Zygmunt Bauman
Zygmunt Bauman

«L’intenzione immodesta del presente libro è di estrarre, per aprire all’indagine, la presenza della morte (vale a dire la conoscenza consapevole o rimossa della mortalità) nelle istituzioni, nei rituali e nelle credenze umane che, a giudicare dalle apparenze svolgono esplicitamente e consapevolmente compiti e funzioni totalmente differenti, privi di relazione con le preoccupazioni normalmente indagate negli studi dedicati alla «storia della morte e del morire»».

Questo è l’intento dichiarato del libro Il teatro dell’immortalità (ed. il Mulino, 1995) di Zygmunt Bauman, celebre sociologo polacco vivente a Leeds (Gran Bretagna).
Un Bauman insolito, questo,

Pensare sociologicamente
Z. Bauman, Pensare sociologicamente, ed. Ipermedium

non ancora noto ai più per la sua nozione di «modernità liquida», ma già famoso tra gli specialisti per i suoi approcci poco accademici, a cavallo tra la teoria e la prassi, e già insignito del prestigioso «Premio Amalfi» per la sociologia (1989). Un Bauman da riscoprire per andare oltre la patina stereotipica che sempre accompagna la fama, per ritrovare un modo di fare sociologia improntato alla trasformazione della società e non solo alla sua comprensione; orientato al bene dell’uomo, come traguardo successivo ma non velleitario, alla comprensione dell’uomo da parte di se stesso. In particolare, spiega l’autore sviluppando il tema, molte delle nostre «strategie di vita» (i modi in cui organizziamo le nostre società) scaturiscono dal tentativo di accettare/rifiutare/contrastare il dato di fatto dell’umana mortalità (conflitto che a volte si spinge fino alla pretesa di immortalità). Una maggiore consapevolezza in questo ambito potrebbe indurci (lo studioso lo esprime senza moralismi) a progettare strategie più libere dallo spettro della morte e più ispirate all’amore per la vita. Al di là di ogni falsa contrapposizione e di ogni soluzione a buon mercato.

Con la stessa prospettiva metodologica, ma con altre finalità, il libro scritto da Bauman e curato da Tim May, Pensare sociologicamente (ed. Ipermedium, 2003; nuova edizione rivista e ampliata) prende in esame i temi fondamentali della sociologia e li dispiega in un percorso che va dall’analisi alla proposta operativa, per chiudersi con le prospettive future: nella prima parte spicca l’esame del «sé» e del «noi» e nella seconda risaltano il «vivere la nostra vita», il «fare in modo che accada», mentre la terza getta «uno sguardo indietro e uno avanti».

Il volume si chiude con degli interessanti spunti di riflessione: «quali pratiche di segregazione e diritto noti nelle città? Ti considereresti beneficiario o vittima di queste, e perché?»; oppure: «riterresti compromettenti quelle pratiche delle organizzazioni che consideri immorali?»; o ancora: «in che modi le nuove tecnologie stanno pervadendo e dando forma alla tua vita?». Il lettore viene così coinvolto come parte attiva nello studio.

Perché, può sembrare banale, ma il fine della sociologia è il bene dell’uomo. Il resto è accademia.