(voce di SopraPensiero)

 

Convince l’esordio narrativo di Matteo Fais, autore de L’eccezionalità della regola e altre storie bastarde, uscito per i tipi di Robin Edizioni. Del giovane autore sardo, studi di filosofia, giornalista e critico letterario, ho apprezzato alcuni pezzi comparsi sul sito di controcultura “L’intellettuale dissidente”: quel suo approccio schietto e diretto all’opera da (vivi)sezionare o al personaggio di turno da torchiare/intervistare – quasi un corpo a corpo, umorale se non sinceramente passionale – e quel suo sguardo trasversale, un po’ sopra le righe ma profondo e competente, volutamente politically incorrect.

Questa sua silloge di racconti composta, anzichenò, da un romanzo breve o racconto lungo che dir si voglia (è un canone che anche gli specialisti si rifiutano di normare) e da una manciata di altri racconti ha indotto in me alcune prosaiche riflessioni. Prima di tutto non è una lettura per anime belle in cerca di rassicurazione e svago. Advertising: se desiderate riconciliarvi con l’umanità e col mondo forse questo non è il libro che fa per voi. Focalizziamo il bersaglio iniziando col dire che potrebbe essere un compendio dell’inettitudine 2.0. Un “Amore ai tempi dell’apatia e del disincanto”? Certo che sì: potrebbe essere il suo secondo titolo se non fosse che l’aggettivo “bastarde” veste alla perfezione le storie del Fais. Nei suoi racconti c’è qualcosa di assolutamente ordinario: sono popolati di personaggi che potrebbero essere i vicini della porta accanto. Fais li fotografa, però, in quel punto di non ritorno in cui la loro esistenza impatta, priva di airbag, contro altre individualità (nella fattispecie altri corpi, per loro intrinseca natura e solo accidentalmente collegati a un apparato di funzioni cerebrali superiori).

Mi spiego. È il caso di un personaggio molto ben cesellato: quello di Marianna, ricercatrice di sociologia, brillante quanto appassionata studiosa, con tutti i requisiti necessari per essere l’erede del barone accademico detentore della cattedra. La giovane donna sembra destinata a una promettente carriera, se non fosse che s’imbatte in un collega, Massimo, che diverrà sua croce e delizia. Purtroppo la sventurata Marianna è poco desiderabile, «magra come un chiodo, priva di seno, dalla pelle di un colorito giallastro e malaticcio, e con una pettinatura a caschetto che risultava orribile, invecchiandola almeno di vent’anni» ma si adopera in tutti i modi che conosce per tentare di sedurre Massimo, il cui slancio vitale è simile a quello di un bradipo anestetizzato: «[…] Troppo svogliato, troppo conscio della mia incapacità di dare un significativo apporto allo studio della sociologia. Sapevo di essere un mediocre e, sinceramente, non me ne poteva fregare di meno». Massimo non la incoraggia, ma sceglie di non agire e permette a Marianna di insinuarsi nella sottile rima che lascia aperta, forse per noia o per distrazione, nella sua vita. Tanto basta alla sventurata per costruirsi un romanzo d’appendice, per dare fondo a tutte le sue ingenuità e carinerie di verginella per compiacere quella nozione di virilità stereotipata che si è costruita nella mente o che forse le è stata inculcata dall’educazione e dal suo sentirsi sfavorita. Si immolerà sull’altare di un ideale maschile senza alcuna attinenza col reale, pronta a farsi calpestare in ogni briciola residua di dignità pur di coltivare l’illusione di sentirsi amata.

Quando la vicenda tra Marianna e Massimo viene condotta da Fais con mano sicura verso le sue estreme conseguenze – ma il racconto non è comunque privo di qualche lungaggine, a mio avviso – mi sono chiesto fino a quanto si può approfondire il cinismo di un personaggio come Massimo, il suo fallimento esistenziale e la sua weltanschauung lucida quanto annichilente (ma è davvero il medioman italiota che dice di essere, l’eccezione che non deve cercare di soppiantare la regola? E quale sarebbe questa regola: essere forse un ottuso, un uomo qualunque anche tra coloro che, ottusi e biechi almeno quanto lui hanno la sola differenza di imporsi sugli altri?). Si consideri che Massimo ha avuto un ascendente importante su Marianna, le ha stravolto la vita segnandola irrimediabilmente: non si è imposto, sia pur con un atteggiamento passivo e noncurante, su di lei?  Ecco che si precisa meglio questa regola, o legge naturale, nel mondo congegnato da Matteo Fais, che livella gli esseri umani e li rende tutti uguali: il solo discrimine è che gli uomini che spiccano sugli altri sono convinti di essere i migliori, i più furbi e intelligenti; gli altri – come Massimo – a fine giornata si sentono stanchi ed esausti e non ne possono più di se stessi. Perciò nella chiusa del racconto fanno capolino, qua e là, larvati sensi di colpa che ci fanno sentire il giovane assegnista più vicino. Siamo partecipi del suo sentirsi pressato dal padre, dal mondo di fuori e dal professore barone, e con stupore lo osserviamo chiedere clemenza per la sua collega nientemeno che a Dio. Nessuna (prevedibile?) risposta. «Tutto come da manuale: Dio sta in silenzio».

