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	<title>Pagina Tre</title>
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	<description>La rivista di Liber Liber</description>
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		<title>Fiume pagano</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Sep 2010 17:48:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto Carollo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Laura Costantini, Loredana Falcone, Fiume Pagano (Edizioni Historica, 2010, pp. 239, € 15,00, ISBN 978-88-96656-09-9) Ogni capitolo un ponte di Roma (Sublicio, Nenni, Sant&#8217;Angelo, Sisto e così via) e per incipit un brumoso febbraio, nell&#8217;ora peggiore di una gelida notte &#8230; <a href="http://www.paginatre.it/online/2010/09/03/2517/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Laura Costantini, Loredana Falcone, <em>Fiume Pagano</em><br />
(Edizioni Historica, 2010, pp. 239, € 15,00, ISBN 978-88-96656-09-9)</p>
<p><img class="alignleft" src="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2010/09/copertina-fiume-pagano-198x300.jpg" alt="fiume pagano_cover" width="198" height="300" />Ogni capitolo un ponte di Roma (Sublicio, Nenni, Sant&#8217;Angelo, Sisto e così via) e per incipit un brumoso febbraio, nell&#8217;ora peggiore di una gelida notte che cela misteri e puzza di neopaganesimo. Dal Tevere affiorano alcuni cadaveri, accomunati dal fatto di avere indosso una tunica bianca e alcune lettere sul petto, marchiate a fuoco. Suicidi? Forse no: sono stati drogati di assenzio. Unico testimone della loro morte è Venanzio, un solitario clochard che tenta di mettere in guardia il popolo dei diseredati dalle trame oscure di una donna velata che li accompagna al sacrificio, fino al tuffo nel fiume sacro.<span id="more-2517"></span><br />
L&#8217;ormai collaudato sodalizio artistico delle due infaticabili scrittrici romane (al settimo romanzo, il secondo edito da Historica) trova in <em>Fiume pagano</em> una felice convergenza di svariati elementi. In primis la scelta congeniale, libro dopo libro, di costruire personaggi femminili a tutto tondo come perni della narrazione. Poi l&#8217;attenzione  al dettaglio ambientale, la cura nella documentazione storica (forti del lavoro svolto su precedenti progetti come <em>Le colpe dei padri</em>; <em>Roma 1944. Lo sposo di guerra</em>) e una prosa lineare, senza sbavature, al servizio impeccabile della trama. Per <em>Fiume pagano</em> Costantini e Falcone giocano in casa, accompagnando per mano il lettore sul Lungotevere, nel cuore della singolare umanità che popola una Roma dai colori noti, senza però scadere nella macchietta o nel folclore più vieto. Gli attori con ruoli di comprimari, in questa vicenda, fanno anzi la parte del leone contribuendo a rendere più sfumato e godibile l&#8217;affresco della Capitale dalle tante bellezze, qui percorsa obliquamente, lungo rotte lontane da quelle del turismo di massa.</p>
<p>L&#8217;arruffato giornalista d&#8217;assalto Nemo Rossini, vero e proprio segugio della notizia nonché maestro di sarcasmo, e il più riflessivo luogotenente dell&#8217;arma Quirino Vergassola si insinuano nelle pieghe sotterranee dei movimenti neo-pagani, nostalgici della grandezza di Roma e del libero pensiero offuscato dal Cristianesimo. Le loro indagini si sostanziano di un gourmet degno di un Pepe Carvalho (nel menu: bucatini cacio e pepe; mezzemaniche alla gricia eccetera), nelle osterie della Suburra, con sapori odori atmosfere che non sfigurerebbero accanto a un Simenon.<br />
Ma a mio avviso la “prima sorgente” di <em>Fiume pagano</em> è la sua “quasi protagonista” (le varie storie e figure ruotano attorno a lei), Monica Frabollini, agiata e inquieta, ossessionata dalla figura di un padre perduto in tenera età e cercato con disperazione nell&#8217;ambiente dei senzatetto e delle associazioni di volontariato. La caparbietà, la sua determinazione e forza di volontà la indurranno a ricombinare i pezzi sparsi del puzzle della sua esistenza, a scegliere “col cuore” tra due uomini: il portiere del suo stabile, Claudio, e Attilio, pontefice massimo della Brigata Coclite, associazione culturale che propugna un ritorno agli ideali storici della Roma Imperiale. Monica si concederà a colui che saprà comprendere le sue motivazioni più profonde, per quanto incerte e destabilizzanti, e assecondarne l&#8217;espressione. Ma forse sarà troppo tardi: il sacro fuoco di Vesta, la Dea primigenia, divamperà e gli eventi precipiteranno.</p>
<p>La commistione tra i generi giova a <em>Fiume pagano</em>: sentimentale, giallo, qualche venatura horror, stralci di romanzo storico. Il ritmo cresce col numero delle pagine; la narrazione diviene serrata (<em>Viole(n)t red</em>, noir delle stesse autrici edito lo scorso anno da Bietti Media, docet!) ma è bene non anticipare nulla per non togliere il piacere della lettura. Bella e gradita la citazione di <em>Animula vagula blandula</em>, poesia vergata in punto di morte dall&#8217;imperatore Adriano.</p>
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		<title>La nostalgia di Tahar Ben Jelloun, metafora dell’umano errare ,“illumina un sogno di farfalle”</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Sep 2010 11:13:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Patrizia Garofalo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Recensioni libri]]></category>

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		<description><![CDATA[Sempre in un continuo crescendo nell’intera silloge “una luce balena” e il poeta diventa cantore della persistenza della nostalgia. Essa avvolge immagini, ricordi, paesaggi, oggetti e interiori-interni, nella colorazione sfuocata, inafferrabile e dolorosamente ricorrente dell’alba e del tramonto che trascolora &#8230; <a href="http://www.paginatre.it/online/2010/09/01/2495/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sempre in un continuo crescendo nell’intera silloge “una luce balena” e il poeta diventa cantore della persistenza della nostalgia. Essa avvolge immagini, ricordi, paesaggi, oggetti e interiori-interni, nella colorazione sfuocata, inafferrabile e dolorosamente ricorrente dell’alba e del tramonto che trascolora la ricerca di un’appartenenza. Il perdersi in un deserto, lentamente si configura come ricerca umana di identità, vita e morte, spaesamento e “fuggenza” dal reale. La poesia di Jelloun si svela insieme al respiro del vento che soffia sui ricordi, insabbia il dolore per poi rimandare al cuore, specchi di sé che riflettono e sconquassano alberi e mare. “<em>Nelle notti d’esilio/ dal paese amato soffia un vento così forte/ da far crollare gli alberi di nostalgia/ e depositare le sabbie del Sud sui tuoi occhi chiusi./</em>”. “<em>Quando lo specchio, stanco di riflettere,/ cesserà di restituire immagini,/ quando il tempo, liberato dalle nostre urgenze,/ fermerà il suo andare,/ quando il colore, tradendo i sensi,/ si mescolerà alla grisaglia dei nostri mattini/ solo il gabbiano andrà/ a posarsi ancora sulle creste di schiuma/</em>”.<br />
Il conosciuto impegno sociale dell’autore è imbevuto d’anima e, intrisa di lacrime di pietra, si coglie la lotta contro una società che fa di alcuni “una lista delle merci” e dei loro sogni “oggetti smarriti”; Ben Jelloun illumina di “parole nude” ogni verso dentro il quale incide fino a sanguinare un’identità che si srotola come radice aerea; offre appoggio ma non permanenza.<br />
