<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
		xmlns:itunes="http://www.itunes.com/dtds/podcast-1.0.dtd"
	xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/"
>

<channel>
	<title>Pagina Tre &#187; Recensioni libri</title>
	<atom:link href="http://www.paginatre.it/online/category/libri/recensioni_libri/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://www.paginatre.it/online</link>
	<description>La rivista di Liber Liber</description>
	<lastBuildDate>Thu, 09 Feb 2012 18:32:05 +0000</lastBuildDate>
	<language>it</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
	<generator>http://wordpress.org/?v=3.3.1</generator>
	<copyright>Copyright © Pagina Tre 2011 </copyright>
	<managingEditor>info@liberliber.itLiberLiber (Liber Liber)</managingEditor>
	<webMaster>info@liberliber.itLiberLiber (Liber Liber)</webMaster>
	<ttl>1440</ttl>
	<image>
		<url>http://www.paginatre.it/online/wp-content/uploads/2011/07/paginatre_144x144_trasparente.png</url>
		<title>Pagina Tre</title>
		<link>http://www.paginatre.it/online</link>
		<width>144</width>
		<height>144</height>
	</image>
	<itunes:new-feed-url>http://www.paginatre.it/online/feed/podcast/</itunes:new-feed-url>
	<itunes:subtitle>Pagina Tre, la rivista di Liber Liber</itunes:subtitle>
	<itunes:summary>Pagina Tre è una rivista sperimentale promossa dall’associazione culturale no profit Liber Liber (vedere http://www.liberliber.it/). Scopo dell’associazione, e della rivista, è favorire l’accesso alla cultura, nel senso più ampio dei termini. Favorire l’acceso: da un punto di vista tecnologico, semplificando dispositivi e programmi e introducendo accorgimenti che consentano l’accesso anche ai disabili; da un punto di vista economico, abbattendo o azzerando i costi; da un punto contenutistico, valorizzando le opere meno note.</itunes:summary>
	<itunes:keywords>cultura, letteratura, musica, libri, teatro, ebook, audiolibri</itunes:keywords>
	<itunes:category text="Arts" />
	<itunes:category text="Society &#38; Culture" />
	<itunes:category text="News &#38; Politics" />
	<itunes:author>Liber Liber</itunes:author>
	<itunes:owner>
		<itunes:name>Liber Liber</itunes:name>
		<itunes:email>info@liberliber.itLiberLiber</itunes:email>
	</itunes:owner>
	<itunes:block>no</itunes:block>
	<itunes:explicit>clean</itunes:explicit>
	<itunes:image href="http://www.paginatre.it/online/wp-content/uploads/2011/07/paginatre_600x600_trasparente.png" />
		<item>
		<title>L’isola del silenzio. Un libro Fandango sul ruolo della Chiesa nella dittatura argentina</title>
		<link>http://www.paginatre.it/online/2012/02/05/5815/</link>
		<comments>http://www.paginatre.it/online/2012/02/05/5815/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 05 Feb 2012 10:55:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Calabrò</dc:creator>
				<category><![CDATA[Audio]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni libri]]></category>
		<category><![CDATA[cardinal Bergoglio]]></category>
		<category><![CDATA[cardinal Caggiano]]></category>
		<category><![CDATA[desaparecidos]]></category>
		<category><![CDATA[dittatura argentina]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.paginatre.it/online/?p=5815</guid>
		<description><![CDATA[(voce di Luca Grandelis) «Impaludato nella mitra e negli ornamenti arcivescovili, la personalità di maggior rilievo della Chiesa argentina fu protagonista di un grandioso funerale di stato, coerente con quello che fu la sua vita. [Il cardinale] Caggiano ricevette gli &#8230; <a href="http://www.paginatre.it/online/2012/02/05/5815/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p> (voce di <a href="http://www.lucagrandelis.it/">Luca Grandelis</a>)</p>
<p><em><img class="alignright size-full wp-image-5816" src="http://www.paginatre.it/online/wp-content/uploads/2012/02/isola.png" alt="" width="195" height="243" />«Impaludato nella mitra e negli ornamenti arcivescovili, la personalità di maggior rilievo della Chiesa argentina fu protagonista di un grandioso funerale di stato, coerente con quello che fu la sua vita. <strong>[Il cardinale] Caggiano ricevette gli onori militari</strong> di un vicepresidente della Nazione. Nella strada, le truppe schierate dinanzi alla Cattedrale presentarono le armi all’uomo che aveva dedicato la vita a esaltarle come strumenti benedetti di salvezza nazionale e spirituale».</em><br />
<strong>Horacio Verbitsky, giornalista argentino di fama internazionale,</strong> ricostruisce &#8211; nel volume <em><strong>L’isola del silenzio</strong></em> (ed. Fandango, 2006), frutto del lavoro di 15 anni &#8211; il ruolo della Chiesa nella dittatura argentina,<span id="more-5815"></span> sulla base di testimonianze dirette (sia di vittime della dittaura, sia di elementi della stessa milizia), documenti d’archivio, atti giudiziari. Ne viene fuori un’istituzione religiosa che non solo non ha condannato i crimini del regime (pur essendone in larga parte e dettagliatamente a conoscenza), ma vi ha addirittura partecipato in maniera attiva. Non compatta, certamente, eppure intensa, continuativa, deliberata, da parte di tanti suoi elementi di spicco (come appunto il cardinal Caggiano, o <strong>il provinciale dei gesuiti, il cardinal Bergoglio</strong>).<br />
<strong>Una collaborazione concreta, pratica.</strong> In primo luogo, evitando di denunciare apertamente i metodi disumani di cui molti erano informati (i sequestri indiscriminati, i rapimenti notturni, la tortura, l’uccisione dei detenuti tramite lancio in mare, l’espropriazione forzata di tutti i beni delle vittime &#8211; di cui il sacerdote e segretario personale di Caggiano, Emilio Grasselli, approfittò ampiamente in prima persona). Soprattutto, <strong>accettando in silenzio che migliaia di individui venissero fatti “scomparire”,</strong> senza dichiararli come detenuti, dimodoché i familiari non potevano considerarli né vivi né morti (“desaparecidos”). Al punto da sconsigliare alle famiglie perfino di far ricorso all’autorità giudiziaria. Insomma, rendendo all’esercito un servizio spesso più efficace di quello della milizia stessa.<br />
<strong>Ma anche una collaborazione teorica, teologica,</strong> non meno dannosa dell’altra. Giustificando la guerra scatenata dai militari all’inerme popolazione civile come inevitabile; giustificando la tortura come necessaria alla lotta anti-sovversiva (cfr. ad es. quanto scrisse il sacerdote Louis Delarue in un documento diffuso in tutti i reparti militari: <em>«se la legge, nell’interesse di tutti, consente di sopprimere un assassino, perché mai si dovrebbe qualificare come mostruoso il fatto di sottoporre un delinquente, riconosciuto come tale e pertanto passibile di morte, a un interrogatorio duro [sic!] ma il cui unico fine è, grazie alle rivelazioni che farà sui suoi complici e sui suoi capi, proteggere degli innocenti? In circostanze eccezionali, rimedi eccezionali»</em>).<br />
Un libro che non entra nel merito delle dispute dottrinarie e che <strong>non vuole condannare la Chiesa come istituzione</strong> (né in quanto ultraterrena, né in quanto temporale), ma che documenta con estrema puntualità il dissastro di una Chiesa che ha dovuto ascoltare, per bocca di uno dei suoi più alti esponenti (ancora Caggiano) l’elogio dell’affermazione del Vescovo di Verden del 1411: <em>«quando la Chiesa si vede minacciata nella sua stessa esistenza, cessa di essere soggetta ai principi morali. Quando il fine è l’unità, tutti i mezzi sono benedetti: inganno tradimento, violenza, simonia, prigione e morte. Giacché l’ordine è necessario per il bene della comunità e l’individuo va scarificato al bene comune»</em>.</p>
<hr />
<p>H. Verbitsky, <em>L’isola del silenzio. Il ruolo della Chiesa nella dittatura argentina</em>, ed. Fandango, 2006, pp. 155, euro 15.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.paginatre.it/online/2012/02/05/5815/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
			<enclosure url="http://www.paginatre.it/online/podpress_trac/feed/5815/0/96_RecensioneLibri_IsolaSilenzio.mp3" length="4933173" type="audio/mpeg" />
		<itunes:duration>0:05:01</itunes:duration>
		<itunes:subtitle> (voce di Luca Grandelis)
«Impaludato nella mitra e negli ornamenti arcivescovili, la personalità di maggior rilievo della Chiesa argentina fu protagonista di un grandioso funerale di stato, coerente con quello che fu la sua vita. [Il cardinale] Cag[...]</itunes:subtitle>
		<itunes:summary> (voce di Luca Grandelis)
«Impaludato nella mitra e negli ornamenti arcivescovili, la personalità di maggior rilievo della Chiesa argentina fu protagonista di un grandioso funerale di stato, coerente con quello che fu la sua vita. [Il cardinale] Caggiano ricevette gli onori militari di un vicepresidente della Nazione. Nella strada, le truppe schierate dinanzi alla Cattedrale presentarono le armi all’uomo che aveva dedicato la vita a esaltarle come strumenti benedetti di salvezza nazionale e spirituale».