Il racconto Manuel è più convenzionale e conferma la regola, più o meno come l’abbiamo declinata. Racconta con un buon pathos la vicenda di un ragazzo che vive della luce riflessa irradiata dal suo amico e maestro di vita, Manuel per l’appunto. Potrebbe essere un articolo di cronaca sul bullismo a scuola, nella sua versione più aggiornata, temibile e spietata, dove al male fisico si somma il peso di un terribile fardello psicologico capace di marchiarti a fuoco per tutta la vita. Gli abiti di mia madre vede come protagonista un uomo rancoroso e greve nei confronti della sua ex-moglie («si meritava ogni male, dal mio punto di vista, fuorché la morte»), rea di averlo tradito. Morta la madre, l’uomo invita la moglie a prendersi tutto il vestiario che ha lasciato la genitrice, su invito di suo padre. Il tono del racconto inizia quasi con un’atmosfera carveriana, per poi deragliare nel grottesco quando si scopre che per la giovane donna la morte della suocera corrisponde al più grande rinnovo di guardaroba della sua vita. «Sembrava il passaggio di consegne tra due generazioni di puttane che avevano rovinato la vita di due generazioni di uomini». La misoginia che trasuda dal racconto è l’espressione della rabbia di un maschio alfa che scopre di tornare a desiderare la donna che lo ha tradito, specie quando la vede fasciata dagli abiti della madre defunta, e che non riesce a farsi una ragione che quel corpo sia stato posseduto da un altro. «L’uomo non è proprio fatto per dimenticare, anche se anela costantemente a quella leggerezza di spirito». Impossibile, per lui, sgravarsi da quel sentimento di nausea e di ripugnanza.

Il sesso è la pietra angolare delle architetture narrative di Fais. Il sesso informa di sé le relazioni tra le persone, diviene merce di scambio al pari del denaro, esercizio di potere e volontà, ma anche metafora di morte, come in Henry Miller, o il rutto dionisiaco, insieme esplosione di forza vitale e canto del cigno nella generale apatia, un volo a vite sul fallimento, nella miseria umana più nera, come in certe pagine di Bukowski. Nel racconto Il padre a un ubriacone inveterato si apre d’improvviso un’arteria cerebrale e gli prende l’uzzolo di voler conoscere il figlio generato anni prima, di cui non ha mai voluto prendersi cura. Contatta perciò la compagna occasionale di allora, che nel frattempo si è rifatta una vita, e ottiene di trascorrere del tempo con Mario (così si chiama il ragazzo) solo per certificarsi una volta per tutte che si era trattato in effetti di un incidente di percorso, che si era scopato sua madre dopo un’allegra bevuta, senza curarsi delle possibili conseguenze; l’ulteriore conferma di non sentire alcuna responsabilità verso niente e nessuno. In La filosofia l’Humbert Humbert di turno scopre un mondo rovesciato: la lolita che temeva di aver irrimediabilmente traviato e corrotto è più scafata del maestro e seconda a nessuno in quanto a perfidia, nel solco della regola dettata dal Fais, fulgido esempio di femmina letale quanto una mantide religiosa. Non fanno eccezione alla regola, e si perdoni il continuo rimando al titolo, quasi in un gioco di specchi, le figure femminili de Il documentario sull’amore e Sotto una nera luce. Nel primo, che secondo me è uno degli episodi più intriganti della raccolta, è il sodalizio virile tra due amici a scalzare la femmina di turno, in un gioco sottile di voyeurismo e tradimenti, dove la “regola dell’amico” (chi non ricorda il celebre quanto banale motivetto di Max Pezzali?) viene puntualmente disattesa per movimentare i già fragili equilibri di un singolare triangolo amoroso. Nel secondo l’abulia esistenziale prevale su tutto e un marito fedifrago e puttaniere, ormai single e annoiato a morte, scopre di desiderare di nuovo sua moglie e un’apparente vita borghese con le sue piccole/grandi certezze e rituali (soprattutto sessuali, manco a dirlo). Sarà disposto a pagare i suoi servigi, come prostituta, pur di riaverla con sé, in un patetico vaudeville di non-morti, di zombi del rapporto di coppia.

Come avrete notato il campionario è assortito e Fais tratta una materia indigesta, con un linguaggio esplicito ma ben temperato nell’aderenza al punto di vista del personaggio di turno o dell’io narrante. Sul solco del suo modello di riferimento, Michel Houellebecq, posto in esergo ai racconti, Fais desume una sua poetica da quel “profondo risentimento nei confronti della vita”, necessario a ogni creazione artistica secondo lo scrittore francese. Il monito del maestro d’oltralpe risuona in un certo qual modo sinistro se lo colleghiamo alle vite inadeguate e fuori luogo dei personaggi perdenti di Fais: disoccupati senza speranza, santi bevitori, puttanieri e puttane (di professione e non), traditori, traditi e accidiosi. È quel “misto di pietà spaventosa e di disprezzo”, alimento ed esalazione mefitica del sacro fuoco della scrittura, non lontano dalla fonte originaria: la sofferenza umana nel silenzio (assordante) di Dio.