Il lavoro illumina almeno tre possibili spartiti in altrettante scenografie di vita; “ci alziamo nell’immensità del segreto”, la silloge si apre con la luce della parola sulla voce–silente del camposanto “dove i nostri antenati si ostinano a morire”, voce che suona il ritorno del tempo contro un apparente non-sense del vivere al quale la memoria restituisce storia, parola e “schiara” le tenebre che lo offuscano; il deserto, metafora di vita, solitudine, esilio e ricerca: “<em>Il deserto è in primo luogo un’immagine, una dimora/ interiore. Vi si scende imboccando la scala/ del ricordo e la rampa della malattia./ e ancora il deserto è un segreto circondato da un segreto/ più grande nascosto nello spazio inarrivabile che/ nessun agrimensore potrà mai definire/ e un interno quasi onirico/</em>”; infine una lirica che con cadenzata ritmicità sembra fungere da nenia cullata per un’infanzia smarrita nel seno di una madre il cui volto – recita il poeta – è “una terra molto irrigata”. In un interno si chiude il testo e racconta sogni e fantasie solitarie e “commosse” davanti a “doppi” muri. È Parigi forse, ma anche voce d’Oriente “una voce d’Oriente abita il silenzio”, che accarezza “il ricordo di vestigia commosse”. Non credo che i tre momenti, sostanziali nella silloge siano voluti, colgo piuttosto in essi l’andamento musicale della nostalgia che si rifugia infine nel sogno ad occhi aperti nella stanza che accoglie il poeta per aiutarlo forse a superare con il richiamo al fantastico e alla leggenda, il viaggio del nomade “anche a se stesso”. “<em>il grande libro ha aperto le porte al mare e/ alle leggende di Tetouan/ bianca colomba con un occhio di vetro</em>”; “<em>un pesce d’argento/ ha mangiato la polvere/ poi si è sistemato su una mensola/ tra due manoscritti/</em>”.</p>
<p><strong>Tahar Ben Jelloun</strong><br />
<em>Doppio esilio</em><br />
collezione “Selected poems”<br />
Edizioni del Leone, Spinea (VE)<em> 2009<br />
pp. 104<br />
€ 10,00<br />
</em></p>
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		<title>&#8220;Creative Commons: manuale operativo&#8221;, di Simone Aliprandi</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Sep 2010 10:40:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Segnalazioni libri]]></category>
		<category><![CDATA[Creative Commons]]></category>
		<category><![CDATA[Simone Aliprandi]]></category>

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		<description><![CDATA[Un manuale operativo (scaricabile gratuitamente dal sito ufficiale, vedi sotto) che guida passo a passo gli artisti nel mondo delle licenze Creative Commons, le più famose e diffuse licenze di libera distribuzione per opere creative. Senza tralasciare utili chiarimenti di &#8230; <a href="http://www.paginatre.it/online/2010/09/01/2489/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.paginatre.it/online/wp-content/uploads/2010/09/creative_commons_manuale_operativo.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-2490" title="Creative Commons: manuale operativo" src="http://www.paginatre.it/online/wp-content/uploads/2010/09/creative_commons_manuale_operativo-150x192.jpg" alt="" width="150" height="192" /></a>Un manuale operativo (scaricabile gratuitamente dal sito ufficiale, vedi sotto) che guida passo a passo gli artisti nel mondo delle licenze Creative Commons, le più famose e diffuse licenze di libera distribuzione per opere creative.</p>
<p>Senza tralasciare utili chiarimenti di natura concettuale e terminologica, l&#8217;autore entra nei dettagli tecnici del funzionamento degli strumenti proposti dal progetto Creative Commons, così da renderli comprensibili anche per i totali neofiti.</p>
<p>Un&#8217;opera fondamentale per tutti coloro che sono interessati al mondo dell&#8217;opencontent e del copyleft.<span id="more-2489"></span></p>
<h2>La presentazione dell&#8217;autore</h2>
<div id="attachment_2491" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.paginatre.it/online/wp-content/uploads/2010/09/simone_aliprandi.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-2491 " title="Simone Aliprandi" src="http://www.paginatre.it/online/wp-content/uploads/2010/09/simone_aliprandi-150x196.jpg" alt="" width="150" height="196" /></a><p class="wp-caption-text">Simone Aliprandi</p></div>
<p>Lo spunto per questo libro specificamente dedicato al mondo Creative Commons è provenuto da questi ultimi anni di mia assidua partecipazione alle mailing list e ai dibattiti pubblici dedicati all’uso delle licenze, nei quali emergevano costantemente una serie di equivoci in cui gli utenti neofiti erano portati a cadere in modo abbastanza regolare.</p>
<p>Di concerto con gli enti promotori di questa iniziativa editoriale (che ringrazio per l’intraprendenza e la lungimiranza dimostrata), ho pensato dunque che un manuale operativo senza fronzoli e tecnicismi potesse finalmente risolvere la situazione. Ovviamente, a coloro che si sono già avvicinati a questi argomenti attraverso la lettura delle altre mie pubblicazioni (soprattutto <em>Teoria e pratica del copyleft</em>, che rimane il testo più approfondito e più tecnico della mia produzione), sembrerà di fare un passo indietro, ma sono sicuro che anche costoro avranno modo con queste pagine di rinfrescare alcuni argomenti e colmare dubbi sui punti più ostici, legati all’applicazione concreta.</p>
<p>Inoltre, la realizzazione di questo libro è stata l’occasione per tradurre finalmente in italiano interessanti testi divulgativi e materiali esplicativi finora disponibili solo in inglese sul sito di Creative Commons.</p>
<p>Spero quindi che questa mia nuova opera serva da ulteriore incentivo all’utilizzo e allo sviluppo di modelli innovativi di distribuzione dei beni creativi, quali sono le licenze Creative Commons e tutti gli altri strumenti ad esse affini.</p>
<p>Il sito ufficiale del libro: <a href="http://www.aliprandi.org/manuale-cc/">http://www.aliprandi.org/manuale-cc/</a></p>
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		<title>Vincenzo Pardini: &#8220;Banda randagia&#8221;, Fandango, 2010</title>
		<link>http://www.paginatre.it/online/2010/08/31/2412/</link>
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		<pubDate>Tue, 31 Aug 2010 05:04:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bartolomeo Di Monaco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Recensioni libri]]></category>

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		<description><![CDATA[“Donata era bella quanto misteriosa. La sua solitudine ne accentuava il fascino.” Donata è la protagonista del primo dei nove racconti, “La moglie del serpente”, che formano la raccolta. Nata già un po’ ritrosa, un tentativo di violenza subito da &#8230; <a href="http://www.paginatre.it/online/2010/08/31/2412/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_23964" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://viadellebelledonne.files.wordpress.com/2010/07/pardini.jpg"><img class="size-full wp-image-23964" src="http://viadellebelledonne.files.wordpress.com/2010/07/pardini.jpg" alt="" width="150" height="212" /></a><p class="wp-caption-text">Vincenzo Pardini</p></div>
<p>“<em>Donata era bella quanto misteriosa. La sua solitudine ne accentuava il fascino.</em>” Donata è la protagonista del primo dei nove racconti, “<em>La moglie del serpente</em>”, che formano la raccolta. Nata già un po’ ritrosa, un tentativo di violenza subito da un compagno la segna ancora di più nel carattere. Dubiterà degli uomini. Non le andrà mai di parlare con altri della sua vita intima. “<em>Essere aggredita, stuprata era un timore da cui non riusciva a liberarsi.</em>”</p>
<p>La sua natura e la terribile esperienza accentueranno in lei alcune perversioni latenti. Facilitata in ciò dalla sua bellezza, si troverà a vivere esperienze di forte morbosità. Non si sottrarrà nemmeno al desiderio di uccidere. Un serpente boa acquistato in un negozio cinese, da cui si sente attratta, la renderà protagonista di una insolita storia d’amore.</p>
<p>La scrittura di Pardini è veloce, fatta di frasi stentoree. Il sesso vi compare come elemento dominante della vita, al quale nessuno può sottrarsi, e che riesce a far esplodere le più nascoste e inquiete verità su noi stessi.</p>
<p>Anche Eldo, il protagonista di “<em>Banda randagia</em>”, è un tipo introverso, come Donata. Appartato, silenzioso, non ama intrattenersi con i compagni. Troverà una pistola e sarà spinto dal desiderio di uccidere.<span id="more-2412"></span></p>