Horacio Verbitsky, giornalista argentino di fama internazionale, ricostruisce &#8211; nel volume L’isola del silenzio (ed. Fandango, 2006), frutto del lavoro di 15 anni &#8211; il ruolo della Chiesa nella dittatura argentina, sulla base di testimonianze dirette (sia di vittime della dittaura, sia di elementi della stessa milizia), documenti d’archivio, atti giudiziari. Ne viene fuori un’istituzione religiosa che non solo non ha condannato i crimini del regime (pur essendone in larga parte e dettagliatamente a conoscenza), ma vi ha addirittura partecipato in maniera attiva. Non compatta, certamente, eppure intensa, continuativa, deliberata, da parte di tanti suoi elementi di spicco (come appunto il cardinal Caggiano, o il provinciale dei gesuiti, il cardinal Bergoglio).
Una collaborazione concreta, pratica. In primo luogo, evitando di denunciare apertamente i metodi disumani di cui molti erano informati (i sequestri indiscriminati, i rapimenti notturni, la tortura, l’uccisione dei detenuti tramite lancio in mare, l’espropriazione forzata di tutti i beni delle vittime &#8211; di cui il sacerdote e segretario personale di Caggiano, Emilio Grasselli, approfittò ampiamente in prima persona). Soprattutto, accettando in silenzio che migliaia di individui venissero fatti “scomparire”, senza dichiararli come detenuti, dimodoché i familiari non potevano considerarli né vivi né morti (“desaparecidos”). Al punto da sconsigliare alle famiglie perfino di far ricorso all’autorità giudiziaria. Insomma, rendendo all’esercito un servizio spesso più efficace di quello della milizia stessa.
Ma anche una collaborazione teorica, teologica, non meno dannosa dell’altra. Giustificando la guerra scatenata dai militari all’inerme popolazione civile come inevitabile; giustificando la tortura come necessaria alla lotta anti-sovversiva (cfr. ad es. quanto scrisse il sacerdote Louis Delarue in un documento diffuso in tutti i reparti militari: «se la legge, nell’interesse di tutti, consente di sopprimere un assassino, perché mai si dovrebbe qualificare come mostruoso il fatto di sottoporre un delinquente, riconosciuto come tale e pertanto passibile di morte, a un interrogatorio duro [sic!] ma il cui unico fine è, grazie alle rivelazioni che farà sui suoi complici e sui suoi capi, proteggere degli innocenti? In circostanze eccezionali, rimedi eccezionali»).
Un libro che non entra nel merito delle dispute dottrinarie e che non vuole condannare la Chiesa come istituzione (né in quanto ultraterrena, né in quanto temporale), ma che documenta con estrema puntualità il dissastro di una Chiesa che ha dovuto ascoltare, per bocca di uno dei suoi più alti esponenti (ancora Caggiano) l’elogio dell’affermazione del Vescovo di Verden del 1411: «quando la Chiesa si vede minacciata nella sua stessa esistenza, cessa di essere soggetta ai principi morali. Quando il fine è l’unità, tutti i mezzi sono benedetti: inganno tradimento, violenza, simonia, prigione e morte. Giacché l’ordine è necessario per il bene della comunità e l’individuo va scarificato al bene comune».

H. Verbitsky, L’isola del silenzio. Il ruolo della Chiesa nella dittatura argentina, ed. Fandango, 2006, pp. 155, euro 15.</itunes:summary>
		<itunes:keywords>Audio</itunes:keywords>
		<itunes:author>Liber Liber</itunes:author>
		<itunes:explicit>clean</itunes:explicit>
		<itunes:block>no</itunes:block>
	</item>
		<item>
		<title>&#8220;Il quaderno di Maya&#8221;: l&#8217;ultimo romanzo di Isabel Allende</title>
		<link>http://www.paginatre.it/online/2012/02/02/5784/</link>
		<comments>http://www.paginatre.it/online/2012/02/02/5784/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 02 Feb 2012 15:55:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Simona Gemma</dc:creator>
				<category><![CDATA[Audio]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni libri]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.paginatre.it/online/?p=5784</guid>
		<description><![CDATA[(voce di Luca Grandelis) Isabel Allende è una delle autrici più importanti e apprezzate della letteratura sudamericana. I suoi romanzi hanno molteplici sfaccettature, raccontano storie di donne che cercano la propria verità attraverso un percorso introspettivo, un cammino a ritroso &#8230; <a href="http://www.paginatre.it/online/2012/02/02/5784/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p> (voce di <a href="http://www.lucagrandelis.it/">Luca Grandelis</a>)</p>
<p><a href="http://www.paginatre.it/online/wp-content/uploads/2012/02/Il-quaderno-di-Maya-Allende.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-5805" title="Il quaderno di Maya" src="http://www.paginatre.it/online/wp-content/uploads/2012/02/Il-quaderno-di-Maya-Allende-150x187.jpg" alt="" width="150" height="187" /></a>Isabel Allende è una delle autrici più importanti e apprezzate della letteratura sudamericana.</p>
<p>I suoi romanzi hanno molteplici sfaccettature, raccontano storie di donne che cercano la propria verità attraverso un percorso introspettivo, un cammino a ritroso che si snoda tra realismo e surrealismo, tra dolore provato, vissuto, come la morte della figlia della scrittrice, e magia, visioni, esoterismo&#8230;</p>
<p>“La casa degli spiriti”, “Paula”, “Ritratto in seppia”, &#8220;La città delle bestie&#8221; sono solo alcune delle opere dove è possibile rintracciare questi aspetti, che fanno la cifra stilistica della Allende.<span id="more-5784"></span></p>
<p>Con l&#8217;ultimo romanzo, “Il quaderno di Maya”, l&#8217;autrice cilena torna a raccontare la vita di una donna, Maya Vidal, adolescente vittima di droga e alcol che, dai bassifondi di Las Vegas, riesce a scappare per raggiungere una terra incontaminata, nel sud del Cile, dove affronterà un altro viaggio: dal suo passato torbido, difficile, intriso di degrado e solitudine al suo futuro, fatto di solidi valori, di natura e semplicità, di rispetto e amore.</p>
<p>In questa isola incantata dell&#8217;arcipelago di Chiloé, terra d&#8217;origine della sua nonna paterna, un luogo primordiale, ma amico, Maya può ritrovare le proprie radici, passaggio indispensabile per guardare al futuro. La ragazza ha un quaderno dove annota tutto ciò che le accade e, attraverso la scrittura, come pezzi di un puzzle, alterna passato e presente, per ricostruire e ricomporre la sua vita.</p>
<p>Una prosa incalzante che si tinge di noir fa da cornice ad un altro esempio di figura femminile, coraggiosa e mai scontata, che popola la narrativa di Isabel Allende.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.paginatre.it/online/2012/02/02/5784/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
			<enclosure url="http://www.paginatre.it/online/podpress_trac/feed/5784/0/93_RecensioneLibri_MayaAllende.mp3" length="2256591" type="audio/mpeg" />
		<itunes:duration>0:02:21</itunes:duration>
		<itunes:subtitle> (voce di Luca Grandelis)
Isabel Allende è una delle autrici più importanti e apprezzate della letteratura sudamericana.
I suoi romanzi hanno molteplici sfaccettature, raccontano storie di donne che cercano la propria verità attraverso un percorso i[...]</itunes:subtitle>
		<itunes:summary> (voce di Luca Grandelis)
Isabel Allende è una delle autrici più importanti e apprezzate della letteratura sudamericana.
I suoi romanzi hanno molteplici sfaccettature, raccontano storie di donne che cercano la propria verità attraverso un percorso introspettivo, un cammino a ritroso che si snoda tra realismo e surrealismo, tra dolore provato, vissuto, come la morte della figlia della scrittrice, e magia, visioni, esoterismo&#8230;
“La casa degli spiriti”, “Paula”, “Ritratto in seppia”, &#8220;La città delle bestie&#8221; sono solo alcune delle opere dove è possibile rintracciare questi aspetti, che fanno la cifra stilistica della Allende.
Con l&#8217;ultimo romanzo, “Il quaderno di Maya”, l&#8217;autrice cilena torna a raccontare la vita di una donna, Maya Vidal, adolescente vittima di droga e alcol che, dai bassifondi di Las Vegas, riesce a scappare per raggiungere una terra incontaminata, nel sud del Cile, dove affronterà un altro viaggio: dal suo passato torbido, difficile, intriso di degrado e solitudine al suo futuro, fatto di solidi valori, di natura e semplicità, di rispetto e amore.
In questa isola incantata dell&#8217;arcipelago di Chiloé, terra d&#8217;origine della sua nonna paterna, un luogo primordiale, ma amico, Maya può ritrovare le proprie radici, passaggio indispensabile per guardare al futuro. La ragazza ha un quaderno dove annota tutto ciò che le accade e, attraverso la scrittura, come pezzi di un puzzle, alterna passato e presente, per ricostruire e ricomporre la sua vita.
