(voce di Luca Grandelis)

Matteo Chiavarone (www.matteochiavarone.com) è nato e vive a Roma. Scrittore prolifico, cofondatore di Flanerì (www.flaneri.com), ha collaborato con diverse realtà editoriali (ha curato tra le altre cose la collana Lab City Lights per il marchio Perrone Lab). L’abbiamo intervistato a proposito del suo ultimo libro di poesie, Blanchard Close (ed. G. Perrone, 2011).

Blanchard Close: è il nome di una strada londinese a dare il titolo al suo libro. Ma è poi davvero solo una via residenziale della zona di Bromley? Quali prospettive schiudono queste due parole?
Blanchard Close è una piccola via di un quartiere, Bromley, che uno delle tante zone residenziali dell’Hinterland londinese. Si tratta di un microcosmo a sé, lontano dalle luci della città e dal turismo ma capace di rappresentare una geografia autonoma, come una esemplificazione della globalizzazione che spinge da un lato modi di fare americani e dall’altro persone da ogni parte di mondo. I substrati precedenti scompaiono con il nuovo che avanza […] Quella via è una strada chiusa, quelle che da noi si chiamerebbero «senza uscita». Quando mi è capitato di soggiornarci mi ha dato questo senso di chiusura, di fine di un’epoca. Che nel caso particolare diventa politica, sociale e persino sentimentale (lì simbolicamente si consumò una mia importante relazione). Non ci sono prospettive in quelle due parole ma lontano da esse: dobbiamo girarci dall’altra parte e intraprendere un nuovo percorso umano, un percorso da affrontare collettivamente senza paure del diverso e del futuro.

Andrea Spadola, nella prefazione, la definisce «poeta dall’orecchio fine». Ma non si tratta forse di un pleonasmo, se è vero – come pensava la Merini – che «ascoltare la vita» è l’obbligo del poeta?
Le prefazioni sono obbligatorie nei libri di poesie ma non le ho mai amate, mi mettono a disagio. Spesso mi chiedono di scriverle e non mi tiro indietro perché entro nella testa degli autori; quando le scrivono a me invece non vorrei mai leggerle perché credo che il più delle volte non dicano verità e non aggiungano niente. Quella di Spadola, che ringrazio, è una prefazione fin troppo buona e molto attenta al testo ma vorrei che fossero i miei pochi lettori a trarre le proprie impressioni. Poeta dall’orecchio fine? Forse sì è un pleonasmo ma persino «poeta» può diventarelo. «Vedere e udire altro non deve il poeta»: se sono riuscito in questo intento è già qualcosa, mi basta.

Nei suoi versi c’è molta filosofia, da Giordano Bruno a de Saussure. In che misura la metafisica nutre la poesia?
La poesia esiste da prima di tante altre discipline o arti dell’uomo. La poesia è impregnata di vissuto: modi di pensare, persone e luoghi conosciuti, letture, arti praticate o ammirate. La metafisica nutre la poesia perché è esperienza sensibile, l’ancoraggio diretto con la realtà.

Scrive che «la lingua è potente/perché con essa si può dire di tutto». Ma può anche dire tutto? La lingua del poeta può davvero giungere a cogliere l’intima essenza della realtà?
La lingua è la forma del linguaggio con sui si può dire di più, con cui più si può arrivare in fondo al problema. Sì, sono convinto che con la lingua si possa dire tutto, basta esserne capaci. In molte circostanze non siamo capaci a dire ciò che pensiamo, ma è una ristrettezza mentale non linguistica. Non è un caso che quando scriviamo (non solo poesie ma anche, e soprattutto, quando comunichiamo quotidianamente con messaggi istantanei o e-mail) si infrangono tutti i tabù e ci «liberiamo», troppo spesso anche senza considerarne le conseguenze. Il poeta che questa libertà prova ad «imbrigliarla» nel verso unisce istinto e logica: non so se nessuno è mai riuscito a raggiungere l’intima essenza della realtà, ma molti ci sono andati vicino.

Parla del popolo dei fast food, del disastro delle periferie, del Novecento che «chiama odio e rancori». Quale posto c’è in poesia per l’attualità? Ovvero anche: quale posto riserva alla poesia la nostra epoca?
La poesia è nelle cose e in questa società che bada al significante e non al significato è come non essere niente. Quest’estate Cortellessa, sul «Corriere della Sera», ha aperto un dibattito ponendosi proprio questa domanda: dov’è finita la poesia nella società contemporanea? Il discorso, a mio avviso, è molto più ampio: dov’è finita la letteratura? È una questione che andrebbe affrontata con serietà a tutti i livelli: politici, scolastici, editoriali, civili. Sento che però qualcosa si sto a muovendo e il dibattito appena citato, una serie di articoli apparsi in più uscite, così come questa domanda, ne sono la prova. Sono sicuro che un posto alla poesia le verrà trovato.

Da ultimo: un motivo per consigliare questo libro a chi non ha mai letto poesia. E uno per chi ama la poesia e non sa come scegliere: perché Chiavarone?
A chi non ha mai letto poesia dico: svegliatevi perché vi perdete qualcosa di molto prezioso a cui si devono le componenti migliori della nostra società. Dopo aver letto versi ben più importanti di autori ben più capaci, leggete anche i miei perché è un modesto tentativo di comprendere la società in cui viviamo (in tutti i suoi fattori, privati e civili). A chi già ama la poesia: dove lo trovate un autore con un cognome così?