<p>Pardini sta mettendoci in contatto con l’anima più tormentata e direi anche più animalesca dell’uomo. Sesso e aggressività lo contraddistinguono, e lo governano. Tanto più se vive asserragliato in una sua inquieta solitudine. Il ritrovamento di una pistola nella fabbrica dove lavora scatenerà in lui istinti omicidi: “<em>Riprese sonno pensando alla pistola. Non l’avrebbe solo divertito, ma anche appagato di qualcosa che doveva ancora capire.</em>”</p>
<p>A volte sono i piccoli avvenimenti che scatenano l’imprevedibile: “<em>Ebbe una sensazione che lo turbava e lo esaltava; la medesima di quando sentiva suo padre e sua madre fare l’amore.</em>”</p>
<p>Quella di Pardini è una scrittura meno dura, meno aspra, di quella che abbiamo conosciuto nel passato. Più letteraria, meno anarchica, senza quella ruvidezza terragna che incontriamo, ad esempio, nello stupendo racconto, “<em>Broggi</em>”, in “<em>Non rimpiango, non lacrimo, non chiamo</em>”, uscito quasi contemporaneamente.</p>
<p>In quei racconti i veri protagonisti, dominatori perfino degli uomini, sono gli animali. Qui l’indagine di Pardini si concentra sull’uomo. E, per l’occasione, sembra aver scelto di adottare modi un po’ più dolci prima di immergersi nella sua anima.</p>
<p>I delitti compiuti da Eldo cadono sotto l’attenzione di un ispettore esperto, Gregorio Giurati, che si avvede che sono stati compiuti da uno stesso individuo. Comincia la caccia. Sarà un cane, Nerone, a metterlo sulle sue tracce. E una banda di cani randagi ad ucciderlo.</p>
<p>Pardini si è concesso con questo thriller una specie di pausa dai suoi temi e dalle sue ambientazioni preferiti, un tentativo, non nuovo peraltro, di percorrere una strada che lo incuriosisce. Lo vedremo anche in altre storie di questa raccolta. Probabilmente la sua esperienza di guardia giurata l’ha portato a vivere situazioni in cui dominano i risvolti psicologici di una natura umana malata e inquietante: “<em>L’assassino era figlio della negatività che lì allignava.</em>”</p>
<p>Un tale proposito di indagare l’anima umana appare ancora più evidente nel terzo racconto intitolato “<em>Ferrovia parallela</em>”. È un racconto tra onirismo e fantasy. Una strana locomotiva a carbone sta percorrendo una linea ferroviaria misteriosa, che attraversa stazioni presidiate, tunnel bui, lande desolate, foreste. Il protagonista, guardia giurata, deve sorvegliare due valigie dal contenuto sconosciuto. Lungo il percorso fa strani incontri. Molti sono soldati. Vede perfino dei mammut. Anche numerosi cadaveri. Grossi ratti. Si sente prigioniero di qualcuno, che non sa definire.</p>
<p>I racconti vedono spesso delle guardie giurate in azione. Questo, in modo speciale. Confessa: “<em>ho creduto di capire chi sono: un fantasma che vive d’ombra, ospite privilegiato delle tenebre. Lo ammetto: mi sono innamorato della notte come la più proibita e lasciva delle amanti. In essa, a mio modo, trovo conforto e comprensione.</em>”</p>
<p>Fa capolino anche l’invocazione a Cristo: “<em>Un pensiero, allora, traversa la mente: che la mia faccia assomigli un poco a quella di Cristo sotto le scudisciate. Una preghiera inconscia. La stessa, m’avvedo, che non ho mai cessato di rivolgergli. Vorrei essere tutto Suo.</em>”</p>
<p>È un viaggio che agisce dentro il protagonista, volto a cambiarlo. Addirittura a distruggerlo. Sarà possibile difendersi solo con un atto di violenza.</p>
<p>Egisto, il protagonista del racconto “<em>Lo chiamavano orso</em>”, è un bel ragazzo, che si accorge di essere attratto più dagli uomini che dalle donne. S’innamora di un coetaneo, Vittorio, ed inizia con lui un’avventura omosessuale. Si sente felice, realizzato.</p>
<p>È il racconto più denso di umori, dove l’odore del grosso cinghiale che lo zio Berto vuole abbattere si mescola con quello forte del sesso. La caccia al cinghiale fa rivivere altre pagine memorabili di Pardini. A mio avviso, il migliore della raccolta, riassuntivo dei principali temi cari all’autore.</p>
<p>Seguono altri racconti più brevi, ma tutti vicini per temperamento al racconto “<em>Lo chiamavano orso</em>”, ossia muniti di una solidità più consistente. “<em>Lo chiamavano orso</em>” segna dunque lo spartiacque tra due parti che sembrano avere ispirazione e consistenza differenti, delle quali la seconda appare la migliore. Una frase significativa del mondo caro ed evocato da Pardini, si trova nel racconto “<em>Il coltellino</em>”: “<em>Non è vero che il passato si cancella. L’abbiamo intorno e dentro, ma non si lascia vedere, solo percepire.</em>”</p>
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		<title>La guerra lontano dalla guerra. L&#8217;Emilia Romagna, una regione ospedale</title>
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		<pubDate>Sun, 29 Aug 2010 18:27:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Scartabellati</dc:creator>
				<category><![CDATA[Recensioni libri]]></category>
		<category><![CDATA[follia di guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Grande guerra]]></category>
		<category><![CDATA[guerra e quotidianità]]></category>
		<category><![CDATA[storia dell'Emilia Romagna]]></category>

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		<description><![CDATA[Per quanto ogni anno la bibliografia si arricchisca di numerosi titoli, l’evento Grande guerra resta ancora, e per taluni aspetti tematici ed interpretativi non secondari [1], un discorso ampiamente aperto. Aperto in più direzioni. Una delle quali è certamente quella &#8230; <a href="http://www.paginatre.it/online/2010/08/29/2474/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.paginatre.it/online/wp-content/uploads/2010/08/images2.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2476" src="http://www.paginatre.it/online/wp-content/uploads/2010/08/images2.jpg" alt="" width="70" height="101" /></a>Per quanto ogni anno la bibliografia si arricchisca di numerosi titoli, l’evento Grande guerra resta ancora, e per taluni aspetti tematici ed interpretativi non secondari [1], un discorso ampiamente aperto.<br />
Aperto in più direzioni. Una delle quali è certamente quella battuta dal gruppo di ricerca alla cui penna si deve l’interessante <em>Una regione ospedale. Medicina e sanità in Emilia-Romagna durante la Prima Guerra Mondiale </em>(Clueb, Bologna 2010), pubblicazione già segnalata ai lettori di Paginatre.it nelle scorse settimane: <a href="http://www.paginatre.it/online/2010/08/05/2442/">http://www.paginatre.it/online/2010/08/05/2442/</a></p>
<p><span id="more-2474"></span>Curato da Fabio Montella, Francesco Paolella e Felicita Ratti, il volume rivela il proprio carattere di novità in un panorama storiografico operoso non tanto o non solo nei temi studiati: la chirurgia e la psichiatria di guerra; l’impatto socio-culturale della spagnola; la quotidianità di alcune città emiliane nel vortice bellico. Né si ripromette di farlo nelle metodologie interpretative e nella documentazione esplorata – fondi ospedalieri, cartelle cliniche, carte degli uffici sanitari comunali: territori oramai consueti per gli storici sociali. Persegue, al contrario, la propria originalità nel disegno finale di un quadro complesso frutto dell’interconnessione organica dei temi trattati. Interconnessione che, per quanto riguarda il saggio comparativo di Felicita Ratti relativo alle vicende della pandemia influenzale nel Land Salisburgo e nella provincia di Modena, si avvale con acribia di quell’ottica internazionale così “spesso trascurata” nell’accademia italiana, come osserva l’autrice (p. 6).<br />
Non si tratta, beninteso, della giustapposizione a mosaico di alcuni saggi relativi ad un identificato territorio, dal cui semplice accostamento il lettore è invitato a trarre quanto potrebbe essere di sua campanilistica curiosità. Ma di un lavoro di ricerca sostenuto complessivamente da una comune ispirazione – l’attenzione per la hobsbawmiana e oggi poco alla moda storiograficamente parlando gente comune –, e dal desiderio di un confronto con le problematiche nuove suscitate dalla guerra, commisurate sullo sfondo di una circoscritta area evitando nel contempo la trappola delle chincaglierie del localistico.<br />