Una prosa incalzante che si tinge di noir fa da cornice ad un altro esempio di figura femminile, coraggiosa e mai scontata, che popola la narrativa di Isabel Allende.</itunes:summary>
		<itunes:keywords>Audio</itunes:keywords>
		<itunes:author>Liber Liber</itunes:author>
		<itunes:explicit>clean</itunes:explicit>
		<itunes:block>no</itunes:block>
	</item>
		<item>
		<title>Recensione di &#8220;Filosofia. Corso di sopravvivenza&#8221; di Girolamo de Michele</title>
		<link>http://www.paginatre.it/online/2012/02/01/5751/</link>
		<comments>http://www.paginatre.it/online/2012/02/01/5751/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 01 Feb 2012 13:28:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Cartoni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Recensioni libri]]></category>
		<category><![CDATA[corso di sopravvivenza]]></category>
		<category><![CDATA[girolamo de michele]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.paginatre.it/online/?p=5751</guid>
		<description><![CDATA[Didattica del mondo possibile (Breve nota al “corso di sopravvivenza” di Girolamo De Michele) C’è qualcosa di intenso e seducente nell’ultimo libro di Girolamo De Michele: “Filosofia. Corso di sopravvivenza” (Ponte alle grazie, 2011) ed è il fatto che il &#8230; <a href="http://www.paginatre.it/online/2012/02/01/5751/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><strong>Didattica del mondo possibile<br />
</strong><em>(Breve nota al “corso di sopravvivenza” di Girolamo De Michele)</em></p>
<p>C’è qualcosa di intenso e seducente nell’ultimo libro di Girolamo De Michele: “Filosofia. Corso di sopravvivenza” (Ponte alle grazie, 2011) ed è il fatto che il testo non essendo né un manuale ufficiale, né un saggio filosofico, né tantomeno una raccolta di biografie o exempla esistenziali, alla fine finisce col riassumere tutto questo aggiungendovi una sua qualità etica che ne fa appunto una singolare proposta di “sopravvivenza”.</p>
<p>Partendo dal fatto che il sapere filosofico non è “sopra” la vita e la realtà ma vi sta dentro creandole e creandosi continuamente, l’autore  ci conduce attraverso una stratificazione a volte discontinua, a volte più omogenea, di epoche, problemi, autori e concetti nel tentativo efficace di mostrarci che il tempo del pensiero non  coincide mai con quello della storia del pensiero.</p>
<p><strong><em>La temporalità “altra” del concetto</em></strong></p>
<p><em>Il tempo filosofico è un tempo non storico, ma stratiforme. Questo vuol dire che la filosofia è una cosa molto diversa dalla storia della filosofia, nella quale i filosofi sono infilati come i grani di un rosario e la conoscenza si svolge dal più antico al più recente: col risultato di rendere inspiegabile il perché alcuni tra i più grandi (e secondo molti i due più grandi) sono stati i primi.<span id="more-5751"></span></em></p>
<p>Questo significa che nella vita del pensiero per esempio Agostino con la sua nuova idea del tempo può convivere con Freud e l’insegnamento di Seneca può essere accostato a quello di Deleuze, così come un problema come la governance della scuola pubblica po’ essere illuminato dalla analisi delle società disciplinari di Foucault.</p>
<p><em>E quando anche il sapere diventa un oggetto su cui si allungano le mani dell’impresa, che ha per scopo non l’estensione della conoscenza pubblica, ma l’aumento dei profitti di alcuni privati; quando alcuni beni comuni come l’acqua o l’ambiente sono smontati o privatizzati, che ne è della nostra vita? Che ne è della libertà?</em> E’ questa in fondo l’unica domanda che conta.</p>
<p>Di conseguenza, poiché i concetti sono delle pure possibilità in grado di mettere in causa l’esistente, in quanto ne annunciano il tramonto e il superamento, creando quindi mondi possibili, l’esistenza dei filosofi è sempre stata un’esistenza a rischio, come attesta in modo inequivocabile la tradizione filosofica italiana. De Michele in effetti rimanda in continuazione ai filosofi italiani e nel testo c’è un intero capitolo dedicato ad essi,  i quali nella diversità di prospettive sono però accomunati da uno stesso destino esistenziale: quello della carcerazione. Sembra quasi che l’humus politico e sociale dell’Italia al di là dei tempi e delle stagioni sia stato quello di negare la libertà e la vitalità del possibile che si concretizzava nel pensiero dei suoi filosofi da Bruno a Machiavelli, da Leopardi a Gramsci, a Negri.</p>
<p><strong><em>La grande evasione: creare il buco</em></strong></p>
<p><em>I grandi filosofi italiani, in un modo o nell’altro, assomigliano ad Edmond Dantès, La loro condizione umana è la carcerazione: metaforicamente o alla lettera, dal punto di vista filosofico Machiavelli, Vico, Leopardi e Gramsci sono cresciuti in una galera dalla quale con l’aiuto dei maestri del passato-ciascuno di loro ha avuto un personale abate Faria- sono evasi</em></p>
<p>Tale evasione non è tanto fisica poiché molti di loro sono caduti fisicamente o socialmente sotto i colpi o le reclusioni delle autorità di questo mondo (che si sia trattato del Santo Uffizio, della polizia fascista o del “natio borgo selvaggio” le cose non cambiano) quanto piuttosto di natura concettuale e proprio per questo sempre attuale.</p>
<p><em>Non saprei dirvi con certezza perché ai filosofi italiani capita un po’ più spesso di altri di essere in esilio, in carcere, in fuga: però succede. Ancora negli anni’80 bellissimi libri di filosofia (in un’epoca in cui se ne scrivevano in Italia di pessimi) sono stati scritti da filosofi come Toni Negri e Paolo Virno che erano in carcere o in esilio, sotto l’accusa di essere i capi del terrorismo italiano. Naturalmente non era vero:  non erano capi di niente, non avevano commesso o comandato alcun omicidio. Non esisteva neanche un’organizzazione di cui essere a capo.</em></p>
<p>Del resto, poiché come insegnano Deleuze e Guattari, la filosofia è l’arte di creare concetti, esistono vari tipi di concetti, più o meno capaci di descrivere la realtà, esprimendo quella che è l’opinione di tutti, più o meno capaci di creare il nuovo finché il loro tempo lo consente, oppure addirittura concetti che, come il buon vino o addirittura un buon liquore con i secoli, con la stagionatura del tempo, non fanno che guadagnare nella loro capacità euristica, nel loro contenuto di verità.</p>
<p>In tali forme lo spessore vitale del pensiero è attualizzabile in ogni momento, dunque se il concetto è forte, non solo non muore mai, ma ci sta sempre davanti come se la sua possibilità aprisse sempre nuovi mondi. Ed è per questo che la temporalità della filosofia è discontinua rispetto alla temporalità storica.</p>
<p><em>E infine ecco i grandi filosofi i cui concetti continuano a produrre novità, conoscenza comprensione: ci sono concetti(le idee di Platone, l’intelletto produttivo di Aristotele, la gioia di Spinoza, il divenire di Eraclito, gli atomi di Lucrezio, il nichilismo di Nietzsche, la ragione riflettente di Kant, l’arido vero di Leopardi, la dignità umana di Pico della Mirandola, la sincerità di Montaigne, la merce di Marx) che sono uno scrigno del tesoro che sembra non esaurirsi mai</em></p>
<p>Utilizzando la metafora calcistica, &#8211; e De Michele come un vero raccoglitore di materiali sparsi, come il “bricoleur” di Claude Lévi-Straus non smette mai di  accostare discipline, visioni, concetti ed elementi eterogenei presi dai mondi dello sport, della canzone, del cinema e della letteratura, &#8211; appunto facendo uso della metafora calcistica ci spiega che esistono tre forme di concetto che sono equivalenti alle giocate del football o della pallacanestro. C’è il concetto che  trova il buco attraverso il passaggio che vedono anche gli spettatori, c’è quello che il buco lo costruisce là dove nessuno lo vedeva ma dove lo scopre la moviola a cose fatte e c’è infine l’ultimo, quello geniale che il buco lo crea anche laddove non c’era.</p>
<p>E in fondo se con la filosofia si ragiona per buchi è perché c’è la necessità di uscire e trovare un altro campo, un altro mondo, qualcosa che dia senso alla libertà scartando la prigione del reale già dato (quella dell’impero o dell’imperatore come dice Toni Negri in un’intervista, rintracciabile in rete, con De Michele alla Libreria Marco Polo di Venezia) perché le ragioni sono diverse e la realtà in fondo è possibilità.</p>
<p><strong><em>Il potere politico della conoscenza</em></strong></p>
<p>Il discorso filosofico di De Michele è selettivo e stratiforme, basato sulla discontinuità, pertanto i capitoli che riguardano la filosofia antica sono limitati alla figura di Socrate alla grande filosofia di Platone (con un gesto rivoluzionario e scandaloso la grande metafisica aristotelica base dell’ordinamento filosofico tradizionale è ridotta al minimo, a favore invece dell’etica e della poetica).</p>
<p>Se dunque nelle “idee” di Platone e in particolar modo nel mito della caverna della “Repubblica” il filosofo ateniese ci lascia una forte riflessione politica è perché la lotta contro il mondo falso che i sistemi attuali sostituiscono al mondo vero e che nessuno è più in grado di riconoscere, diventa oggi di estrema importanza. Non a caso il mito platonico torna sotto varie forme nei romanzi di Saramago e nei racconti di P.K. Dick.</p>
