Nella sua ultima fatica letteraria Martino De Vita affronta un fenomeno economico e politico centrale nei movimenti del mercato globale, spesso disatteso dalla cronaca internazionale, anche da parte di quelle testate giornaliste o di quei telegiornali che si etichettano come promotori di un’informazione alternativa, libera dai vincoli politici che pilotano la diffusione di notizie sui media di largo consumo. Il tema è lo sfruttamento ai danni della popolazione del Congo impegnata nella raccolta del coltan, la materia prima alla base dell’industria elettronica, dai semplici televisori e cellulari alle strumentazioni più costose e sofisticate, il cosiddetto High Tech che interessa anche i servizi segreti o gli ambienti militati. È difficile intravvedere uno spiraglio di luce per una popolazione colonizzata a livello economico, dove i bambini vengono impiegati nelle miniere di coltan sorvegliati costantemente dalla vigilanza armata e gli adulti imbracciano le armi per ribellarsi al potere costituito, quest’ultimo in accordo con gli sfruttatori provenienti dal mondo cosiddetto “ricco” o pienamente sviluppato. Il risultato è un susseguirsi di azioni militari tra le parti in causa, nello scontro tra ideologie politiche e interessi economici che creano un insieme di assoluta complessità. Come sempre accade a farne le spese sono le persone comuni, a cui è negato ogni diritto umano.

Il romanzo di De Vita inizia in Occidente, nella Lucca tanto amata dall’autore con l’incontro tra l’ingegner Paolo Roventa – maggiore azionista della “Thechno & Strategica” con sede nella provincia di Pisa- e l’avvocato Alessio Vitale, che dirige uno studio con un’attiva equipe di collaboratori tra cui figurano la figlia Beatrice e il fratello Marcello; quest’ultimo perso nelle sue fantasie sogna di diventare uno scrittore. Vitale resta sorpreso nell’apprendere che è stato proprio l’avvocato Malvolti, legale dell’azienda elettronica, ad aver consigliato la sua consulenza a Roventa, rinunciando a prendere in mano la situazione. Situazione in verità assai complessa e pericolosa per il futuro della “Thechno & Strategica”, dove secondo l’ingegnere sembra che possa nascondersi un dipendente in grado di mettere a rischio la sopravivenza economica dell’impresa. Nel primo incontro Roventa non si dilunga: sostiene di non poter ancora raccontare quali sono stati gli accaduti di maggiore gravità, ma è ormai certo che da un po’ di tempo Malvolti sembra non essere più interessato a svolgere il suo lavoro con la professionalità rivelata in passato.

Inevitabilmente Vitale e la sua quadra si mettono al lavoro improvvisandosi detective per capire cosa non sta funzionando alla “Thechno & Strategica”; solo in un secondo momento Roventa accennerà all’importazione del coltan dal Congo e di come parte del materiale sia stato sottratto in modo illecito. Per il momento non si possono avanzare ipotesi sul colpevole, ma Marcello che vede già nell’accaduto l’incipit per una spy story finisce per spingersi, all’insaputa dei colleghi, in una spedizione segreta presso la sede dell’azienda per controllarne i movimenti. Al contrario Alessio cerca di mantenere i piedi ben saldi al terreno e, oltre al mistero denunciato da Roventa, si dedica agli altri casi del suo studio.

La prima svolta avviene quando Stefano Campana, addetto al reparto logistico ma anche ex militare con al suo attivo varie missioni nei Paesi dove si concentrano gli interessi economici delle Potenze Mondiali, parte alla volta del Congo allo scopo di controllare la miniera da cui viene estratto il coltan acquistato dalla “Thechno & Strategica”. È probabilmente il personaggio più positivo dell’opera e finisce per vivere una serie di avventure che rendono la storia più avvincente e concorrono al dipanarsi di una trama complessa, ideata dall’autore con l’obiettivo di condurre il lettore per mano affinché possa sussultare a ogni stravolgimento, impegnandosi a sistemare man mano tutti i tasselli per ricostruire il mosaico che porta alla soluzione del caso.

I personaggi sono i modelli tipici del poliziesco e della spy story, difficile collocare il romanzo in un genere ben preciso dato la versatilità di De Vita a presentare diverse condizioni. Alessio Vitale è il detective per caso che finisce per rivelarsi all’altezza dell’incarico che gli è stato commissionato e altrettanto vale per i suoi collaboratori. L’ingegner Roventa è il ricco industriale preoccupato dei traffici nascosti che minacciano la sua azienda e Campana è una sorta di eroe prestato alla gestione aziendale, del resto con un passato proprio da eroe secondo l’opinione pubblica.

Il linguaggio non manca di termini specifici dei settori dell’elettronica e della burocrazia in ambito imprenditoriale, ma resta accessibile e scorrevole; un registro linguistico curato che deve rivelare la preparazione che certamente sta dietro alla stesura dell’opera. Il valore maggiore di quest’ultima è nell’accostare la necessità di divertire a un chiaro ruolo informativo. De Vita cerca di documentare le complesse dinamiche economiche incentrate sullo sfruttamento della popolazione sottosviluppata del Congo. Il desiderio di scrivere una storia che possa anche insegnare, non va però a scapito della trama caratterizzata da un continuo alone di mistero che alimenta la tensione, dove gli stessi personaggi impegnati a spiegare le complesse dinamiche della produzione elettronica vivono stravolgimenti dei fatti che li mettono continuamente agli occhi del lettore sotto una luce diversa. Niente è come sembra, nessuno è di sicuro chi ha fatto capire in precedenza di essere. Dimostrando di sapersi destreggiare tra l’aspetto informativo e la trama, rispetto al passato l’autore rivela una sensibile maturazione che interessa anche il livello stilistico.

La carriera letteraria De Vita, da alcuni anni anche presidente dell’associazione culturale Cesare Viviani di Lucca, era iniziata con “Il bimbo nero” (Gazebo, 1989) riproposto nel 2016 dall’editrice “Youcanprint”, un romanzo che narra il succedersi di diverse sensazioni da condividere con il lettore. Erano seguiti “L’uomo del congresso” (ETS 2003), “Una coscienza inesistente” (Kimerik, 2013) –vincitore del premio Carver nel 2014 selezionato dalla giuria- e “Giulia la rossa” (Tra le righe libri, 2017), quest’ultimo sui rapporti interculturali.