Una regione ospedale – scrive nella premessa Felicita Ratti – vuole essere la storia “di un territorio che le esigenze belliche avevano trasformato in un attivo e popoloso centro di cura”, ma anche plasmato e modificato nei suoi caratteri facendolo assomigliare “ad una struttura complessa, fatta di regole, disciplina, controlli” (p. 7).<br />
Lontana dal fronte, retrovia delle prime linee; eppure l’impatto dei combattimenti, come una sorta di onda sismica, è fin dai primi mesi avvertibile anche in Emilia Romagna. Un dato tra i tanti: dopo l’apertura delle ostilità, a Reggio Emilia il “flusso di feriti in arrivo fu sin da subito elevato: in poche settimane ne vennero segnalati oltre 600, tanto che gli ospedali militari appena aperti non erano in grado di provvedere adeguatamente alle cure mediche (…)” (p. 27).<br />
Non è difficile immaginare quanti e quali tipi di questioni una situazione del genere creasse; ed il saggio di Michele Bellelli in apertura di volume: Dalla pace alla guerra. Strutture e personale sanitario a Reggio Emilia, ne offre una completa rassegna, pur trascurando – a mio avviso sorprendentemente – di guardare ai problemi e, soprattutto, alle soluzioni adottate, alla luce di una considerazione di classe.<br />
Esame che, invece, ritroviamo nel testo di Fabio Montella Modena e i suoi ospedali nella Grande guerra, con il capitolo di Francesco Paolella sull’alienismo bellico – che vedremo in seguito – tra i più convincenti del volume.<br />
Montella ricorda tra gli immediati effetti della guerra guerreggiata il repentino peggioramento delle condizioni di vita della popolazione. Immiserimento che generò “ampie sacche di indicibile miseria” (p. 46), obbligando le autorità, nello sforzo di farvi fronte, a promuovere una serie di iniziative in grado letteralmente di cambiare il volto sociale delle città, e le abitudini sia di chi era oggetto delle attenzioni pubbliche, sia di chi si faceva promotore delle stesse. “La guerra e le sue logiche – osserva Montella – erano ormai entrate con prepotenza nella vita di tutti” (p. 50); per “alcune municipalità il conflitto rappresentò un’occasione per mettere mano, pur nelle ristrettezze dell’economia di guerra ad opere pubbliche che i cittadini attendevano da tempo (…)” (p. 52).<br />
La guerra come cesura storica si delinea chiaramente – anche se, sui limiti o, meglio, il profilo di tale cesura, la storiografia recente è finalmente giunta ad interrogarsi superando le semplificazioni del passato. E all’interno di tale cesura, una tappa fondamentale, a sua volta punto di snodo per la storia nazionale, è rappresentata dalle conseguenze della sconfitta di Caporetto, con il “massiccio e repentino spostamento di militari e civili”, all’origine di “una rinnovata pressione all’interno del Paese” (p. 60).<br />
Immagini tangibili della situazione creatasi a seguito dello sfondamento austro-tedesco, i militari sbandati ed i profughi friulani e veneti [2], accolti in numero di più di 10.000 nella sola Modena, con le conseguenze – non ultimo di ordine pubblico e di ripetuto attrito con i bisognosi residenti in città – del caso.<br />
“Chiusura di laboratori, disoccupazione, inflazione, speculazione e miseria” furono, infine, “le drammatiche eredità del conflitto” (p. 65). Eredità che possiamo ritrovare in molte delle città europee vicine o lontane dal fronte. Ma dalla guerra emergeva anche il nuovo attivismo degli enti pubblici nell’assistenza sociale, affatto sconosciuto nel passato in quelle forme e dimensioni. E, non ultimo, quel bagaglio di conoscenze teoriche e pratiche maturato dai medici mobilitati, successivamente messo a frutto dalla medicina civile come ampiamente illustrato ancora da Fabio Montella nel saggio Chirurgia e chirurghi nella Prima guerra mondiale.<br />
Alla vigilia della guerra, la classe medica italiana – come per altro quella internazionale – “non appariva pienamente consapevole dei mutamenti che le armi e la tecnologia avrebbero comportato” (p. 122). Per questa ragione, posti a confronto con i concreti effetti della guerra – la materialità di corpi devastati, ferite profonde e poliformi, estese infezioni – i medici furono costretti celermente “a riconsiderare molte delle scelte e delle risposte terapeutiche [ed organizzative] diffuse fino ad allora” (p. 112). Naturalmente, del travaglio teorico-pratico in corso, se ne ebbe riflesso anche e soprattutto in Emilia Romagna, regione che già all’epoca (si pensi all’Istituto Rizzoli), vantava strutture e professionisti all’avanguardia, e che in virtù di ciò durante gli anni del conflitto doveva affermarsi “come centro vivo per il progresso della chirurgia nazionale” (p. 143).<br />
Dei travagli e dei dibattiti dottrinali che interessarono la chirurgia non troviamo analogia in un’altra branca medica: la psichiatria, oggetto del puntuale intervento di Francesco Paolella.<br />
Sulle ragioni di una tale timidezza (o passività) epistemologica – in larga parte incompresa da quegli storici che, sulle ali delle storiografie francesi ed inglesi hanno voluto anche rintracciare da noi segni di svolte concettuali mai avvenute – non è questo il luogo per interrogarsi. Né è possibile discorrere ora della caducità di un discorso psichiatrico alle prese con ingiurie ben altrimenti dotate di materialità rispetto alle ferite di competenza chirurgica. Quel che vale la pena sottolineare delle pagine di Paolella – dedicate, in rassegna, ad alcuni dei nomi più noti di psichiatri operanti in Emilia Romagna: Giacomo Pighini, Gaetano Boschi, Placido Consiglio, Arturo Donaggio – è, invece, la messa a punto ulteriore dell’immagine di una disciplina medica più attenta al suo ruolo custodialistico che non a quello terapeutico. Ruolo a cui non erano estranee né le urgenze efficientiste imposte dal conflitto, col trinomio identificazione-separazione ed espulsione del folle dai reparti mobilitati; né le matrici concettuali dell’antropologia criminale lombrosiana (p. 79), che, per parafrasare Kerényi, come la testa recisa di Orfeo continuava a cantare (orientando psichiatri, psicologi, antropologi, sociologi e demografi) nonostante il prematuro tramonto decretatone dai contemporanei neoidealisti e da alcuni commentatori odierni.<br />
Sarebbe certamente eccessivo vedere la presenza e le pratiche psichiatriche esclusivamente  alla lente delle loro conseguenze disciplinari-repressive [3]; non di meno, è da rimarcare che tali prassi andarono ulteriormente accentuandosi proprio a Reggio Emilia, con la costituzione del Centro militare di 1a raccolta per il discernimento, dopo Caporetto, dei soldati sbandati dagli scioperati militari, dai simulatori e dai veri e propri matti.<br />
Giustamente Paolella evidenzia come una certa modalità di gestione dei “folli di guerra” abbia rappresentato per alcuni psichiatri – ed in particolare per i professionisti della sanità militare – un modello da implementare ben oltre i perimetri delle caserme. La militarizzazione della vita civile postbellica passò indubbiamente anche da questi interstizi culturali, solo a prima vista marginali. Dalla volontà, cioè, di alcuni medici-intellettuali carichi di know-how quanto di prestigio patriottico, di proporre la “giustizia scientifica” messa a punto nelle strutture neuropsichiatriche d’armata disponendo del diritto dei folli alle pensioni di guerra e del trattamento da riservare ai simulatori/disertori, come “modello di gestione  valido non soltanto per l’esercito, ma per la società nel suo complesso, nella lotta contro i comportamenti antisociali e degenerati” (p. 108). <br />
Evidente merito del saggio di Francesco Paolella è la misura, la capacità di dosare interpretativamente il fondo archivistico analizzato e le differenti situazioni della realtà emiliano-romagnola senza, muovendo da questi, e attraverso indebite estensioni, volerne fare lo specchio fedele delle realtà vissute dall’intera nazione e dai suoi militari, sani o insani che fossero. In altre parole, l’autore non cade nell’abbaglio in cui è scivolato chi, sulla base di poche cartelle cliniche oppure appartenenti ad un solo istituto manicomiale, e perifrasando le tesi di Eric J. Leed o di Paul Fussell [4], ha preteso fornire il resoconto dell’esperienza bellica tout court dei combattenti, con le connesse modificazioni del loro universo mentale-comportamentale.<br />