<p><em>Saramago (che era marxista) e Dick ponevano in modo consapevole questi interrogativi su un piano politico: cosa ne è della nostra libertà, se qualcuno ha il potere di far apparire il mondo diverso da come effettivamente è?Platone non è certo il primo filosofo che sostiene che il mondo reale non è quello che appare ai nostri sensi: ma è il primo, per quel che ne sappiamo, a cogliere l’aspetto politico di questo problema</em></p>
<p>Non contento di aver avvicinato efficacemente Platone a P.K.Dick, De Michele fa un passo in più: libera il capolavoro platonico dalle sclerotizzazioni e dai pregiudizi popperiani che ne avevano fatto l’archetipo dello stato totalitario. Rovesciando la prospettiva, la “Repubblica” diventa invece il testo fondamentale in cui la filosofia deve mettersi all’opera mostrarsi in atto e dove l’uomo trova la giustizia reale nell’ordinamento “giusto” che è quello adatto al bene comune.</p>
<p><em>Una società  fondata sull’uguaglianza deve eliminare ogni fonte di disuguaglianza, pensa Platone. Di più: l’anima come scopre il soldato Er nel mito della reincarnazione non si eredita dal padre. E dunque essere figlio di filosofo piuttosto che di fabbro non comporta essere filosofo o lavoratore. I figli dovranno dunque essere sottratti alle famiglie e educati in comune, a spese della polis</em></p>
<p>Infine alla accusa che anche la città ideale platonica si basi sull’economia schiavistica, De Michele risponde  così: <em>E gli schiavi? In realtà Platone non ne parla: ma se guardate nella sua città non c’è posto per gli schiavi, dal momento che non c’è necessità di produrre ricchezza in eccesso col lavoro schiavistico, né di arricchirsi con la compravendita di esseri umani</em></p>
<p><strong><em>Da Leopardi a Gramsci, passando per Marx</em></strong></p>
<p>Certamente il capitolo sulla filosofia italiana è uno dei più importanti del “corso di sopravvivenza” e per questo vale la pena soffermarsi sulla riabilitazione filosofica che l’autore propone del pensiero leopardiano per troppo tempo considerato piuttosto una massa di appunti e riflessioni sparse. Al contrario, secondo De Michele, la reclusione di Recanati e la doppia angustia di “casa Leopardi”, spingono l’autore della “Ginestra” a cercare un buco e una strada teorica per sfuggire alla disperazione individuale e alla crisi socio-politica italiana (che è spaventosamente simile a quella che noi stiamo attraversando).</p>
<p>Ecco perché Leopardi è uno dei padri del nichilismo, perché porta alle sue estreme conseguenze le premesse italiane (già chiare nello scritto giovanile “Discorso sullo stato presente dei costumi degli Italiani”) della scoperta dell’arido vero, senza ricorrere a inutili illusioni ma evidenziando che il soggetto non è nulla e se la natura è tutto ovviamente Dio non esiste.</p>
<p><em>Né  esiste altro al di fuori della natura: non c’è un Dio, né disponiamo di alcuno strumento per affermarne l’esistenza. Perché dico questo? Perché si incontrano alcuni sedicenti lettori di Leopardi che, dalla concatenazione immaginazione-infinito, deducono che Leopardi si sarebbe aperto verso la dimensione della trascendenza. Poi certo ha avuto il cattivo gusto di morire, ma se non fosse morto…</em></p>
<p>Dunque la dolorosa filosofia leopardiana condurrebbe ad un esito completamente negativo come dimostrerebbero le conclusioni logiche di Plotino nella nota “operetta morale”. Tuttavia poiché la vita non è solo logica ma anche etica e affettività, l’amico Porfirio (en passant il tema dell’amicizia è un profondissimo tema filosofico) risponde a Plotino che se il suicidio “non può essere escluso” è la nostra dimensione etica che dovrebbe farci rinunciare ad esso. Per etica intendiamo quindi il legame che ci lega a coloro che ci amano e che come tali noi faremmo soffrire intensamente (e quindi ingiustamente) con il nostro gesto. Si fa strada fin d’ora quell’idea della “social catena” che è l’unica a poter salvare l’uomo nella sua dimensione di comunità e civiltà e che troveremo precisamente evocata nella “Ginestra”.</p>
<p><em>Tra questi uomini modesti ma nobili ci sono virtù non eroiche, ma civili: ‘il verace saper, l’onesto e il retto conversar cittadino, giustizia e pietade’. Virtù fondate non sulle favole o le illusioni, ma sulla verità che rende consapevoli che solo marciando insieme attraverso le tenebre, si può immaginare l’oltre della siepe, e cercare, magari poco per volta, di raggiungerlo</em></p>
<p>E che cosa è questo sapere doloroso e però civile se non una presentificazione di quella filosofia della prassi di marxiana e gramsciana memoria?</p>
<p>Ecco perché senza soluzione di continuità il capitolo di Leopardi è lo stesso di Gramsci e i problemi che muove Leopardi, sono per De Michele parte di quelli che evocherà il detenuto 7047 delle carceri fasciste. Antonio Gramsci uscirà fisicamente più morto che vivo da quella reclusione ma il suo pensiero avrà già compiuto la grande evasione con la mole pressoché infinita di quella officina in opera che sono i “Quaderni dal carcere”.</p>
<p><em>I Quaderni –lo Zibaldone del detenuto 7047- sono un’officina di concetti che viene fondata molto tempo prima . Officina in senso lato, ma anche in senso letterale: Gramsci è il pensatore politico che con più profondità ha cercato di comprendere il mondo delle fabbriche</em></p>
<p>Nella considerazione del ruolo degli intellettuali nella storia di Italia Gramsci va approfondendo l’idea che il ruolo del lavoro intellettuale sia decisivo “perché crea una visione del mondo che ha la capacità di imporsi alle masse”</p>
<p>In questa prospettiva il fascismo più che una rivoluzione reazionaria si configura come una rivoluzione fatta dagli ignoranti vale a dire da coloro che disprezzano la cultura e la considerano del tutto inutile, di conseguenza reputano l’uomo stesso un essere governato dalla sua pancia. Dunque chiosa De Michele ci troviamo di fronte non ad un fatto singolo o singolarmente temporale, come pensava Croce, considerando il fascismo una parentesi nella storia della libertà dello Spirito, quanto piuttosto a un fenomeno endogeno &#8211; e quindi sempre pronto a risorgere &#8211; della dimensione socio-politica italiana :</p>
<p><em>Il fascismo non nasce dal nulla: nasce dalla storia d’Italia, dal carattere passivo della rivoluzione risorgimentale, che non ha saputo coinvolgere né durante le guerre del Risorgimento, né dopo, le masse popolari. Il fascismo è l’autobiografia della nazione italiana (come scriveva Gobetti prima di essere assassinato da una squadraccia fascista), di una nazione che aspetta l’uomo della Provvidenza come ieri aspettava (rimanendo alla finestra) Garibaldi o D’Annunzio, di una nazione che vuole sentirsi raccontare che i conflitti finiranno e ci sarà la pacificazione nazionale – e poco importa se il pacificatore sarà una delle parti in causa del conflitto. E questa passività degli italiani ha bisogno di essere nutrita dall’ignoranza</em></p>
<p>E non c’è bisogno di sottolineare quanto siano attuali e urgenti queste parole.</p>
<p><strong><em>Per una vita non fascista</em></strong></p>
<p>Ma dicevamo che la caratteristica più singolare e seducente del testo di De Michele è il fatto di valere come proposta di sopravvivenza, vale a dire di porsi anche come una specie di manuale etico. E allora ecco l’ultimo capitolo del corso, “Prepararsi a vivere bene” dove la lezione di Bergson e Spinoza trova il suo inveramento nella lettura deleuziana e nella filosofia di Foucault, che, è inutile dire, De Michele considera i suoi maestri. Intanto le due figure di Bergson e Deleuze sono accomunate da una morte dignitosa che è una scelta di libertà: l’uno quella di non abbandonare i fratelli ebrei, le vittime dell’Europa nazista e l’altro quella di abbandonare la vita perché, malato terminale, “non è la vita che muore, muoiono solo gli organismi”, ma dopo aver consegnato il suo ultimo testo. Quindi sembra dirci l’autore del “corso di sopravvivenza” esiste la possibilità di una “vita filosofica” che è anche, evidentemente, l’esempio, di una esistenza “non fascista”.</p>
<p>Del resto l’evidenza più forte del capitolo è sicuramente l’analisi del potere che prima Foucault e poi Deleuze hanno portato avanti indicando anche la strada di una riappropriazione della vita nell’epoca della sua irreggimentazione e delle passioni tristi che con essa si producono. Il dato di fatto è che siamo passati oramai dalle società disciplinari di epoca “classica” (il qualificativo è foucaultiano) alle società di controllo contemporanee. Quello che si dispiega non è un potere indeterminato ma un biopotere  che si esprime nel controllo dei singoli processi vitali.</p>
<p><em>La vita sta diventando una specie di reality show nel quale in ogni momento siamo chiamati a nominare, valutare, giudicare, classificare. Dov’è il problema? Nel fatto che tutto ciò che non è valutabile con un numero viene escluso dal governo della quotidianità. Ci stiamo abituando a una vita espressa in percentuali e stiamo perdendo di vista la qualità</em></p>
