“Isola sono diventata” è una raccolta poetica che seppure porta il nome di un’isola nasce da contaminazioni perturbanti e incontri poetici milanesi; il respiro della città più europea d’Italia e la quiete notturna degli ambienti metropolitani pervadono quasi tutti i componimenti, insieme ad un senso di solitudine ineluttabile, che attraversa tutta la raccolta di versi del poeta Vivian Ley.

La città che di giorno si anima incessantemente, ricca di respiri molteplici, di rumori assordanti e per questo stranianti consente alla supremazia dell’ego di disperdersi e al contempo dissolversi come se non fosse mai esistito; di notte la città si addormenta, come la coscienza che di giorno è vigile e la notte spalanca le porte al mondo onirico, a immagini oscure e indicibili, ai mostri della mente che il sonno della ragione accoglie come amici e amanti benevoli.

Possiamo affermare con certezza, infatti, che sono caratteristiche peculiari della poetica di Vivian Ley il ricorso sapiente a un uso onirico della metafora, stilema pregnante che connette con estrema facilità il lettore a una dimensione “altra” che resta lontana dalla vita quotidiana e dalla routine dell’esistenza dell’uomo comune, che si consuma nella mera esecuzione di compiti e azioni votate all’esattezza dell’efficenza e della superficialità. Resta sempre centrale nella poetica dell’autrice il mondo ancestrale dei sentimenti umani, ai quali l’autrice ricorre sapientemente per rendere palpabili e sempre più concrete le dimensioni del vivere umano.

Isola sono diventata è una raccolta poetica intrisa di bellezza e sofferenza, in cui la parola diventa forza, un corpo prepotente, esibito dalla modulazione di un canto senza tempo. La voce di ogni singolo componimento, sempre ben identificata attraverso un’istanza attanziale fittizia, – un io che si rivolge con fermezza e con coraggio al suo interlocutore -, crea l’occasione di un canto primitivo che racconta la gioia, la felicità, lo scoramento, la nostalgia, e la sofferenza, e persino il dolore più atroce e insopportabile; la vasta gamma di sentimenti tratteggiata è sempre invocata attraverso una suggestione sensoriale, nella quale la percezione dei sensi diventa protagonista della pagina bianca, seppure il linguaggio sembra essere il metodo di comunicazione convenzionale utilizzato dalle parole del poeta Vivian Ley, è in realtà il corpo, inteso come “forza erotica” agente, il vero protagonista dei componimenti. Una fisicità esibita che si dipana attraverso la parola, il ritmo, il suono, il canto incessante che sgorga dal sentire puro delle viscere del poeta.

La poetica dell’autrice rivela una grande attenzione al trascorrere del tempo e alla memoria, all’amore e al dolore che la sua assenza provoca, sempre nella speranza vigile di invocarlo con l’augurio di inverare la scoperta di questa energia dello spirito, uno stato dell’essere pronto a dare senso all’esistenza; non c’è mai compiacimento nel cantare il dolore della vita, semmai una grande conoscenza e forse quasi un’ossessione nel rappresentarlo attraverso la narrazione poetica, il verso usato in modo sapiente ripercorre metricamente e soprattutto ritmicamente e sonoramente la ferita lacerante che la sofferenza arreca alla memoria dell’anima. Del resto, non è forse vero che raccontiamo bene qualcosa solo quando la conosciamo profondamente: e che cosa più di un’ossessione ci consente di conoscere al meglio alcuna cosa? La verità che raccontiamo è spesso la realtà che esperiamo e che meglio conosciamo.