Rigoroso, stilato con mano didattica, ampio – probabilmente fin troppo rispetto all’economia testuale – il saggio di Felicita Ratti posto al centro del libro, e consacrato alla Storia sociale comparata della pandemia influenzale 1918-1919 nella provincia di Modena e nel Land Salisburgo.<br />
Nucleo di una tesi di dottorato in corso di realizzazione, il saggio lascia qualche perplessità quando elenca le ragioni che hanno portato l’autrice a scegliere le località da comparare. Detto che ogni comparazione può presentarsi in sé discutibile (se non addirittura controversa!), sono gli stessi dati offerti dall’autrice, o anche una superficiale conoscenza della storia delle due realtà messe a confronto, a far dubitare della solidità dell’affermazione secondo la quale il Land Salisburgo e la provincia di Modena “dal punto di vista sociale offrono valori demografici decisamente comparabili” (p. 153).<br />
Ciò premesso, il saggio di Felicita Ratti suscita attenzione per più motivi. Per il respiro decisamente internazionale della letteratura consultata. Per la profondità dell’analisi, intesa a “fornire un ritratto sociale dei due territori nei mesi cruciali sia della pandemia sia del termine del conflitto, evidenziando eventuali tensioni legate all’epidemia, oppure le mentalità popolari, mettendo in rilievo le influenze del conflitto sul funzionamento della sanità a livello locale (…)” (p. 151). Ancora, per l’abilità con la quale traspone la chiave analitica offerta dalle interazioni fra Stato e salute pubblica – sulla scorta dei suggerimenti di Andrew Price-Smith – in un contesto temporale come quello dei primi mesi del dopoguerra, dagli storici indagato con un’attenzione minore di quanto probabilmente meritasse.<br />
L’epidemia influenzale è al centro anche del secondo intervento di Michele Bellelli: Aspetti e problemi dell’epidemia di spagnola a Reggio Emilia. Più stringato rispetto all’intervento della Ratti, presenta una cronaca delle vicende vissute dalla città dall’apparire al decrescere della minaccia morbosa. Di nuovo, a spiccare, è la dimensione dell’impegno profuso dalle autorità mediche e comunali, anche se antiche e pessime abitudini igieniche o cronici deficit organizzativi continuano a persistere.  Per esempio, ricorda l’autore, a livello di assistenza farmaceutica, “la maggior parte della popolazione dell’hinterland cittadino (…) non poteva usufruire di una adeguata assistenza” (p. 234).<br />
Chiudono il volume due saggi: I mutilati e gli invalidi tra cura, rieducazione e controllo di Fabio Montella; e La casa di rieducazione professionale per mutilati e storpi di guerra di Bologna, scritto a quattro mani da Mirtide Gavelli e Fiorenza Tarozzi.<br />
Interessante soprattutto per le informazioni che riporta alla luce – del resto, uno studio sistematico del personale, dei pazienti e della vita di strutture del genere è lungi dall’esser promosso in Italia – il testo di Gravelli-Tarozzi ci rcorda come non fosse facile la sfida che attendeva mutilati e storpi nel dopoguerra. Se per i medici si trattava di far ridiventare i pazienti prima uomini, ed eventualmente poi lavoratori (p. 289), per le vittime a vita del conflitto il ricovero rappresentava spesso il primo passo di un lento e problematico reinserimento sociale. Un ritorno alla vita in condizioni fisiche e psicologiche ben diverse da quelle vissute al momento della partenza per il fronte, quando la guerra poteva apparire un’allettante avventura.<br />
Tragiche ombre lasciate in eredità dai combattimenti, oggetto di cura e controllo pervasivo da parte delle autorità proprio quando i reduci in genere scoprono nel nascente associazionismo un strumento di salvaguardia dei propri diritti, mutilati e storpi rappresentano – come considera Fabio Montella – un aspetto nuovo e imprevisto della guerra, un problema costantemente in agenda ed in grado di indurre medici e autorità a “improvvisare, creare, attivare, coordinare” iniziative (p. 265), non sempre però con risultati degni di nota.<br />
Ancora una volta, l’Emilia Romagna, nell’ortopedia, nella fisioterapia e nella radiologia – ausilii essenziali per la cura e la rieducazione dei pazienti &#8211; svolge un ruolo da battistrada, fungendo sia da modello organizzativo che da laboratorio per gli interventi in seguito posti in atto nell’intero territorio nazionale. Paradossalmente, allora, sarà soprattutto quella stessa tecnologia  che “aveva portato al parossismo gli effetti delle devastazioni belliche” (p. 274), ad offrire a storpi e mutilati una qualche chance di rinascita, per mezzo dell’utilizzo di gambali, ortesi e protesi.<br />
In conclusione, avrebbe forse giovato al volume un breve capitolo finale in grado di raccogliere i diversi approdi euristici in un resoconto scrupoloso ma agile. D’altro canto, <em>Una regione ospedale. Medicina e sanità in Emilia-Romagna durante la Prima Guerra Mondiale</em> può essere certamente indicato ad altri gruppi di ricerca come prototipo da imitare nell’analisi di parallele realtà territoriali, più o meno prossime al fronte, e più o meno coinvolte dalle operazioni belliche.<br />
Ad ennesima smentita delle elucubrazioni di qualche canuto cattedratico, più preoccupato di promuovere le proprie ricerche che di comprendere l’originalità dello sforzo di giovani ricercatori (ahi loro, per danno collaterale generazionale – diciamo così… – impossibilitati a raggiungere quelle medesime cattedre!), è indubitabile che un grosso lavoro resta ancora da fare se davvero si vuol provare ad aggiungere nuovi tasselli utili a comprendere a fondo le guerre degli italiani. In questo senso, col volume curato da Fabio Montella, Felicita Ratti e Francesco Paolella, è stato fatto sicuramente un pregevole passo in avanti.</p>
<p><em>Note</em>:</p>
<p>[1] Si pensi al lavoro di M. Ermacora, <em>Cantieri di guerra. Il lavoro dei civili nelle retrovie del fronte italiano (1915-1918),</em> Bologna : Il Mulino, 2005, al quale non è seguita una stagione di studi in materia.</p>
<p>[2] Vedi D. Ceschin, <em>Gli esuli di Caporetto. I profughi in Italia durante la Grande guerra,</em> Roma: Laterza, 2006.</p>
<p>[3] Vedi per es. C. Tumiati, <em>Zaino di sanità,</em> Udine: Gaspari, 2009 (ed. orig. 1947).</p>
<p>[4] P. Fussell, <em>La Grande guerra e la memoria moderna,</em> Bologna: Il Mulino, 1984; E.J. Leed, <em>Terra di nessuno. Esperienza bellica e identità personale nella prima guerra mondiale,</em> Bologna: Il Mulino, 1985.</p>
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		<title>L’ &#8220;Urlo di Munch&#8221; nella parola disvelante di Alessandro Rivali</title>
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		<pubDate>Sun, 15 Aug 2010 10:27:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Patrizia Garofalo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Recensioni libri]]></category>

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		<description><![CDATA[«“C’è una rete che imbriglia/ quello che non si vede/…”. Forse Rivali scrive di questa tela e ha compreso il compito vero ed arduo del poeta: fare visibile l’invisibile senza lacerare la tela che lo imbriglia, svelare. E il compito &#8230; <a href="http://www.paginatre.it/online/2010/08/15/2461/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>«“C’è una rete che imbriglia/ quello che non si vede/…”. Forse Rivali scrive di questa tela e ha compreso il compito vero ed arduo del poeta: fare visibile l’invisibile senza lacerare la tela che lo imbriglia, svelare. E il compito dello svelamento non è indolore. Il sangue versato è anche il suo». (Roberto Mussapi, dalla recensione su &#8220;<strong>La riviera del sangue</strong>&#8220;).<span id="more-2461"></span></p>
