(voce di SopraPensiero)

«»Cos’è che volevi sapere, bambino?» chiese, mentre si spatolava la bocca con un osso di rinoceronte. «La sua petit fille, sua figlia. Dov’è, per piascere?» – «Mia figlia chi? Ah… quella!» – «Sì, mi può dire, signora, dov’è andata? Son due sciorni che la scerco.» – «Ma che accento strano che hai, bambino. Un po’, come dire […] del cazzo, ecco.» – «Sì, ma dov’è?» – «Mia figlia? E che ne so. Cos’ha quella ragazza per la testa, guarda. Una cerca di dargli un’educazione e ‘sti ragazzi, e questo è quello che ci guadagna.» – «Sì, ma non può essere scomparsa! Mi dia un indissio!» – Con lentezza inusitata, quella alzò un indice che era una salsiccia, culminata da un’unghia nera come la notte, e indicò la porta d’uscita. «È andata di là»».

Tommaso Arancio è un insegnante di tango che non ha la faccia da «tanguero»; il che vuol dire molte cose, ma una su tutte: che gli piacerebbe tanto fare una bella vita da mantenuto, ma poi non ha neanche quel minimo di coraggio che servirebbe a pagarne il piccolo prezzo. Emanuele Pettener – docente di lingua e letteratura italiana alla Florida Atlantic University che ha già all’attivo altri due romanzi, tra cui Proust per bagnanti (Meligrana, 2013), e un saggio sull’opera di John Fante – racconta l’ultima settimana di lavoro del protagonista al «Baja Topón Post», di proprietà della grassona che l’ha circuito fin dall’iinzio e dalle cui grinfie cerca continuamente di scappare (ben sapendo che questo significherà la fine della sua «carriera lavorativa»). Ricorrentemente spruzzata di arancione, la storia è un susseguirsi di trovate caleidoscopiche e battute brillanti, vòlta a colpire il lettore più che ad avvincerlo. Intento che – sacrificando la trama ai fuochi d’artificio – coglie nel segno. Molto buona anche la cura editoriale (con l’unica stranezza della numerazione sulle pagine pari bianche). Consigliato.


E. Pettener, Arancio, ed. Meligrana, 2014, pp. 150, euro 15.