(voce di SopraPensiero)

Manuela Mazzi è giornalista e autrice di narrativa contemporanea. Tra i diversi libri scritti e pubblicati citiamo il reportage narrativo «Un gigolo in doppiopetto»; l’avventura con sfondo sociale «Un caffè a Kathmandu», la collana Le avventure in giallo di Sir TJ, che annovera due romanzi e un racconto e di cui presto uscirà il terzo volume; ma anche un recente giallo uscito in anteprima a puntate sul «Corriere del Ticino» e che si intitola «Il furto della verità».

Cosa lega quest’ultimo Lo sfregio della farfalla al precedente Il Segreto della Colomba, rispettivamente secondo e primo della trilogia “A volo libero”?
Da una parte, ovviamente, a legare questi primi due romanzi sono i personaggi, anche se nel secondo episodio pongo l’accento piuttosto su quelli femminili, mentre nel primo do ampio spazio a quelli maschili. Certo Cristiano Monteceneri è un po’ il perno centrale, ma non fa la prima donna. Un ulteriore legame è dato dal fatto che le vittime sono entrambe giovani donne, e anche nel terzo sarà così (ed è questa una prima anticipazione). Infine i tre romanzi hanno tutti un “volatile” bianco come focus e il volo come filo conduttore. In quanto storia, invece, questi primi due episodi sono totalmente autoconclusivi e per questo possono essere letti anche senza rispettare la giusta sequenza, mentre il terzo porterà con sé diverse risposte alle domande che i protagonisti si sono posti durante i primi due libri e pertanto non consiglierei di aspettare l’uscita di quest’ultimo prima di leggere Il Segreto della Colomba e Lo Sfregio della farfalla.
Hai scritto oltre dieci romanzi, spaziando tra generi molto diversi. Cosa ha spinto la tua produzione più recente a prendere la strada del noir?
È molto divertente. In effetti, non scrivo noir, ma piuttosto dei gialli-thriller-avventura, per ora. Mi piace un po’ di azione, giocare con il lettore, creare problemi e soluzioni. Non significa però che questa sia l’unica strada che continuerò a percorrere. Gioco e divertimento a parte, se incappo in una storia che merita e non ha il respiro di un giallo, la scrivo comunque. Come ho già fatto in passato.
Dipingi una Svizzera quieta e inquietante, molto diversa da quella dell’immaginario collettivo, fatta perlopiù di valli verdeggianti, monotone giornate lavorative e viali lunghi e silenziosi. Dovremmo aver paura del Canton Ticino?
È vero che il Canton Ticino è in Svizzera, ma è anche un angolo isolato tra le alpi e il confine, ha una sua unicità in quanto terra di passaggio sull’asse Nord-Sud, è terra di rifugiati e di emigranti, è sede di banche ma anche di vari traffici, è un piccolo territorio che fa gola a molti e allo stesso tempo è additato da altrettanti. Le valli di certo non mancano, ma nemmeno i delitti. Ad esempio, lo sa che la Svizzera è leader europea dei furti nelle abitazioni? Ne avviene uno con scasso ogni 8 minuti. È anche vero che, soprattutto in Ticino, nell’ultimo anno la polizia ha raddoppiato l’effettivo del personale. E di cadaveri ne sbucano più spesso di quello che si vorrebbe tra ossa rinvenute nei boschi e corpi gonfi che riemergono dalle acque. Per non parlare di diversi omicidi avvenuti negli ultimi anni. Ma c’è d’avere paura? Credo non più di tanti altri posti nel mondo, ma di certo non è la famosa e decantata e ormai decaduta isola felice. Eppure, come si sa, gli stereotipi sono duri a morire.
Lo scritto è caratterizzato da influenze grafiche varie, da font diversi alle “faccine”, ai bigliettini a mo’ di appunti a bordo pagina. Che tipo di sperimentazione hai ricercato?
Forse un po’ ho voluto svecchiare una certa rigidità grafica. Ma è anche vero che – ad esempio le faccine e il cambio di font – sono giustificati dal linguaggio in internet utilizzato dalla giovane protagonista, prima, e da una pagina di diario, dopo: bisogna sempre cercare di essere il più verosimili possibile. Almeno così la penso io. Anche nel Segreto della Colomba ho inserito una pagina “speciale” e, per farla il più “reale” possibile, ho chiesto a una ragazza della stessa età della protagonista di immedesimarsi nella situazione e di scrivermi una pagina di diario come l’avrebbe fatta solo lei.
Dacci un motivo per cui dovremmo leggere Lo sfregio della farfalla.
Perché sollevo un velo su una realtà a molti ancora sconosciuta e legata al mondo giovanile, all’alimentazione, a una sorta di “setta” deleteria… Conoscere permette di prevenire.
Stai già scrivendo il capitolo conclusivo? Un’anticipazione ce la daresti, solo per i nostri lettori?
Il titolo sarà «Il candore dello scarabeo» e sarà ambientato in parte in Marocco. Più di così non posso dire, ma chi arriverà alla fine de «Lo sfregio della farfalla» capirà…