<p>È proprio da &#8220;La riviera del sangue&#8221; che mi appare necessario iniziare per parlare della vasta poesia di Alessandro Rivali che pur nella maggiore profondità prospettica dell’ultimo lavoro, &#8220;<strong>La caduta di Bisanzio</strong>&#8220;, non abbandona il magma incandescente della parola e non cede mai alla soggettività e alla contemplazione ma prosegue incalzante, debordante, immaginifico di tracimante conoscenza, intelletto e profonda com-prensione della storia tutta. La dicotomia tra la sua riviera genovese ed il sangue viene sempre più ad ampliarsi in una maggiore configurazione della vita-storia ed eventi che non risparmiano terre, civiltà, stragi e compianto e pietas in un inesorabile e cosmico susseguirsi di sconfitte e vittorie, conquiste e cadute. Concettualmente distanti appaiono le lettere di Gramsci dal carcere al figlio Dario – al quale raccomandava: “ti prego, non dimenticare mai la storia, figlio mio, essa è ricca d’insegnamenti e deve essere conosciuta” – e la modalità poetica di Montale verso la sua amata terra dove l’indifferenza è auspicata, anche se con dolore, come difesa al male di vivere.</p>
<p>Il nostro denuncia con versi icastici gli accadimenti con dettaglio di particolari, creando, a mio avviso, un proprio ed originale, quanto coraggioso registro personale proprio nella esplicazione drammatica della storia non come maestra di vita ma come inquietante succedersi di civiltà che non si esauriscono ma che, conquistate, permettono il nascere di altre, in un parto che forgia nel sangue tutto ciò che ne deriva.</p>
<p>Metabolizzato lo spaesamento, Rivali lo gestisce con impeto, colore, dolore, perdizione e resurrezione che si alternano senza ordine, senza ascendenze, senza punti di partenza; esso sembra suggerire una preghiera che il poeta non recita ma si lascia supporre nel dialogo continuo con la storia degli uomini.</p>
<p style="padding-left: 30px;">“Offriva metope vive<br />
per i folgorati in marcia,<br />
i ciechi in catena sul deserto,<br />
che cercavano la via<br />
nell’eclissi delle stelle”.</p>
<p>Del crollo delle civiltà non si cancella memoria ma si perpetrano le distruzioni, gli sfaceli, le conquiste in nome di una falsa conoscenza e presunta superiorità. Le metope palpitanti nei bassorilievi dei templi assordano contro la barbarie della conquista ma impotenti assistono al cammino irreversibile di una umanità che prosegue la sua cecità fino ad affogarla nell’eclissi delle stelle e “la città moriva con il mare” tanto rimanda al v. 142 del XXVI canto dell’&#8221;Inferno&#8221;: “infin che ’l mar fu sovra noi richiuso”. E proprio nel significare non diacronicamente la storia ma dall’archetipo giungere ad una costante e simile forgiatura, la poesia di Rivali si innesta su analogie parentali, su similitudini che una vicenda apre alla successiva pagina, senza rigore storico proprio rendendo vibrante nella parola dei suoi versi un’infinitezza di immagini, cesellate e nel contempo sfumanti in altre come in un perpetuo e tragico gioco di specchi.</p>
<p>Le sezioni in cui si suddivide il testo costituiscono, a mio avviso, sospensioni e differimenti all’energia poetica, ristoro, sosta, fermo-immagine proprio per il succedersi dei rimandi non consequenziali di eventi dentro altri che invadono l’immaginifico eliottiano del poeta nella conversione ad un correlativo oggettivo che spersonalizza il vissuto in “terra desolata” senza tempo che insieme comprende e a stento contiene il suo oggi. Al pensiero soggettivo, contemplativo e spaesato, corrisponde l’universalità della storia, paradigma di un cammino umano che conosce momenti di piètas nella memoria di chi dona la vita per un ideale, per i martiri che non abiurano, per gli schiavi costruttori di splendori ma di cui “nessuno svelò il tumulto/ dei formicai sotterranei”, dove anima e corpo “marcivano al buio” e serpenti del male che incidono le carni di supplizi. “Durante gli scavi trovarono/ l’ultimo spettatore del teatro/ chiuso nel mantello di pietra”, “il cavallo rosso danzò sugli spalti/ con lenta e ossessiva cadenza:/ a ogni sussulto saliva il fumo/ di una generazione perduta/…le balestre hanno lacerato anche il costato del cielo…Il Signore ha dato/ il Signore ha tolto/ sia benedetto ora e sempre/ il nome del Signore/…”, “la brama coronava le tempie”, “Il forte Geremia è dei cani/ muta zuqqurat sotto le stelle”. E così Dresda, la danza macabra di Barcellona, i Gulag assumono la forza tragica del fantastico, orripilante incubo sotterrato e dissepolto dall’alternarsi delle vicende dove l’uomo perde se stesso. “Si completava tra le nubi/ l’eclissi del nome del padre”.</p>
<p>Nei versi dedicati a Davide Coltro, Alessandro Rivali scrive: “Non trovava il filo/ così spaccato dalle domande/ cercava la teologia nella storia/ dove risiedesse/ la fonte dei cicli e dei ritorni/ Il silenzio sembrava vincere/ sulle creste nere delle montagne”.</p>
<p>Nonostante gli orridi nei quali gli uomini cadono e trascinano con sé innocenti e indifesi per rendere egemonica la propria potenza, si espande nella poesia di Rivali una profonda sacralità, una religiosità profonda e un bagliore sembra talvolta indicare una speranza, invocarla.</p>
<p>Un riferimento ancora a &#8220;La riviera di sangue&#8221; che insieme al lavoro ultimo del poeta segnerà un importante riferimento culturale e poetico nel quadro della letteratura contemporanea; ho rimandato alla memoria la profondità e la creazione multiforme e la formazione dell’autore quando ho ammirato il pavimento della cattedrale di Otranto resistito all’invasione turca del 1480. L’opera musiva variamente articolata è assente anche nella disposizione di elementi neo-testamentari, l’albero della vita si riempie di immagini favolistiche e sacre, dal leone con quattro corpi ed una sola testa a Re Artù, dalla cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso terrestre ad Alessandro Magno in una miscela di immagini non correlate storicamente ma comprensive del mondo, della sua crisi, del suo perdersi e …forse ritrovarsi.</p>
<p style="padding-left: 30px;">“Nello stagno di fuoco,<br />
nelle polle ribollenti<br />
la memoria è sorgiva</p>
<p style="padding-left: 30px;">Per questo il nome<br />
Di chi onora i padri<br />
Sarà scritto con stilo di ferro<br />
Nel libro della vita”</p>
<p>L’albero della vita, nel pavimento della cattedrale, si presenta senza radici ed è sorretto da due elefanti.<br />
Forse le radici della crescita e della salvezza potrebbero essere più in alto prima che le stelle vedano la loro eclisse.</p>
<p>Alessandro Rivali<br />
<em><strong>La caduta di Bisanzio</strong><br />
</em>collezione “I Poeti” n° 39<br />
Jaca Book, Milano 2010<br />
pp. 134<br />
€ 14,00</p>
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		<title>Curzio Malaparte: &#8220;Mamma marcia&#8221;, 1959</title>
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		<pubDate>Sat, 14 Aug 2010 05:52:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bartolomeo Di Monaco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Recensioni libri]]></category>

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		<description><![CDATA[Tra onirismo ed espressionismo si apre questo romanzo – confessione, uscito postumo, a cura di Enrico Falqui, due anni dopo la morte dell’autore (al secolo Kurt Erich Suckert – Prato, 9 giugno 1898 – Roma, 19 luglio 1957). La confessione &#8230; <a href="http://www.paginatre.it/online/2010/08/14/2370/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_23887" class="wp-caption alignleft" style="width: 271px"><a href="http://viadellebelledonne.files.wordpress.com/2010/07/malaparte.jpg"><img class="size-full wp-image-23887" src="http://viadellebelledonne.files.wordpress.com/2010/07/malaparte.jpg" alt="" width="261" height="264" /></a><p class="wp-caption-text">Curzio Malaparte</p></div>
<p>Tra onirismo ed espressionismo si apre questo romanzo – confessione, uscito postumo, a cura di Enrico Falqui, due anni dopo la morte dell’autore (al secolo Kurt Erich Suckert – Prato, 9 giugno 1898 – Roma, 19 luglio 1957).</p>
