(voce di SopraPensiero)

«Il tempo cambia molte cose nella vita» cantava Battiato anni fa. Ma cosa accade se è il rapporto stesso con il tempo a cambiare e, con esso, il rapporto dell’uomo con tutte le cose della vita? Il tempo era sempre stato ciò che dava gusto alle esperienze della vita di ciascuno, rendendo unico ogni evento; al punto che gli anziani – coloro che avevano attraversato il tempo più a lungo degli altri – sono stati per millenni un modello, un riferimento, una testimonianza: persone che erano passate attraverso la fame, la guerra e ogni sorta di avvenimenti pericolosi e traumatici, ed erano riuscite a sopravvivere. Era l’epoca in cui il passato contava. Poi qualcosa è cambiato, dalla Rivoluzione industriale al neoliberismo dei nostri giorni, passando per l’edonismo reaganiano e la televisione commerciale: si è cominciato a credere di poter vivere il progresso come un continuo andare avanti, senza più bisogno di guardarsi indietro. Così è accaduto che oggi gli adulti sono diventati improvvisamente «vecchi», senza mai essere stati «anziani», perché la loro esperienza è ormai obsoleta e inservibile, e loro non hanno più nulla da insegnare ma tutto da imparare. D’altro canto, ci troviamo di fronte ai «neoprimitivi» di cui ancora Battiato canta, uomini e donne di tutte le età che non hanno nessuna cognizione delle proprie radici e vivono alla giornata acquistando e consumando merci nella convinzione che si tratti del carpe diem dell’antica saggezza […]
Uno di quei libri che nascono felici fin dal titolo, insieme provocatorio e illuminante, come solo ci si può aspettare da Miguel Benasayag e Riccardo Mazzeo, due intellettuali che non hanno bisogno di presentazioni (basti ricordare che l’ultimo libro di Mazzeo, scritto a quattro mani con Zygmunt Bauman, pubblicato solo due anni fa, è già stato tradotto in otto lingue). Diagnosi di una società che, perdendo il suo legame con il tempo, perde con esso ogni senso della misura, dell’opportunità e dell’adeguatezza: ecco che assistiamo al triste spettacolo dei tanti anziani all’inseguimento di una gioventù perduta, a colpi di pastiglie eccitanti e improbabili aspettative di compagnia e di piacere. Per rispondere all’imperativo sociale dell’«essere sempre giovani», certamente; ma anche per colmare l’ansia di una vita che – piena di beni e servizi insulsi – finisce per sembrare essa stessa senza senso. Quando ci si illude di poter godere di un tempo che si espande all’infinito, si perde l’irripetibilità dell’attimo che sola dà spessore alle cose rendendole eterne; e si comincia a vedere la morte come la nemica acerrima del piacere e di se stessi. Recuperare la profondità del tempo è la terapia necessaria a recuperare la pienezza della vita, a ogni età: chi non pensa ad altro che ad allontanare la morte da sé rischia di dimenticare che, prima della morte, c’è tutta una vita.


Miguel Benasayag, Riccardo Mazzeo, C’è una vita prima della morte?, ed. Erickson, 2015.