(voce di SopraPensiero)

 

Il 1968 per il cinema di ambientazione surreale è stato un anno prolifico, durante cui hanno visto la luce opere come “2001 odissea nello spazio” di Stanley Kubrick e “La notte dei morti viventi” di George Romero, ma anche il meno ricordato “Rosemary’s baby. Nastro rosso a New York” ritenuto il livello artistico più alto toccato dal regista Roman Polanski. Versione cinematografica dell’omonimo romanzo di Ira Levin, la pellicola non è inferiore a livello qualitativo rispetto ai precedenti e rappresenta un momento  centrale nell’evoluzione percorsa dall’horror psicologico negli ultimi decenni a iniziare dal già citato Kubrick con“Shining”, per passare da Jonathan Demme con “Il silenzio degli innocenti” fino ad arrivare alle produzioni del Sollevante. Tra queste ultime “Two sisters” di Ji-woon Kim, ambientato in una dimensione surreale che non è altro che la realtà concepita dalla mente di una adolescente turbata.

Negli anni “Rosemary’s baby” ha fatto parlare molto i semplici appassionati, i cinefili e in generale gli addetti al settore cinematografico anche per la presunta storia d’amore che sembra sbocciò sul set tra il regista e Mia Farrow, impegnata nella parte della protagonista Rosemary Woodhause. Polanski racconta la storia di una giovane coppia che si trasferisce in un condominio abitato prevalentemente da persone anziane. Guy Woodhause (John Cassavetes) e la moglie vengono accolti con amicizia dai loro vicini, Roman e Minnie Castavet interpretati da Sidney Blackmer e Ruth Gordon, preoccupati della condizione di salute di Rosemary dopo aver appreso che la ragazza è rimasta in stato interessante. La indirizzano da un ostetrico di loro fiducia, conosciuto in tutta New York e in passato ospite di alcuni programmi televisivi, e ogni giorno Minnie prepara per la futura mamma un miscuglio di erbe consigliato dal medico in sostituzione delle comuni pillole farmaceutiche.

Nel frattempo Guy riceve una notizia che lo mette in crisi; impegnato nella pubblicità con l’aspirazione del teatro, viene a sapere che l’attore  scelto al suo posto per un’importante parte ha perso la vista. Di conseguenza la compagnia concederà a lui il ruolo tanto ambito e da parte sua rifiutare non guarirebbe certo gli occhi del rivale, ma il giovane non sa lo stesso se rallegrarsi dell’evento o esserne dispiaciuto.

La vita sembra sorridere ai Woodhause, anche se Rosemary non è felice. Le attenzioni riservatele dai Castavet sono eccessive e di frequente la coppia di anziani si rende invadente tanto che la ragazza, a differenza del marito, inizia a sopportare a fatica il comportamento di Roman e Minnie. Si chiede cosa li spinga ad essere tanto interessati alla sua gravidanza e durante una festa a cui partecipano solo i vecchi amici dei futuri genitori, le altre mogli consigliano Rosemary di rivolgersi all’ostetrico che aveva scelto di sua iniziativa. La ragazza invece di ingrassare è visibilmente dimagrita e a livello psicologico appare provata e confusa. Ma la notizia di andare contro il parere dei Castavet fa irritare Guy, che rimprovera la moglie senza rendersi conto di come per lei la gravidanza si sia trasformata in un lungo tormento. Concedo ai lettori che avranno l’interesse di guardare il film il piacere di scoprire le varie fasi del declino psicologico della protagonista.

Polanski sollecita una riflessione sul rapporto tra giovani e anziani, facendo in modo che questi ultimi si pongano con la loro eccessiva presenza all’origine della crisi matrimoniale. Una condizione assai frequente che mette alla prova le neo coppie anche nella realtà, malgrado di solito siano i parenti stretti o i genitori a creare il contrasto e non vicini di casa conosciuti di recente, una particolare condizione che fa parte della finzione cinematografica concepita dal regista come interpretazione delle difficoltà della vita comune. Rosemary vive in uno stato di angoscia crescente perché si rende conto di come le persone che fanno parte del suo mondo le nascondano la verità, i suoi sono solo presentimenti ma è certa di essere la vittima prescelta. L’unica prova che ha è un libro sulla magia occulta lasciatele dall’amico Hutch (Maurice Evans) prima di morire, dove compare una foto di Roman Castavet da giovane ricordato come una sorta di stregone.

Lo spettatore si sente trascinato nel delirio della protagonista, non può evitare di immedesimarsi malgrado il comportamento della ragazza sia quasi sempre irrazionale. La partecipazione che richiama questa storia surreale è senz’altro l’aspetto più interessante ed è la conseguenza della narrazione lineare e mai superficiale di Roman Polanski, che resta fedele al romanzo di Ira Levin dove già si concede ampio spazio al deliro psichico della futura madre. L’ultimo momento di serena lucidità nella vita di Rosemary risale alla parte iniziale del film. Durante la prima notte nel nuovo appartamento cena con il marito seduta sul pavimento perché aspetta ancora la consegna dei mobili e gli chiede con semplicità e spontaneità di fare l’amore. È l’unica circostanza in cui i due protagonisti danno libero sfogo alle pulsioni emotive manifestando la loro felicità, non riaccade nemmeno quando viene concepito il bambino perché l’atto sessuale viene compiuto come una necessità, mentre la protagonista sta dormendo per il troppo bere. Polanski riflette sul sesso che può apparire una sorta di perversione ma anche una manifestazione della vitalità umana, la differenza è nei sentimenti che animano l’istinto fisiologico.

Come per tutte le pellicole d’autore, lo spettatore può interpretare “Rosemary’s baby” in base alla sua sensibilità e alle sue convinzioni morali e culturali. A iniziare dai timori della protagonista che, almeno prima del finale risolutivo, possono essere ritenuti anche solo la conseguenza del suo modo alterato di concepire la realtà. Un’opera che si guarda e si apprezza a vari livelli, affinché sia possibile a chiunque trarre un messaggio e riflettere su problematiche riconducibili ai disturbi della società moderna.