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Col passare del tempo, lo stile oratorio del direttore di «Micromega» va facendosi sempre più simile a quello di certi cristiani fanatici che pretendono di avere sempre ragione e finiscono per diventare antipatici a tutti; dimodoché, quando nessuno vuol più avere a che fare con loro, prendono questo per un segno divino del loro essere nel giusto (anziché dedicarsi a una sacrosanta autocritica), poiché nella Bibbia c’è scritto che i giusti saranno odiati dagli uomini. Scrive infatti, dopo aver definito «l’unico» dialogo possibile quello basato su logica e fatti, che «forse per questo il dialogo è raramente praticato. E non solleva entusiasmi neppure tra i lettori [perché] Homo Sapiens preferisce ancor oggi, statisticamente parlando, il pensiero che rassicura». Insomma: quelli che non la pensano come lui è perché non ne sono all’altezza. E, come tutti i dogmatici, ritiene che solo la sua sia vera conoscenza, mentre quella dell’altro non sarebbe altro che un «film» (p. 20).
Al di là di questa impressione, tuttavia, va detto che il libro Il caso o la speranza? Un dibattito senza diplomazia (ed. Garzanti), scritto a quattro mani da Paolo Flores D’Arcais e dal celebre teologo Vito Mancuso, è molto bello. Ricco di argomentazioni espresse con la veemenza della raffica, il discorso dei due intellettuali offre spunti di amplissimo spessore, com’è legittimo aspettarsi dato il loro calibro. D’altro canto, nonostante i temi del libro (la genetica e l’evoluzionismo, la contingenza e il finalismo, l’esistenza di Dio e dell’anima, la scienza e la morale) siano familiari a entrambi, il discorso prende qui una consistenza e una forza altrove inespresse, tanto che sembra davvero difficile non dar ragione a ciascuno dei contendenti alla fine di ogni intervento.
I quali – pur condividendo una fondamentale e genuina accettazione dei risultati della scienza moderna come punto di partenza irrinunciabile – approdano ad esiti opposti: la verità della fede, per Mancuso; la necessità dell’ateismo, per Flores. Il quale ultimo continua a sostenere che il principio del cosiddetto «rasoio di Occam» permetta di chiudere in quattro e quattr’otto la questione dell’esistenza di Dio (in sintesi: Dio è una causa non necessaria nell’economia della spiegazione scientifica dell’universo; ergo, come ogni idea superflua, va eliminata dal discorso filosofico), commettendo la fatale leggerezza (ma è poi veramente pensabile che si tratto di «distrazione», da parte di un autore come Flores? A ben vedere, sembra più un «partito preso» che un’«ingenuità») trattare «Dio» come un’idea, appunto, invece che come un’esperienza (come cioè è realmente vissuta dal credente; in questo, tale esperienza è non solo verificabile ma perfino ripetibile – è questo il significato del «cammino spirituale» – anche se non allo stesso modo degli esperimenti scientifici). D’altro canto, ancora, Flores ammette che «la ragione scientifico-sperimentale non esaurisce l’ambito della ragione» (p. 26), ma poi asserisce che ogni altra forma di conoscenza, in quanto non-scientifica, non è certa, e che ogni forma di conoscenza non certa «conta esattamente zero» (p. 20). Giungendo fino ad affermare che l’unico modo corretto di utilizzare certe parole (come ad esempio »energia») è quello scientifico, e che il filosofo dovrebbe attenersi a questi significati nell’ambito del suo discorso.
Questa lunga premessa aiuta a comprendere quanto sia inevitabile che il dialogo in questione («dibattito» dice il titolo con ottimismo) si presenti infine più come una “disputa” (Mancuso, p. 11). Flores accusa Mancuso di essere sordo ai suoi argomenti e di schivare la critica puntuale con volteggiamenti retorici, Mancuso dal canto suo sembra deluso dall’«orizzonte puntiforme» dell’interlocutore, che pare più intento a demolire l’avversario che a costruire un punto di vista nuovo e comune. Ciò non rende la lettura meno godibile, anzi: si tratta di un libro di grande impatto, scritto realmente «senza diplomazia» (come recita il sottotitolo), in grado di restituire il senso della vivacità che l’indagine filosofica può assumere quando è guidata da un’autentica passione.


P. Flores D’Arcais, V. Mancuso, Il caso o la speranza? Un dibattito senza diplomazia, ed. Garzanti, 2013, pp. 153, euro 14.

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Laureato in scienze dell'informazione e in filosofia, gestisco il sito ufficiale in italiano del filosofo francese Maurice Bellet. Ho collaborato con l'Opera Omnia in italiano di Raimon Panikkar. Sono redattore della rivista online «Filosofia e nuovi sentieri» e membro dell'associazione di scrittori «NapoliNoir». Ho pubblicato in volume i saggi: – Scienza e paranormale nel pensiero di Rupert Sheldrake (Progedit, 2020); – Ivan Illich. Il mondo a misura d'uomo (Pazzini, 2018); – La verità cammina con noi. Introduzione alla filosofia e alla scienza dell'umano di Maurice Bellet (Il Prato, 2014); – Le cose si toccano. Raimon Panikkar e le scienze moderne (Diabasis, 2011) e 5 libri di narrativa noir: – Troppa verità (2021), romanzo noir di Bertoni editore (2021); – L'albergo o del delitto perfetto (2020), sulla manipolazione affettiva e la violenza di genere, edito da Iacobelli; – L'abiezione (2018) e L'intransigenza (2015), romanzi della collana "I gialli del Dio perverso", edita da Il Prato, ispirati alla teologia di Maurice Bellet; – C'è un sole che si muore (Il Prato, 2016), antologia di racconti gialli e noir ambientati a Napoli (e dintorni), curata insieme a Diana Lama.