<p>La confessione consiste nel ripercorrere la sua vita con le gioie e le delusioni che l’hanno contraddistinta. La madre sta morendo, il figlio è accorso al suo capezzale. La madre sa che è la prima volta che il figlio si apre a qualcuno ed è felice che lo faccia con lei. Qualche volta si appisola penetrata a poco a poco dalla morte, ma l’autore non si arresta, non fa pause. Davanti a quella morte avverte la necessità di fare il bilancio anche della sua vita. Troveremo scritto più avanti che un uomo comincia a morire soltanto quando muore sua madre.</p>
<p>Il titolo viene da questa frase: “<em>L’Europa è ormai una mamma marcia</em>”.<br />
È l’Europa del dopo guerra, percorsa dalle oniriche farfalle nere e dalle formiche rosse che divorano i cadaveri. L’Europa dove sottoterra stanno le donne morte incinte che generano figli: “<em>basta il peso del nostro passo sulle macerie dell’Europa, per far uscire dall’utero di questi cadaveri incinti i feti della gioventù.</em>”<span id="more-2370"></span></p>
<p>Sono immagini forti che provengono dall’esperienza di guerra dell’autore, inviato speciale al fronte del <em>Corriere della Sera</em>. Vi appaiono i segni di una morbosità quasi avanguardistica, di un ritorno all’esperienza futurista che lo vide collaboratore della rivista <em>Lacerba</em>.</p>
<p>Nel dolore c’è compiacimento. La morte, quanto più è nauseabonda, tanto più ha poteri rivitalizzanti: “<em>Dal ventre della donna usciva a poco a poco la testa di un bambino, calva e rosea. La donna morta aveva la faccia contratta, i denti stretti, gli occhi spalancati. Stringeva con le mani l’erba; era come aggrappata alla terra. Era una cosa orribile e meravigliosa, vedere il bambino vivo nascere dal ventre della donna morta. Era una cosa meravigliosa, e paurosa, vedere il cadavere di una donna, una mamma morta, una mamma marcia, dare alla luce un essere vivo, un figlio vivo.</em>”</p>
<p>Nella letteratura troviamo raramente immagini così nitide e terrificanti, sapientemente espresse. Bisogna riandare allo stesso Malaparte di “<em>Kaputt</em>” e de “<em>La pelle</em>”: gli occhi sgranati, cupidi e impauriti che ritraggono la realtà e la trasfigurano. Non è a caso che due aggettivi che compaiono affiancati siano quasi sempre gli stessi: <em>“terribile” e “meraviglioso”</em> Il meraviglioso risiede nell’imprevisto che si avvera, e il terribile, l’orribile, nel fatto che i nuovi figli “<em>Porteranno sempre in sé qualcosa di morto, di marcio.</em>”</p>
<p>La guerra segna le generazioni. Malaparte è tornato mutato, la madre se n’è accorta. Il mutamento è dovuto, spiega il figlio, non tanto alla cattiveria necessaria a combattere il nemico, ma a ciò che accadeva di terribile nell’esercito italiano: “<em>A voi facevano vedere la guerra nelle cartoline illustrate. Ma io, dietro la stazione di Belluno, nei fossi intorno a Treviso, ecc., ho visto fucilare dei poveri siciliani, dei poveri sardi, dei poveri calabresi, giunti con ventiquattro ore di ritardo dalla licenza solo perché la loro tradotta era giunta in ritardo. Li ammazzavano come cani rognosi</em>”.</p>
<p>La vita di Malaparte è un continuo temere la morte, un tentativo continuo di fuggirla, ma con un esito contrario. Temendo la morte, Malaparte le va incontro. Davanti alla madre morente, sono i ricordi di morte che prevalgono, il fratello Sandro, il nipote Giorgio rivivono come se fossero risorti, ma con il pallore della morte impressa sul volto. È una morte spettrale quella che domina la prima parte del romanzo: una morte composta di silenzio e del nulla: “<em>Io ho natura di cane, e avverto gli odori, le presenze invisibili, gli oggetti trasparenti, incorporei.</em>”</p>
<p>A poco a poco il silenzio e il nulla diventano strumenti di un panteismo che fa nascere ogni specie vivente da una stessa matrice. La madre diventa la donna, da cui tutto si genera per correre, però, verso la morte.</p>
<p>Significativo del delirio in cui versa la società, dall’Italia fino all’Europa, è l’episodio della fucilazione di un poveretto presso il paese di Coltano, tra Livorno e Pisa. Costui, nell’attesa che il plotone gli spari, non fa altro che ridere. E anche Malaparte lo farà, finché il poveretto non sarà ucciso. Dirà: “<em>il riso è una condanna.</em>”</p>
<p>La guerra è una pazzia, e molti vigliacchi, come i fucilatori, approfittano dei poveri cristi che lascia nelle loro mani la guerra, per decidere la vita degli altri. Per mostrare che anche loro contano qualcosa.</p>
<p>Il romanzo si tinge sempre più di una profonda ed irreversibile amarezza. Malaparte non ha fiducia nell’avvenire e negli uomini. La guerra ha mostrato il marcio dell’umanità, che ora è dilagato ovunque: “<em>per un uomo che ha fatto la guerra, non c’è patria né bandiere né gloria né vittoria né pace, che possano fargli dimenticare la guerra.</em>”</p>
<p>Il ruolo della madre morente è quello di raccogliere una confessione che altrimenti non sarebbe mai stata fatta ad altri. Lo stupore che a volte dichiara sommessamente dà alla confessione del figlio quell’eterea armonia spirituale che rende la scrittura quasi un afflato di sofferta poesia: “<em>Un uomo muore, quando sua madre muore. La vera morte di un uomo – disse mia madre – comincia quando sua madre muore.</em>”</p>
<p>Dio è un continuo bersaglio di Malaparte e della sua rabbia. È crudele, egoista, cinico, disinteressato ad amare gli uomini.</p>
<p>Di questo Dio non c’è traccia tra gli uomini. Per questo taluni quadri descritti dall’autore hanno qualcosa di osceno, di grottesco e di tragico, così come abbiamo imparato a vedere nei due romanzi maggiori, “<em>Kaputt</em>” e “<em>La pelle</em>”.</p>
<p>La descrizione della morte del sottotenente Jacoboni, colpito da una scheggia di granata nei pressi di Reims, è un grido disperato indirizzato ad un Dio crudele: “<em>La scheggia gli aveva squarciato il ventre, gli intestini gli colavano lungo le gambe, erano quasi giunti alle ginocchia, già si spargevano intorno a lui, per terra, come un groviglio di maccheroni troppo cotti.</em>” Muta ed indifferente è anche la natura.</p>
<p>Accanto alla coralità emergente dal rapporto tra madre e figlio, descrizioni come quella della morte di Jacoboni costituiscono i vari a solo, lugubri e laceranti, di cui è cosparsa l’opera.<br />
Malaparte dilania se stesso, così come la guerra ha dilaniato l’umanità e Dio ha schernito gli uomini.</p>
<p>Lo spietato capitolo dedicato alla fame, non solo fisica, ma intellettuale, una fame anche di libertà, non risparmia che pochi tra gli scrittori e i poeti, diventati ridicoli e marci. Malaparte è posseduto da uno spirito di rivalsa e di ribellione che fa paura. Sbriciolerebbe il mondo, con tutti gli uomini che lo abitano.</p>
<p>Solo il ricordo saltuario degli anni giovanili e della terra natia stemperano una tale furia. Allora sono i colli colmi di olivi, le loro foglie argentate, la luna che illumina le notti di quei luoghi quasi sacri, a lasciar trasparire la possibilità, anche se remota e ingannevole, di una vita migliore. L’innocenza trascorsa e perduta è il sottofondo autorevole, se pure sommesso, di questo romanzo.</p>
<p>Sono squarci, barlumi. Poi torna ad imporsi la guerra con le sue nefandezze e gli orrori che ha seminato in Europa. Alla guerra Malaparte imputa anche la responsabilità di aver sparso nel continente il comunismo, una piaga altrettanto pericolosa che il nazismo. Accusa di ciò alcuni intellettuali, e in specie Jean Paul-Sartre, Louis Aragon, Tristan Tzara (“<em>quella sporca tribù di Saint Germain des Prés</em>”). Non c’è alcuna differenza tra Hitler e Stalin. Al punto che Malaparte ricorda come, contrariamente a quanto è stato tramandato, la gioventù sovietica accolse compiaciuta e con curiosità l’arrivo dei soldati tedeschi: “<em>Bastarono alcune settimane perché quei giovani si intendessero perfettamente con i giovani soldati tedeschi, italiani, romeni, ecc. Parlavano, in sostanza, lo stesso linguaggio, avevano in comune lo stesso disprezzo per la cultura sovietica o nazista, e ridevano insieme della civiltà nazista e sovietica, sebbene a voce bassa, e guardandosi intorno.</em>”</p>
