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Si è sempre discusso, in ogni ambito dello scibile e del sapere umano, e nondimeno nei suoi successivi risvolti ed evoluzioni manifestatesi nei secoli, di una particolare concezione di uomo “complesso”, composto da due differenti entità, rispettivamente dall’anima e dal corpo, a loro volta complesse, tra le quali sussiste un dialogo alquanto drammatico ed interpretabile esclusivamente con gli strumenti della razionalità. Al di là dell’evidente retaggio cartesiano, tali idee troveranno un inveramento e avranno conseguenze in ambito applicativo nella società francese; oltre ai segni profondi che produrranno nella cultura in generale.

Ciò di cui si è parlato finora verrà reso concreto per opera di Charles Le Brun (1619-1690), pittore e decoratore francese nonché primo pittore del Re Sole. Con i famosi discorsi sull'”espressione” del Le Brun si ha una ripresa in un certo senso “pratica” del pensiero cartesiano e quest’ultimo troverà una sua applicazione nella Fisiognomica, ma più precisamente nella pittura; nonostante esso sia stato anche ricercato in ragioni sociali ed organizzative, a causa dell’emissione dei nuovi Regolamenti dell’Accademia Reale di Pittura e Scultura (secondo la volontà del ministro delle finanze di Luigi XIV J.B. Colbert), aventi lo scopo di pianificare una normativa, o meglio un’Estetica, di “Stato” attorno alle arti figurative.

Nel 1667, l’oramai famoso e potente Le Brun tiene presso tale Accademia un ciclo di conferenze che hanno come oggetto l“Espressione generale e particolare”. I preamboli dei suoi discorsi, analizzano con esaustività le Passioni umane che si riflettono nei lineamenti e nei tratti del volto e attraverso di esse illustrano le loro rispettive modalità di rappresentazione e manifestazione. Tutto questo riscosse grande successo e, dopo la scomparsa del pittore, verranno pubblicate e tradotte in tutta Europa, stimolando un forte interesse per gli studi sulla Fisiognomica soprattutto nel Settecento sensistico e nel Positivismo ottocentesco.

Le ricerche del “pittore del Re Sole” furono davvero innovative al tempo, in gran parte proprio per la speculazione sulle Passioni. «Si necessita di uno studio particolare delle Passioni in rapporto alla pittura!», così il nostro Le Brun dà voce ad una delle sue principali esigenze, anche se tra egli e il pensiero di Cartesio intercorre ancora un rapporto di dipendenza, per quanto riguarda le teorie rappresentative sostenute dal primo. Grande rilievo assunsero le argomentazioni del pittore che divennero inequivocabilmente il frutto più geniale maturato nel contesto culturale post-cartesiano, in conformità all’evoluzione “pratica” ma soggiacenti alle rigorose normative applicate alle arti da le “Roi Soleil”. Le Brun asserisce che la Passione è un moto dell’anima risiedente nella sfera sensitiva. La domanda che si presenta come ineludibile e che non si dovrebbe lasciare priva di alcuna risposta troppo a lungo sarebbe: “Ma dove si trova l’anima, e questa come agisce attraverso il corpo?” La plausibile e allo stesso tempo acuta riflessione che Le Brun fa per rispondere a tale quesito è che la sede dell’anima, secondo egli e concorde con Cartesio, è la ghiandola pineale. Questa ghiandola situata al centro del cervello è unica, mentre tutte le altre sono doppie. Dato che l’essere umano possiede in duplice forma gli organi di senso esterni, sembra essere necessario che ci sia un luogo dove le due immagini, o le due impressioni possano riunirsi in una, prima di confluire nell’anima.

Le Brun attua anche un’opera di classificazione delle manifestazioni esterne delle Passioni, e le suddivide in semplici (tra le quali: ammirazione, desiderio, tristezza, gioia, odio, amore) e composte (tra cui: speranza, timore, disperazione, collera, ardimento). Ma un altro rilevante interrogativo verte intorno al luogo fisicamente concepito, per mezzo del quale, da ciò che di più recondito possa inerire alla ghiandola pineale, le Passioni si rendono evidenti sul volto di chi le prova. Il pittore del Re Sole risponde in modo strabiliante: tale luogo è il sopracciglio. Le sue parole, tratte dal suo saggio avente come titolo Traité des Passions”, possono darci un’idea circa ciò che egli vuole intendere e farci notare:

“Sebbene molti abbiano pensato agli occhi, il sopracciglio è la parte del viso in cui le passioni si fanno conoscere meglio[…] E, come si è detto che l’anima possiede due appetiti nella parte sensitiva, così vi sono due movimenti nelle sopracciglia che esprimono tutte le passioni. Vi sono due modi di alzare le sopracciglia. Uno in cui il sopracciglio si alza nel mezzo, e questo esprime movimenti gradevoli. Ma quando il sopracciglio si abbassa nel mezzo questo indica un dolore.”
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C. Le Brun, “Confronto di occhi”. Musée Napoléon.

Le Brun progetta quarantuno maschere delle passioni semplici e composte, nelle quali ogni sfumatura e cambiamento psicologico viene determinato dalla risposta che si realizza nel movimento degli archi sopraccigliari. Tra gli altri studi ed approfondimenti di Le Brun vanno tenute in grande considerazione le equivalenze, che egli riscontra, nella psicologia uomo-animale e che riesce a raffigurare con grande ed originale potenza evocativa, ottenendo risultati senza precedenti ed incomparabili anche da chi si cimentò in tale ambito dopo di lui.

Avviandoci alla conclusione del breve resoconto sul nostro pittore francese, si può sostenere che le sue invenzioni racchiudano peraltro qualcosa di opprimente e di minaccioso, che apre da un lato le più spiccate intuizioni psicologiche dell’arte «contemporanea» (Goya, Redon, Max Ernst), e dall’altro lato riprende al più alto grado qualitativo, nell’espressività, la tradizione che fa capo a Leonardo da Vinci. Charles Le Brun resta e rimarrà sicuramente uno dei più grandi antesignani della tradizione rappresentativa della Fisiognomica.