[display_podcast] (voce di Luca Grandelis)

«Sublime, misteriosa e sconvolgente manifestazione dell’essere, la follia travolge e sconvolge la familiarità con cui l’individuo guarda se stesso e il mondo; non solo, anche lo sguardo dell’esterno muta e di conseguenza il giudizio che esso esprime: ciò che traborda, sconfina rispetto ai limiti della realtà asffascina e spaventa, ma inesorabilmente allontana. Ed è, prima di tutto, lontananza del sentire, differenza che distanzia, dialogo che si interrompe. E probabilmente non perché i due interlocutori – la normalità e la follia – non abbiano nulla da dirsi, ma perché la comunicazione pare non avere i mezzi disponibili per realizzarsi».
È l’eterno problema della ragione alle prese con la realtà umana: la morale dei teologi andrà bene per chi uccide senza rimorso? La metafisica di un filosofo tedesco è valida in un villaggio africano di cacciatori? Si può veramente parlare della gioia della vita a chi non ha conosciuto altro che sofferenze dalla nascita? Più difficili da comprendere in generale, queste questioni appaiono immediate al contatto con la follia, con la quale sembra (quasi) impossibile comunicare. Perché la follia spesso non usa i linguaggi tradizionali della ragione (il discorso, l’argomentazione), ma quelli della violenza, dell’eversione. Eppure non è affatto priva di una sua intrinseca razionalità, consequenzialità: sovente incomprensibile, il gesto del folle è scatenato, fondato, meditato, organizzato.
È forse possibile costruire un ponte fra la razionalità della ragione e quella della follia? Questa è la domanda posta dagli autori del volume collettivo I linguaggi della follia, a cura di Katia Bernuzzi (ed. Fara, collana Arcipelago, 2001). Dove si prendono in esame i vari punti di vista sulla follia che la coscienza occidentale (e non solo) ha maturato sulla follia: dalla teologia medievale cristiana, che concepisce il folle come colui che disdegna gli insegnamenti delle Sacre Scritture e si identifica dunque con il peccatore, alla concezione moderna della follia come deficienza psichica (psicosi, demenza) incline al crimine; dalla visione del folle come sofferente alla prescrizione dell’esclusione dalla società come unico rimedio ipotizzabile; dal Momus di Leon Battista Alberti alla storia affascinante e tragica di Pierre Riviere, assassino della sua famiglia, che pur sapendo scrivere poco o nulla non volle rinunciarvi, perché a tutti i costi voleva che il suo gesto fosse compreso nel modo migliore.
Ma la follia – spiega Franco Melandri nel suo contributo sulle culture tribali – non è solo una deformazione patologica; essa è vista da certi popoli come qualcosa di completamente fisiologico, come l’altro volto dell’umano. Come possibilità dell’umano (l’Occidente non è del tutto estraneo a questa concezione: si pensi alla Grecia classica dei culti misterici e alle possibilità di incontro con il dio). Presso le popolazioni tribali del Nord America, infatti, la follia verrebbe percepita come «la soglia su cui la ragione si affaccia continuamente e ineludibilmente»»: in tal senso questa versione potrebbe mettere in guardia le nostre culture occidentali dal rischio di idolatrare troppo la ragione a scapito di tutte le «zone oscure» dell’umano (ricordando il monito della psicanalisi: ciò che troppo a lungo viene compresso, finisce con l’esplodere).
L’uomo, dopotutto, continua ad essere un mistero per se stesso. E la follia continua ad apparire come qualcosa che preferisce gli atti ai discorsi, e i cui primi sintomi sono visibili non nelle parole del folle ma nel suo corpo, nella sofferenza e nella tortura che questi testimonia con la sua stessa presenza. Un mondo «altro», effettivamente, ma non altro dall’umano. Nessun folle è del tutto disumano, nessun uomo può ritenersi immune dalla follia. Abbiamo ancora molto da imparare al riguardo, e non c’è altra strada che provarci. Un libro di grande interesse, consigliato anche a chi non abbia conoscenze specifiche di filosofia o psicologia.


Katia Bernuzzi (a cura di), I linguaggi della follia, FaraEditore, 2001, pp. 140, euro 11,36.