<p>Firenze e la collina di Bellosguardo non sono i soli scenari evocati da Malaparte. Accanto a veloci flash back che ricordano il suo peregrinare per l’Europa, uno scenario dominante è rappresentato dalla Francia e dalla sua intellighenzia. Per Malaparte, Parigi in modo speciale è un punto di osservazione rappresentativo dell’intera Europa. Tutto il marcio dell’Europa si ritrova e si condensa a Parigi.</p>
<p>Nella parte III troveremo riflessioni e descrizioni che già abbiamo incontrato nella parte II. Si leggerà nella nota finale: “<em>abbiamo, di necessità, lasciato immutate alcune parziali ripetizioni, che solo l’Autore avrebbe, da ultimo, certamente evitato, rimaneggiando l’intero brano. Farlo noi, adesso, esulava dal nostro compito.</em>” Non pesano, tuttavia, e in ogni caso Malaparte ha il dono di trasportarci da un momento all’altro nella magia del suo raccontare, come accade di lì a poco con la storia del partigiano russo ferito ad una gamba e rifugiatosi tra i partigiani norvegesi. Nei suoi racconti il cielo, quasi sempre puro, “<em>femminile</em>”, ha un ruolo di indifferenza, quasi di assenza dispregiatrice, che ben si attagliano al pessimismo cupo e devastante di Malaparte: “<em>Il cielo s’incurvava dolcissimo, immenso, sopra il deserto paese artico, di un tenue color verde, che scendendo verso l’orizzonte si addensava in un roseo di carne, un cielo femminile, triste e puro.</em>”</p>
<p>Due documenti concludono questo romanzo (che è più verosimilmente una raccolta spuria di brani ricordo, tutti di grande efficacia e drammaticità): “<em>Lettera alla gioventù d’Europa</em>”, e “<em>Sesso e libertà</em>”.</p>
<p>Nel primo vi è il riconoscimento che i giovani non cambiano sostanzialmente con il passare delle generazioni. Sono sempre stati incerti, indecisi, spesso in contraddizione con ciò che saranno da adulti.<br />
Ma non temono l’avvenire. Il loro modo di essere e di sentire è identico a prescinde dalla loro condizione sociale.</p>
<p>Malaparte appare ossessionato anche dal fenomeno della estensione della omosessualità e delle perversioni sessuali nella società capitalistica e arriva a concludere che esse rappresentano una specie di rivolta contro la tirannia. Quanto più si riducono gli spazi di libertà tanto più progredisce la perversione sessuale. La storia antica dimostra un tale connubio. In questo documento, viste le accuse che furono fatte, e ancora persistono, contro il papa Pio XII di non aver aiutato gli ebrei, Malaparte ricorda la conversione al cattolicesimo del Gran Rabbino di Roma e di tutta la sua famiglia, e ne spiega le ragioni: “<em>Fu un gesto assai singolare, che il Gran Rabbino, in alcune interviste, giustificò con tre ordini di ragioni: la gratitudine per la Chiesa, che aveva aiutato e protetto gli Ebrei durante l’occupazione tedesca; la riconoscenza verso il popolo italiano, che era stato prodigo di aiuti agli Ebrei perseguitati dai Tedeschi; e il disgusto per alcuni fenomeni di delazione, che ebbero a protagonisti principalmente Ebrei.</em>”</p>
<p>Pagine ancora fresche e attuali sono quelle che descrivono la gioventù italiana negli anni dell’ultima Guerra mondiale, sensibile al fascino dell’America intellettuale e artistica, e al contempo alle lusinghe del comunismo.</p>
<p>Interessante, nel secondo documento “<em>Sesso e libertà</em>”, la contrapposizione tra il Rinascimento, considerato un periodo di mollezze effeminate, e il Trecento, considerato un secolo virile. Netta la differenza tra l’epoca di Lorenzo il Magnifico e del Poliziano e quella di Dante, Petrarca, Boccaccio, Sacchetti, Cimabue e Giotto, i quali “<em>se hanno i vizi essi sono vizi decenti, dignitosi, accettabili, umani, virili, non quel vizio della sodomia che fa tanto incerta ed equivoca l’umanità del Quattrocento.</em>”</p>
<p>Anche qui troviamo descrizioni di grande intensità come quella della donna condannata a morte dai partigiani comunisti. Dà occasione a Malaparte di confortare la sua teoria che l’uomo, quando è intimorito da qualcuno più forte di lui, si femminilizza: “<em>Poiché sente che ciò che la tirannia tenta di colpire in lui è il suo animo virile, il suo elemento maschile, la sua virilità, nel senso classico della parola, il sesso dell’uomo si maschera, si nasconde, si femminilizza, per sfuggire alla minaccia.</em>” Ma anche, talvolta, “<em>non si nasconde per paura, per sfuggire al pericolo, ma per meglio lottare, per meglio difendersi.</em>” Come accade alla donna che, per difendere i propri figli minacciati, si mascolinizza.</p>
<p>Questo secondo documento, non privo di qualche contraddizione (Lorenzo de’ Medici è rappresentato prima molliccio, poi virile), ha molti richiami storici e ci fa rivivere un pezzo dell’Italia rinascimentale.</p>
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		<title>&#8220;Q&#8221; di Luther Blissett</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Aug 2010 15:51:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Libro parlato]]></category>

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<p>Grazie alla voce di Claudia e Luca Grandelis e alla revisione di Vittorio Volpi, pubblichiamo il libro parlato &#8220;Q&#8221; di <a href="http://www.liberliber.it/audioteca/l/luther_blissett/index.htm">Luther Blissett</a>.</p>
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		<title>&#8220;Lo spirito dell&#8217;universo&#8221; di Olinto De Pretto.</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Aug 2010 15:49:48 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Progetto Manuzio]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<div class="wp-caption alignright" style="width: 150px"><img title="Olinto De Pretto" src="http://www.liberliber.it/biblioteca/d/de_pretto/immagini/ritratto.jpg" alt="" width="140" height="200" /><p class="wp-caption-text">Olinto De Pretto</p></div>
<p>Pubblicato &#8220;Lo spirito dell&#8217;universo&#8221; di <a href="http://www.liberliber.it/biblioteca/d/de_pretto/index.htm">Olinto De Pretto</a>.</p>
<p>Dall&#8217;incipit del libro:</p>
<p>&#8220;<em>Sull&#8217;esistenza dell&#8217;etere  nell&#8217;Universo, sembrerebbe ormai che più non potessero sussistere dubbi,  ma pure si direbbe che quanto più progrediscono gli studi, tanto meno  sia chiarita la natura di tale fluido, quando anche taluno non metta  addirittura in dubbio la sua stessa esistenza. Gli studiosi in generale,  occupati a spiegare i fenomeni luminosi od elettromagnetici in rapporto  a tale fluido, <span id="more-2501"></span>tendono a foggiarlo a proprio modo, dimentichi di tener  conto della gravitazione, il fenomeno dominante nell&#8217;Universo e che può  dirsi l&#8217;attributo principale, insito della materia.</em>&#8221;</p>
<p>[Continua a leggere nella pagina Liber Liber dedicata a <a href="http://www.liberliber.it/biblioteca/d/de_pretto/index.htm">Olinto De Pretto</a>...]</p>
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		<title>&#8220;Le guerre, le insurrezioni e la pace nel secolo decimo nono. Volume Secondo&#8221; di Ernesto Teodoro Moneta</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Aug 2010 15:47:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Pubblicato &#8220;Le guerre, le insurrezioni e la pace nel secolo decimo nono. Volume Secondo&#8221; di <a href="http://www.liberliber.it/biblioteca/m/moneta/index.htm">Ernesto Teodoro Moneta</a>.</p>
<p>Dall&#8217;incipit del libro:</p>
<p>&#8220;<em>Come un vulcano che dopo una forte  eruzione durata più giorni, manda ancora per un po&#8217; di tempo boati e  faville, che tengono in allarme gli abitatori dei paesi circostanti, la  rivoluzione che nel 1848 aveva scossa e sconvolta tanta parte d&#8217;Europa,  <span id="more-2499"></span>ebbe l&#8217;anno appresso in parecchi paesi nuovi sussulti, e in Italia e in  Ungaria nuove battaglie seguite da nuove catastrofi.<br />
Dei moti insurrezionali ritentati nel 1849 in Germania, già si parlò in capitoli precedenti.</em>&#8221;</p>
<p>[Continua a leggere nella pagina Liber Liber dedicata a <a href="http://www.liberliber.it/biblioteca/m/moneta/index.htm">Ernesto Teodoro Moneta</a>...]</p>
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