<p>Evitare di condividere col potere la sua tristezza e le sue passioni tristi significa da ultimo sconfiggere il microfascismo che c’è in ognuno di noi, vale a dire il desiderio di potere e l’assoggettamento alle passioni servili che il potere riproduce in noi. Perché il potere non è astratto da noi ma noi stessi lo condividiamo nel momento stesso in cui esso ci abita e ci seduce. In questa direzione vanno allora le sette regole per una vita non fascista che De Michele riprende da Foucault il quale a sua volta le aveva redatte commentando “L’anti-Edipo” di Deleuze e Guattari.</p>
<p>Tre queste almeno vanno ricordate: <em>Liberate l’azione politica da ogni forma di paranoia unitaria e totalizzante. Fate crescere l’azione, il pensiero e i desideri per proliferazione(&#8230;) Liberatevi delle vecchie categorie del Negativo. Preferite ciò che è positivo e molteplice, la differenza all’uniformità. L’individuo è il prodotto del potere, ciò che bisogna fare è disindividualizzare. Il gruppo non deve essere un legame organico che unisce gli individui  gerarchizzati ma un costante generatore di disindividualità . Infine non innamoratevi del potere.</em></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.paginatre.it/online/2012/02/01/5751/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Le lacrime di Nietzsche, romanzo biografico di Irvin Yalom</title>
		<link>http://www.paginatre.it/online/2012/01/29/5737/</link>
		<comments>http://www.paginatre.it/online/2012/01/29/5737/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 29 Jan 2012 17:17:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Calabrò</dc:creator>
				<category><![CDATA[Audio]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni libri]]></category>
		<category><![CDATA[Breuer]]></category>
		<category><![CDATA[Filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[Freud]]></category>
		<category><![CDATA[Nietzsche]]></category>
		<category><![CDATA[psicanalisi]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.paginatre.it/online/?p=5737</guid>
		<description><![CDATA[(voce di Luca Grandelis) «Breuer traeva motivo di orgoglio da molte delle proprie qualità personali. Era leale e generoso. La sua genialità diagnostica era addirittura leggendaria: a Vienna era il medico personale di grandi scienziati, artisti e filosofi come Brahms, &#8230; <a href="http://www.paginatre.it/online/2012/01/29/5737/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p> (voce di <a href="http://www.lucagrandelis.it/">Luca Grandelis</a>)</p>
<p><em><img class="alignright size-full wp-image-5740" src="http://www.paginatre.it/online/wp-content/uploads/2012/01/le_lacrime_di_nietsche_021.jpg" alt="" width="160" height="240" /><strong>«Breuer traeva motivo di orgoglio da molte delle proprie qualità personali.</strong> Era leale e generoso. La sua genialità diagnostica era addirittura leggendaria: a Vienna era il medico personale di grandi scienziati, artisti e filosofi come Brahms, Brücke e Brentano. A quarant’anni era già conosciuto in tutta Europa, distinti cittadini di ogni parte dell’Occidente precorrevano grandi distanze per venire a consulto da lui. Tuttavia, più di ogni altra cosa traeva orgoglio dalla propria integrità: non una sola volta in vita sua aveva commesso un atto disdicevole».</em><br />
<strong>Jozef Breuer è il migliore, potremmo dire oggi con piglio americaneggiante.</strong> Ineccepibile dal punto di vista professionale come da quello personale; fiero dei mezzi della medicina del suo tempo, che padroneggia ben consapevole dei loro limiti; abituato a trattare i casi più disperati e atipici, ogni giorno a contatto con la morte. Così la sua eccezionale vita &#8211; di medico, marito, padre &#8211; scorre tranquillamente, ordinata, senza scossoni.<span id="more-5737"></span><br />
<strong>Finché un giorno, come c’era da aspettarsi, accade l&#8217;inaspettato.</strong> Una donna giovanissima e straordinariamente bella lo convince a fare qualcosa cui non avrebbe mai pensato di poter acconsentire: curare un ammalato ignaro della terapia, cioè contro la sua volontà, con un rimedio sperimentale di cui pochissimi sono al corrente e di cui non si conoscono ancora bene né il funzionamento né gli esiti: una nuova cura scoperta dallo stesso Breuer, basata sul “discorso”. E il paziente è niente di meno che la volontà in persona: Friedrich Nietzsche, filosofo ancora poco noto, ma destinato &#8211; se ne convincerà ben presto &#8211; alla più grande fama; affetto fin da piccolo da una malattia inspiegabile e multisintomatica, che lo conduce alla più fosca depressione (e a fantasie di suicidio).<br />
<strong>Irving Yalom</strong> &#8211; già autore di un altro romanzo a sfondo filosofico: <em>La cura Schopenhauer</em> &#8211; consegna un libro di grande godibilità, scorrevole ed intenso, in cui la realtà storico-biografica e la finzione letteraria si armonizzano dipanandosi tra <strong>la nascita della psicanalisi</strong> (il cui simbolo, <strong>Sigmund Freud,</strong> allievo prediletto di Breuer, è spesso presente, anche se secondario) e la filosofia del superuomo, tra l’impossibilità del compito che il protagonista si è dato <strong>(curare l’anima, più che il corpo,</strong> ciò da cui ogni medico rifugge) e l’esigenza di portarlo avanti comunque, cercando di essere, ancora una volta, all’altezza della sfida, nella convinzione incrollabile che spesso i sintomi del corpo non sono null’altro che l’espressione di un malessere dell’anima: <em>«faccio parte di coloro che credono nella totalità dell’organismo. Credo, cioè, che il benessere fisico non sia scindibile da quello sociale e psicologico»</em>. Storia inventata di un’amicizia fra due pietre miliari del pensiero occidentale, che si farà profonda fino alle “lacrime di Nietzsche”. Una bella edizione Neri Pozza, economica e ben rifinita.</p>
<hr />
I.D. Yalom, <em>Le lacrime di Nietzsche</em>, ed. Neri Pozza, 2006-2010, pp. 450, euro 12,50.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.paginatre.it/online/2012/01/29/5737/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
			<enclosure url="http://www.paginatre.it/online/podpress_trac/feed/5737/0/91_RecensioneLibri_LacrimeNiet.mp3" length="3966540" type="audio/mpeg" />
		<itunes:duration>0:04:02</itunes:duration>
		<itunes:subtitle> (voce di Luca Grandelis)
«Breuer traeva motivo di orgoglio da molte delle proprie qualità personali. Era leale e generoso. La sua genialità diagnostica era addirittura leggendaria: a Vienna era il medico personale di grandi scienziati, artisti e fi[...]</itunes:subtitle>
		<itunes:summary> (voce di Luca Grandelis)
«Breuer traeva motivo di orgoglio da molte delle proprie qualità personali. Era leale e generoso. La sua genialità diagnostica era addirittura leggendaria: a Vienna era il medico personale di grandi scienziati, artisti e filosofi come Brahms, Brücke e Brentano. A quarant’anni era già conosciuto in tutta Europa, distinti cittadini di ogni parte dell’Occidente precorrevano grandi distanze per venire a consulto da lui. Tuttavia, più di ogni altra cosa traeva orgoglio dalla propria integrità: non una sola volta in vita sua aveva commesso un atto disdicevole».
Jozef Breuer è il migliore, potremmo dire oggi con piglio americaneggiante. Ineccepibile dal punto di vista professionale come da quello personale; fiero dei mezzi della medicina del suo tempo, che padroneggia ben consapevole dei loro limiti; abituato a trattare i casi più disperati e atipici, ogni giorno a contatto con la morte. Così la sua eccezionale vita &#8211; di medico, marito, padre &#8211; scorre tranquillamente, ordinata, senza scossoni.
Finché un giorno, come c’era da aspettarsi, accade l&#8217;inaspettato. Una donna giovanissima e straordinariamente bella lo convince a fare qualcosa cui non avrebbe mai pensato di poter acconsentire: curare un ammalato ignaro della terapia, cioè contro la sua volontà, con un rimedio sperimentale di cui pochissimi sono al corrente e di cui non si conoscono ancora bene né il funzionamento né gli esiti: una nuova cura scoperta dallo stesso Breuer, basata sul “discorso”. E il paziente è niente di meno che la volontà in persona: Friedrich Nietzsche, filosofo ancora poco noto, ma destinato &#8211; se ne convincerà ben presto &#8211; alla più grande fama; affetto fin da piccolo da una malattia inspiegabile e multisintomatica, che lo conduce alla più fosca depressione (e a fantasie di suicidio).
Irving Yalom &#8211; già autore di un altro romanzo a sfondo filosofico: La cura Schopenhauer &#8211; consegna un libro di grande godibilità, scorrevole ed intenso, in cui la realtà storico-biografica e la finzione letteraria si armonizzano dipanandosi tra la nascita della psicanalisi (il cui simbolo, Sigmund Freud, allievo prediletto di Breuer, è spesso presente, anche se secondario) e la filosofia del superuomo, tra l’impossibilità del compito che il protagonista si è dato (curare l’anima, più che il corpo, ciò da cui ogni medico rifugge) e l’esigenza di portarlo avanti comunque, cercando di essere, ancora una volta, all’altezza della sfida, nella convinzione incrollabile che spesso i sintomi del corpo non sono null’altro che l’espressione di un malessere dell’anima: «faccio parte di coloro che credono nella totalità dell’organismo. Credo, cioè, che il benessere fisico non sia scindibile da quello sociale e psicologico». Storia inventata di un’amicizia fra due pietre miliari del pensiero occidentale, che si farà profonda fino alle “lacrime di Nietzsche”. Una bella edizione Neri Pozza, economica e ben rifinita.

