede lo vede nella sua “semplificazione e semplicità”. Riutilizza anche, quest’ultimo, il vocabolo dell’antica lingua greca che più si confà all’effetto estetico che vuole sortire e secondo le direttive del suo criterio artistico.

Immagine in evidenza: “fotografia di K. Kavafis”.