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L’ultimo romanzo dello scrittore-regista risale al 2006, “Il cielo sopra Torino”, pubblicato da Fogola. Nel 2004 era uscito per i tipi dell’editore Marco Valerio di Torino, “Il calzolaio”. Si trattò di una storia molto intrigante che segnò forse il livello più alto raggiunto nella narrativa da questo autore, di origine torinese. “L’invasione degli ultragay”, edito nel 2008, ha nella sua casa editrice una novità. Infatti il settembre 2006 è la data di nascita di Zero91, una casa editrice che “nasce dalla volontà di proporre una scrittura in cui l’immagine ispira la parola”, prediligendo “libri di autori con esperienze lavorative nel cinema o nella televisione.” La scelta di pubblicare un autore che come regista ha alle spalle una esperienza e una produzione solide e qualificate non poteva essere più felice.
In questo romanzo ci sono due storie, una delle quali ambientata in un futuro non molto lontano, il 2030, e ci sono due protagonisti. Il primo è il narratore Corradino Piersanti, il quale sta scrivendo un romanzo, il secondo è John W. Taylor, il protagonista di quest’ultimo. Le piccole pause che il narratore si prende per narrarci di sé, trovano in Taylor un punto di appoggio, e meglio ancora: una qualche relazione, come quando Taylor attende che le azioni private del suo narratore si siano concluse, così che possa riprendere a rianimarsi. Abbiamo già assistito a storie multiple contenute in un romanzo, però qui si ha proprio la sensazione di un regista che si muove fuori della scena per poi rientrare a riprendere e a disegnare la sua storia: “John W. Taylor balzò in piedi, pronto a riprendere l’azione dal punto in cui l’aveva lasciata.”
Piersanti convive con Fiamma Ferrari, che occupa molto del suo tempo in sit-in e manifestazioni varie organizzate da movimenti no-global. La chiamano “la Rossa”, non solo per il colore dei suoi capelli, ma per la foga che mette nel portare avanti le sue idee. Corradino non può fare a meno di ascoltarla e litigare con lei quando sono insieme.
Taylor, invece, è alle prese con un attacco alla sua persona da parte degli zombi, che assediano la sua casa, sfasciano porte e finestre e vogliono che anche lui diventi uno di loro, come forse è già accaduto alla moglie Marie-Jo e al figlio Steve. È una storia splatter che Corradino è costretto a scrivere, perché se scrive di “cose serie” nessun editore lo prende in considerazione. Giorgio Pinto, il suo agente letterario, omosessuale, già suo compagno di studi, gli dà un’idea: la “gente non è soltanto carogna ma anche ipocrita: chi la fa indignare e incazzare piace molto più di chi le propone di rimboccarsi le maniche e cercare di migliorare il mondo…” È fatta; tornato a casa, si siede al computer e gli zombi spariscono, e al loro posto compaiono gli omosessuali che stanno impadronendosi della società. Non sono più gli zombi che bussano alla porta di Taylor, bensì una pattuglia composta da due poliziotti omosessuali: “Il più anziano, con voce affettuosa, dice: – Coraggio, amore, vedrai che ti piacerà…”
L’idea non è affatto peregrina, tutt’altro, e la scrittura suadente ci consente di viverla con quel carico di grottesco e di ironia con i quali l’autore adorna il suo stile, sempre lineare e limpido, come avemmo modo di notare in altri suoi precedenti romanzi.
Le due storie si intersecano per il conflitto esistente tra Fiamma e Piersanti. La prima è decisamente contraria a scrivere qualcosa che possa irridere i gay, che difende perché sono stati per anni una minoranza bistrattata e vilipesa.
Questo escamotage risulterà interessante, consentendoci di seguire in trasparenza il meccanismo con cui Piersanti (e per lui lo stesso Farina) costruisce la storia nella storia. Taylor, ossia, si configura alla stregua di un personaggio di cui di volta in volta si decide a voce alta il da farsi. Un po’ come può avvenire nella fase di montaggio di un film.
Per muoversi, aspetta sempre le decisioni del suo padrone: “John W. Taylor era rimasto solo e aspettava con pazienza che io gli spiegassi cosa doveva fare. L’intensa attività sessuale a cui l’avevo sottoposto nelle ultime ore doveva averlo messo in uno stato di beata rilassatezza, poiché se ne rimaneva tranquillo, nudo, sul letto di Mimsy, e si guardava bene dal mettermi fretta.”
Si potrebbe dire che il personaggio Taylor assuma la sua vera dimensione ironica e fantastica in occasioni di questo tipo.
Gli sarà riservata perfino una sorpresa niente affatto piacevole allorché, dopo essersi nascosto in casa di Mimsy per qualche tempo sfuggendo ai rastrellamenti, un giorno vede entrare in casa una pattuglia di Pat-L, le milizie addette ai controlli sulle donne lesbiche, e una delle due poliziotte è nientemeno che sua moglie Marie-Jo.

La lettura è piacevole, ben condotta la trama, tessuta con la calma e la sicurezza del narratore esperto. Farina, infatti, anche con questo romanzo, dimostra di non avere più nulla da imparare e così come fu (ed è ancora) un bravo regista oggi possiamo ben dire che è diventato un narratore provetto. Tutte le figure che compaiono sono sempre ben delineate, da Fiamma a Piersanti, a Giorgio Pinto, ad Anselmo il portiere del palazzo, alla sorella del protagonista, Mimma, al figlio di quest’ultima, che ha lo stesso mio nome, Bartolomeo, abbreviato, come accade al mio nome, in Bart, a Taylor, Mimsy, Shonda, il generale O’Flanagan, personaggi della seconda storia.
Ma ciò che Piersanti racconta sulla intollerante e violenta società dei gay finisce per fargli un brutto scherzo. Il suo agente Giorgio Pinto, nell’intento di dare pubblicità al romanzo, pubblicato a puntate, sparge la voce che l’autore è, pure lui, un gay. La notizia compare subito sui giornali e Piersanti viene ritenuto un abile agitatore politico messosi al servizio della causa dei gay. Ne nasceranno situazioni quantomeno divertenti, anche se intrise di una sana amarezza. È il momento in cui Farina implementa la componente grottesca del libro, e ancora una volta il tono leggero con cui segna la rotta dei suoi due personaggi principali (Piersanti e Taylor) rende godibile una trama condotta all’insegna della chiarezza ed esemplarità della scrittura.
È, questo, dopo “Il calzolaio“, un altro romanzo riuscito di Farina, ormai in grado di costruire e condurre trame con la facilità che contraddistingueva (e contraddistingue) il suo lavoro di regista cinematografico.
Non è difficile concludere, perciò, che d‘ora in avanti troveremo, anche nella produzione letteraria di Farina, la conferma di quella sicurezza e maturità già dimostrate nel cinema.