I.D. Yalom, Le lacrime di Nietzsche, ed. Neri Pozza, 2006-2010, pp. 450, euro 12,50.</itunes:summary>
		<itunes:keywords>Audio</itunes:keywords>
		<itunes:author>Liber Liber</itunes:author>
		<itunes:explicit>clean</itunes:explicit>
		<itunes:block>no</itunes:block>
	</item>
		<item>
		<title>LA MONTAGNA DI ORESTE FORNO</title>
		<link>http://www.paginatre.it/online/2012/01/26/5727/</link>
		<comments>http://www.paginatre.it/online/2012/01/26/5727/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 26 Jan 2012 15:20:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Dalla Torre</dc:creator>
				<category><![CDATA[Audio]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni libri]]></category>
		<category><![CDATA[alpinismo]]></category>
		<category><![CDATA[Bellavite Editore]]></category>
		<category><![CDATA[Forno Oreste]]></category>
		<category><![CDATA[fotografia]]></category>
		<category><![CDATA[L'altra montagna]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Dalla Torre]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.paginatre.it/online/?p=5727</guid>
		<description><![CDATA[(voce di Luca Grandelis) ORESTE FORNO, L’altra montagna (quella che porta più in alto delle cime), Bellavite Editore, Missaglia (LC) 2011, pp. 160, € 13,00. Codice ISBN: 978-88-7511-174-8 Il sole radente di un pomeriggio di novembre illumina il volto di &#8230; <a href="http://www.paginatre.it/online/2012/01/26/5727/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p> (voce di <a href="http://www.lucagrandelis.it/">Luca Grandelis</a>)</p>
<p>ORESTE FORNO, <em>L’altra montagna (quella che porta più in alto delle cime)</em>, Bellavite Editore, Missaglia (LC) 2011, pp.<a href="http://www.paginatre.it/online/wp-content/uploads/2012/01/copertina-Laltra-montagna.jpg"><img class="alignright  wp-image-5728" src="http://www.paginatre.it/online/wp-content/uploads/2012/01/copertina-Laltra-montagna-150x234.jpg" alt="" width="150" height="234" /></a> 160, € 13,00. Codice ISBN: 978-88-7511-174-8</p>
<p>Il sole radente di un pomeriggio di novembre illumina il volto di Oreste. Seduti attorno, un gruppo di ragazzini dello Zeta Club che da Milano abbiamo portato in diga, da lui . Sono uomini che si faranno, nonostante ora abbiano tutte le intemperanze e le impertinenze dei giovani ‘metropolitani’. Oreste, iniziando a raccontare, li ha progressivamente avvinti, e ora sentono il freddo in un crepaccio dello Shisha Pangma. È bello vederli così, in silenzio finalmente, assorti e in tumulto nel loro intimo…</p>
<p><strong>L’altra montagna</strong><br />
Lo stesso effetto ha prodotto su di me la lettura dell’ultimo libro di Forno, in cui per altro quello stesso incidente del 1985 viene raccontato (pp. 54-63). Un incidente grave, ma non sufficiente ad aprire totalmente gli occhi: «<em>L’avere visto la morte in faccia non aveva influito più di tanto su di me. Era stato un incidente come ne possono capitare tanti, e quando le ferite si furono rimarginate la mia vita riprese come prima</em>» (p. 62). La montagna, come la vita, bisogna saperla guardare e l’acutezza della vista è questione di maturità interiore più che di diottrie.<br />
In fondo questo mi pare il tema profondo del libro: un lungo apprendistato della capacità visiva del cuore.<span id="more-5727"></span><br />
Oreste Forno è stato un grande himalaista, leader di spedizioni sulle più alte montagne di mezzo mondo…; ma la saggezza, come tutti, ha dovuto conquistarla palmo a palmo. Raccontando il volto privato della sua vicenda esistenziale, mette a nudo con notevole coraggio una verità che in fondo tutti sappiamo: affermare che la montagna ispiri ‘necessariamente’ buoni sentimenti e virtù è pura retorica, a volte ipocrita. La montagna – come ogni ambiente naturale, grandioso o quotidiano, aspro e selvaggio oppure consueto e tranquillizzante – è un miracolo di bellezza e di Sapienza. Ma il suo valore ed effetto esistenziale dipende da noi, da come la guardiamo e percorriamo. Al di là della retorica, sappiamo benissimo che i moventi dell’alpinismo possono anche essere mediocri, se non addirittura negativi: desiderio di rivalsa, superbo e al tempo stesso insicuro, con le sue invidie e i suoi egoismi, forma mentis da predatore, ignaro del ‘dono’.<br />
Con candore, Forno ammette che, al crescere della fama e della pressione degli sponsor, una tale mentalità funzionalistica era penetrata anche in lui.<br />
Ma la vita, a chi sa ascoltarla, bussa al cuore, talvolta con discrezione, in altri casi con la violenza di una picconata: la morte di alcuni amici, l’amore per Ombretta – sua moglie: «<em>a quarant’anni cedetti al cuore e mi sposai. Un fatto strano, che non entrava nei miei piani</em>» (p. 39) –, la nascita dei figli. La vita aiuta a guardare più in là, a orizzonti di senso più vasti… Nel pieno della condizione, Oreste prende una decisione, scioccante per i più: abbandona l’alpinismo di punta per riviverne il lato ‘umano’. Editore e fotografo di montagna prima, custode di impianti idroelettrici in quota ora. Resta comunque nel suo elemento (la dedica al libro è esplicita: «<em>Alla montagna, che mi ha fatto toccare il cielo</em>»): vita di montagna e in montagna.</p>
<p><strong>Sette vette con occhi nuovi</strong><br />
Spogliato dal bisogno di conferme esterne e dall’ansia da prestazione, l’occhio mette meglio a fuoco. Si accorge di una moltitudine di doni immeritati. Il silenzio diventa eloquente (la ‘vita contemplativa’ è ben più intensa e feconda di relazioni di quanto i più intendano).<br />
Germoglia la decisione di salire da solo e di pernottare in vetta a sette «<em>montagne del cuore</em>». E va bene anche se cambiano i piani: a volte la montagna respinge. La mentalità funzionalistica si inalbera, ne viene frustrata, si intestardisce. Ma quando si coglie che tutto ha un senso e che tutto è dono, i progetti scompigliati possono riservare esperienze ancora migliori: è il caso del Monte delle Scale anziché il progettato Bernina, o il Pizzo Porcellizzo al posto del Badile. Sei pernottamenti in vetta nell’estate del 2003 , per concludere con il Cornone di Blumone due anni dopo.<br />
Passo dopo passo – ci racconta Oreste – cambia il modo di vedere gli altri, tornano al cuore gli amici lontani, soprattutto si riaffaccia la figura del padre. E la presenza costante di Ombretta e dei ragazzi. E, inarrestabile, torna in scena quel Dio a lungo messo in un angolo. È proprio la progressiva riscoperta di Dio ad aprire gli occhi e a dare un valore nuovo a tutti gli altri incontri. Si può parlare – mi pare – di un vero e proprio “itinerarium mentis in Deum”, in grado di pacificare il cuore e di rischiarare l’intelligenza.</p>
<p><strong>Convincente!</strong><br />
Torno un momento a quel pomeriggio di novembre sopra la diga della Val dei Ratti  (non si pensi a frotte di topi: la valle trae nome da una nobile famiglia comasca che qui ebbe suoi possedimenti).<br />
In salita, prima di arrivare al paese di Frasnedo, prima dunque dei racconti di Oreste, uno dei ragazzi più acuti – un tredicenne che si era in precedenza un po’ informato sulla biografia di Forno – mi confida a bassa voce (traslittero…): «Incredibile! È un grande alpinista ma ci si presenta come un qualunque custode di dighe. Zero ostentazione!».<br />
Questa credo che sia la forza pedagogica del lungo impegno culturale di Oreste. Proprio perché nasce da un’esperienza personalmente vissuta e sofferta, convince. E, naturalmente, traspare meglio dalla sua persona che dalle mere parole.<br />
La visione ‘contemplativa’ dell’alpinismo è spesso giudicata con sufficienza o irrisione dagli ‘agonisti’, che la interpretano come consolazione dell’incapacità o impotenza. E a volte realmente lo è. Ma certo non nel caso di Forno, che ancora a lungo sarebbe potuto figurare nell’alpinismo di punta. Qui davvero è cosa più profonda e radicale.</p>
<p>Il sole sta tramontando. È tempo di lasciare Frasnedo e di scendere alla diga e poi giù ai pulmini: neanche un’ora di cammino. Ma ancora sul selciato del paesino, uno dei ragazzi scivola e si storce un po’ la caviglia. Resto indietro con lui, che scende lento.<br />
Abbiamo appena sentito il racconto dell’odissea di Oreste, che con il bacino fratturato viene fatto discendere dal ghiacciaio del Shisha Pangma al campo base e pochi giorni dopo, a dorso di yak (!), fino agli automezzi.<br />
Sarà per questo, ma a quel ragazzo non è sfuggito neanche un lamento.</p>
<p>Approfondimento in rete: http://www.oresteforno.it/</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.paginatre.it/online/2012/01/26/5727/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
			<enclosure url="http://www.paginatre.it/online/podpress_trac/feed/5727/0/90_RecensioneLibri_OresteFormno.mp3" length="8804827" type="audio/mpeg" />
		<itunes:duration>0:08:51</itunes:duration>
		<itunes:subtitle> (voce di Luca Grandelis)
ORESTE FORNO, L’altra montagna (quella che porta più in alto delle cime), Bellavite Editore, Missaglia (LC) 2011, pp. 160, € 13,00. Codice ISBN: 978-88-7511-174-8
Il sole radente di un pomeriggio di novembre illumina il vol[...]</itunes:subtitle>
		<itunes:summary> (voce di Luca Grandelis)
ORESTE FORNO, L’altra montagna (quella che porta più in alto delle cime), Bellavite Editore, Missaglia (LC) 2011, pp. 160, € 13,00. Codice ISBN: 978-88-7511-174-8
Il sole radente di un pomeriggio di novembre illumina il volto di Oreste. Seduti attorno, un gruppo di ragazzini dello Zeta Club che da Milano abbiamo portato in diga, da lui . Sono uomini che si faranno, nonostante ora abbiano tutte le intemperanze e le impertinenze dei giovani ‘metropolitani’. Oreste, iniziando a raccontare, li ha progressivamente avvinti, e ora sentono il freddo in un crepaccio dello Shisha Pangma. È bello vederli così, in silenzio finalmente, assorti e in tumulto nel loro intimo…
L’altra montagna
Lo stesso effetto ha prodotto su di me la lettura dell’ultimo libro di Forno, in cui per altro quello stesso incidente del 1985 viene raccontato (pp. 54-63). Un incidente grave, ma non sufficiente ad aprire totalmente gli occhi: «L’avere visto la morte in faccia non aveva influito più di tanto su di me. Era stato un incidente come ne possono capitare tanti, e quando le ferite si furono rimarginate la mia vita riprese come prima» (p. 62). La montagna, come la vita, bisogna saperla guardare e l’acutezza della vista è questione di maturità interiore più che di diottrie.
In fondo questo mi pare il tema profondo del libro: un lungo apprendistato della capacità visiva del cuore.
Oreste Forno è stato un grande himalaista, leader di spedizioni sulle più alte montagne di mezzo mondo…; ma la saggezza, come tutti, ha dovuto conquistarla palmo a palmo. Raccontando il volto privato della sua vicenda esistenziale, mette a nudo con notevole coraggio una verità che in fondo tutti sappiamo: affermare che la montagna ispiri ‘necessariamente’ buoni sentimenti e virtù è pura retorica, a volte ipocrita. La montagna – come ogni ambiente naturale, grandioso o quotidiano, aspro e selvaggio oppure consueto e tranquillizzante – è un miracolo di bellezza e di Sapienza. Ma il suo valore ed effetto esistenziale dipende da noi, da come la guardiamo e percorriamo. Al di là della retorica, sappiamo benissimo che i moventi dell’alpinismo possono anche essere mediocri, se non addirittura negativi: desiderio di rivalsa, superbo e al tempo stesso insicuro, con le sue invidie e i suoi egoismi, forma mentis da predatore, ignaro del ‘dono’.
Con candore, Forno ammette che, al crescere della fama e della pressione degli sponsor, una tale mentalità funzionalistica era penetrata anche in lui.
Ma la vita, a chi sa ascoltarla, bussa al cuore, talvolta con discrezione, in altri casi con la violenza di una picconata: la morte di alcuni amici, l’amore per Ombretta – sua moglie: «a quarant’anni cedetti al cuore e mi sposai. Un fatto strano, che non entrava nei miei piani» (p. 39) –, la nascita dei figli. La vita aiuta a guardare più in là, a orizzonti di senso più vasti… Nel pieno della condizione, Oreste prende una decisione, scioccante per i più: abbandona l’alpinismo di punta per riviverne il lato ‘umano’. Editore e fotografo di montagna prima, custode di impianti idroelettrici in quota ora. Resta comunque nel suo elemento (la dedica al libro è esplicita: «Alla montagna, che mi ha fatto toccare il cielo»): vita di montagna e in montagna.
Sette vette con occhi nuovi
Spogliato dal bisogno di conferme esterne e dall’ansia da prestazione, l’occhio mette meglio a fuoco. Si accorge di una moltitudine di doni immeritati. Il silenzio diventa eloquente (la ‘vita contemplativa’ è ben più intensa e feconda di relazioni di quanto i più intendano).
Germoglia la decisione di salire da solo e di pernottare in vetta a sette «montagne del cuore». E va bene anche se cambiano i piani: a volte la montagna respinge. La mentalità funzionalistica si inalbera, ne viene frustrata, si intestardisce. Ma quando si coglie che tutto ha un senso e che tutto è dono, i progetti scompigliati possono riservare esperienze ancora migliori: è il caso del Monte delle Scale anziché il progettato Bernina, o i[...]</itunes:summary>
		<itunes:keywords>Audio</itunes:keywords>
		<itunes:author>Liber Liber</itunes:author>
		<itunes:explicit>clean</itunes:explicit>
		<itunes:block>no</itunes:block>
	</item>
		<item>
		<title>Conversazioni sull’educazione, di Zygmunt Bauman e Riccardo Mazzeo</title>
		<link>http://www.paginatre.it/online/2012/01/23/5710/</link>
		<comments>http://www.paginatre.it/online/2012/01/23/5710/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 23 Jan 2012 10:14:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Calabrò</dc:creator>
				<category><![CDATA[Audio]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni libri]]></category>
		<category><![CDATA[Bauman]]></category>
		<category><![CDATA[educazione]]></category>
		<category><![CDATA[insegnamento]]></category>
		<category><![CDATA[Mazzeo]]></category>
		<category><![CDATA[pedagogia]]></category>
		<category><![CDATA[sociologia]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.paginatre.it/online/?p=5710</guid>
		<description><![CDATA[(voce di Luca Grandelis) Conversazioni sull’educazione (ed. Erickson, 2012) è un libro scritto a quattro mani dal grande sociologo Zygmunt Bauman e dall’intellettuale Riccardo Mazzeo, tra l’altro traduttore dal francese della filosofa Michela Marzano e dall’inglese dello stesso Bauman. L’opera &#8230; <a href="http://www.paginatre.it/online/2012/01/23/5710/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p> (voce di <a href="http://www.lucagrandelis.it/">Luca Grandelis</a>)</p>
<p><em><strong><img class="alignright size-full wp-image-5711" src="http://www.paginatre.it/online/wp-content/uploads/2012/01/bauman.jpg" alt="" width="191" height="264" />Conversazioni sull’educazione </strong></em>(ed. Erickson, 2012) è un libro scritto a quattro mani dal grande sociologo <strong>Zygmunt Bauman</strong> e dall’intellettuale <strong>Riccardo Mazzeo</strong>, tra l’altro traduttore dal francese della filosofa Michela Marzano e dall’inglese dello stesso Bauman. L’opera &#8211; incentrata sul ruolo dell’educazione “nello scenario della realtà inquietante in cui si trovano calati i nostri figli” &#8211; è divisa in venti brevi capitoli che spaziano dalle problematiche del consumo a quelle della disoccupazione, dalle difficoltà dei giovani a quelle dei disabili, passando per le odierne rivolte inglesi e nordafricane e per le riflessioni di autori come <strong>Lacan, Zizek, Bateson, Morin.</strong><span id="more-5710"></span><br />
Uno scritto dal quale trasuda l’eminente <strong>vocazione pratica (nel senso aristotelico) del sociologo di Leeds,</strong> che non si rassegna all’idea di dover accettare questo mondo solo perché è così che ce lo hanno propinato. Il soggetto deve sempre essere consapevole e attivo, sia quando accetta lo <em>status quo</em>, sia quando lo rifiuta. La sociologia è uno strumento che permette all’uomo di conoscere la realtà in cui si trova, onde trasformarla a proprio vantaggio; il resto non è che dottrina sterile e ciarla da accademia.<br />
<strong><img class="alignleft size-full wp-image-5712" style="margin-left: 10px;margin-right: 10px" src="http://www.paginatre.it/online/wp-content/uploads/2012/01/mazzeo-bauman.jpg" alt="" width="250" height="201" />Mazzeo conduce qui più che un’intervista,</strong> fornendo all’inizio di ogni capitolo spunti generosi e appassionati (da cui traspare una personale intuizione delle cose), che il professore polacco rielabora, intreccia, condisce con la sua propria visione (liquida) del mondo e, si vorrebbe dire, con la sua saggezza.<br />
Un libro dalla <strong>struttura originale,</strong> nel quale Bauman tiene insieme novità e conclusioni precedenti, spesso riprese in forma inedita. Dotto e denso al punto da non poter mancare nella biblioteca di ogni appassionato di sociologia e di pedagogia; ma al contempo &#8211; dati la chiarezza espositiva, la padronanza mostrata da Mazzeo nel maneggiare le questioni trattate e l’agio con il quale sa muoversi lungo le traiettorie dell’opera baumaniana &#8211; il discorso è accessibile e scorrrevole, <strong>adatto a genitori, educatori, insegnanti</strong> che si trovano a confrontarsi quotidianamente con la realtà dell’educazione moderna. Per comprendere e ricordare che anche se a questo mondo c’è «molto spazio per la preoccupazione [tuttavia] non ce n’è affatto per la disperazione».</p>
<hr />
<p>Z. Bauman, R. Mazzeo, <em>Conversazioni sull’educazione</em>, ed. Erickson, 2012, pp. 146, euro 12.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.paginatre.it/online/2012/01/23/5710/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
			<enclosure url="http://www.paginatre.it/online/podpress_trac/feed/5710/0/88_RecensioneLibri_ConversazioniEducazione.mp3" length="3126127" type="audio/mpeg" />
		<itunes:duration>0:03:14</itunes:duration>
		<itunes:subtitle> (voce di Luca Grandelis)
Conversazioni sull’educazione (ed. Erickson, 2012) è un libro scritto a quattro mani dal grande sociologo Zygmunt Bauman e dall’intellettuale Riccardo Mazzeo, tra l’altro traduttore dal francese della filosofa Michela Marza[...]</itunes:subtitle>
		<itunes:summary> (voce di Luca Grandelis)
Conversazioni sull’educazione (ed. Erickson, 2012) è un libro scritto a quattro mani dal grande sociologo Zygmunt Bauman e dall’intellettuale Riccardo Mazzeo, tra l’altro traduttore dal francese della filosofa Michela Marzano e dall’inglese dello stesso Bauman. L’opera &#8211; incentrata sul ruolo dell’educazione “nello scenario della realtà inquietante in cui si trovano calati i nostri figli” &#8211; è divisa in venti brevi capitoli che spaziano dalle problematiche del consumo a quelle della disoccupazione, dalle difficoltà dei giovani a quelle dei disabili, passando per le odierne rivolte inglesi e nordafricane e per le riflessioni di autori come Lacan, Zizek, Bateson, Morin.
Uno scritto dal quale trasuda l’eminente vocazione pratica (nel senso aristotelico) del sociologo di Leeds, che non si rassegna all’idea di dover accettare questo mondo solo perché è così che ce lo hanno propinato. Il soggetto deve sempre essere consapevole e attivo, sia quando accetta lo status quo, sia quando lo rifiuta. La sociologia è uno strumento che permette all’uomo di conoscere la realtà in cui si trova, onde trasformarla a proprio vantaggio; il resto non è che dottrina sterile e ciarla da accademia.
Mazzeo conduce qui più che un’intervista, fornendo all’inizio di ogni capitolo spunti generosi e appassionati (da cui traspare una personale intuizione delle cose), che il professore polacco rielabora, intreccia, condisce con la sua propria visione (liquida) del mondo e, si vorrebbe dire, con la sua saggezza.
Un libro dalla struttura originale, nel quale Bauman tiene insieme novità e conclusioni precedenti, spesso riprese in forma inedita. Dotto e denso al punto da non poter mancare nella biblioteca di ogni appassionato di sociologia e di pedagogia; ma al contempo &#8211; dati la chiarezza espositiva, la padronanza mostrata da Mazzeo nel maneggiare le questioni trattate e l’agio con il quale sa muoversi lungo le traiettorie dell’opera baumaniana &#8211; il discorso è accessibile e scorrrevole, adatto a genitori, educatori, insegnanti che si trovano a confrontarsi quotidianamente con la realtà dell’educazione moderna. Per comprendere e ricordare che anche se a questo mondo c’è «molto spazio per la preoccupazione [tuttavia] non ce n’è affatto per la disperazione».

Z. Bauman, R. Mazzeo, Conversazioni sull’educazione, ed. Erickson, 2012, pp. 146, euro 12.</itunes:summary>
		<itunes:keywords>Audio</itunes:keywords>
		<itunes:author>Liber Liber</itunes:author>
		<itunes:explicit>clean</itunes:explicit>
		<itunes:block>no</itunes:block>
	</item>
		<item>
		<title>Percezioni</title>
		<link>http://www.paginatre.it/online/2012/01/21/5696/</link>
		<comments>http://www.paginatre.it/online/2012/01/21/5696/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 21 Jan 2012 05:54:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Calabrò</dc:creator>
				<category><![CDATA[Audio]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni libri]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.paginatre.it/online/?p=5696</guid>
		<description><![CDATA[(voce di Luca Grandelis) Qualche sera fa sono stato in compagnia di un detective alla ricerca di un lavoro. Era teso, in attesa, concentrato sul pensiero del cliente che avrebbe dovuto incontrare. Neanche poteva immaginare che di lì a poco &#8230; <a href="http://www.paginatre.it/online/2012/01/21/5696/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p> (voce di <a href="http://www.lucagrandelis.it/">Luca Grandelis</a>)</p>
<p><img class="alignright size-full wp-image-5697" src="http://www.paginatre.it/online/wp-content/uploads/2012/01/aperia.jpg" alt="" width="100" height="87" /><strong>Qualche sera fa sono stato in compagnia di un detective alla ricerca di un lavoro.</strong> Era teso, in attesa, concentrato sul pensiero del cliente che avrebbe dovuto incontrare. Neanche poteva immaginare che di lì a poco gli sarebbe capitato fra i piedi &#8211; è il caso di dirlo &#8211; una novità che gli avrebbe cambiato la giornata. E la carriera. Forse la vita. In verità, in quel momento, non lo sapevo neanche io.<span id="more-5696"></span><br />
<strong>La notte l’ho passata nella corsia dell’ospedale</strong> in cui un amico, Fabio, vittima di un incidente stradale, stava per essere operato. Tra i parenti, i conoscenti, il tentativo di placare l’angoscia tramite le solite domande tecniche, fintamente asettiche, sulla dinamica, le cause, le prospettive.<br />
All’alba mi sono perduto in ricordi e divagazioni fra l’assonnato e l’onirico. <strong>Mi tornava in mente Marina Cvetaeva</strong>, poetessa considerata da Pasternak una delle voci più elevate della poesia russa, ma ignorata dalla sua epoca.<br />
Per la strada mi ha invece colpito un’immagine tutt’affatto diversa: due donne &#8211; due ragazze, lo ammetto &#8211; che ascoltavano musica da un walkman, dalle stesse cuffie; istantanea di una dolcezza squisita, nella luce ancora semibuia del primo mattino, ma inequivocabilmente stimolante, anche sotto il profilo sensuale. Poi il pensiero corre &#8211; <em>a quell’età potrebbero essere figlie mie</em> &#8211; d’improvviso le inquadro zoomando nella cornice dell’adolescenza,<strong> dietro di me arriva corrucciato a darmi uno scapaccione</strong> il padre di due bambini che io sono. Mi ridesto, guardo altrove, forse sta per cominciare un nuovo giorno. Forse è l’ora. O forse è l’ora di essere sinceri. Fino in fondo.<br />
Perché la verità è che non sono stato davvero lì, in quelle ore, in quei luoghi; non ho visto quelle cose, né incontrato quelle persone. Mi ci sono imbattuto, questo sì, leggendo <strong><em>Percezioni</em></strong> (ed. <a href="http://laperia.blogspot.com/">L’Aperia</a>, 2007), i cui racconti mi hanno narrato queste storie e anche altre, scritte da <strong>Pina Napolitano, Laura Matarese, Stefania Napolitano e Sergio Ciarone</strong>. Detto così, sembra forse tutto <em>più semplice</em>. Ma non <em>più vero</em>. Perché la verità è che, per un paio d’ore d’una sera d’autunno, sono veramente stato lì, con loro, per quelle strade e in quelle stanze. Ed era bellissimo.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.paginatre.it/online/2012/01/21/5696/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
			<enclosure url="http://www.paginatre.it/online/podpress_trac/feed/5696/0/89_RecensioneLibri_Percezioni.mp3" length="2759492" type="audio/mpeg" />
		<itunes:duration>0:02:51</itunes:duration>
		<itunes:subtitle> (voce di Luca Grandelis)
Qualche sera fa sono stato in compagnia di un detective alla ricerca di un lavoro. Era teso, in attesa, concentrato sul pensiero del cliente che avrebbe dovuto incontrare. Neanche poteva immaginare che di lì a poco gli sare[...]</itunes:subtitle>
		<itunes:summary> (voce di Luca Grandelis)
Qualche sera fa sono stato in compagnia di un detective alla ricerca di un lavoro. Era teso, in attesa, concentrato sul pensiero del cliente che avrebbe dovuto incontrare. Neanche poteva immaginare che di lì a poco gli sarebbe capitato fra i piedi &#8211; è il caso di dirlo &#8211; una novità che gli avrebbe cambiato la giornata. E la carriera. Forse la vita. In verità, in quel momento, non lo sapevo neanche io.
La notte l’ho passata nella corsia dell’ospedale in cui un amico, Fabio, vittima di un incidente stradale, stava per essere operato. Tra i parenti, i conoscenti, il tentativo di placare l’angoscia tramite le solite domande tecniche, fintamente asettiche, sulla dinamica, le cause, le prospettive.
All’alba mi sono perduto in ricordi e divagazioni fra l’assonnato e l’onirico. Mi tornava in mente Marina Cvetaeva, poetessa considerata da Pasternak una delle voci più elevate della poesia russa, ma ignorata dalla sua epoca.
Per la strada mi ha invece colpito un’immagine tutt’affatto diversa: due donne &#8211; due ragazze, lo ammetto &#8211; che ascoltavano musica da un walkman, dalle stesse cuffie; istantanea di una dolcezza squisita, nella luce ancora semibuia del primo mattino, ma inequivocabilmente stimolante, anche sotto il profilo sensuale. Poi il pensiero corre &#8211; a quell’età potrebbero essere figlie mie &#8211; d’improvviso le inquadro zoomando nella cornice dell’adolescenza, dietro di me arriva corrucciato a darmi uno scapaccione il padre di due bambini che io sono. Mi ridesto, guardo altrove, forse sta per cominciare un nuovo giorno. Forse è l’ora. O forse è l’ora di essere sinceri. Fino in fondo.
Perché la verità è che non sono stato davvero lì, in quelle ore, in quei luoghi; non ho visto quelle cose, né incontrato quelle persone. Mi ci sono imbattuto, questo sì, leggendo Percezioni (ed. L’Aperia, 2007), i cui racconti mi hanno narrato queste storie e anche altre, scritte da Pina Napolitano, Laura Matarese, Stefania Napolitano e Sergio Ciarone. Detto così, sembra forse tutto più semplice. Ma non più vero. Perché la verità è che, per un paio d’ore d’una sera d’autunno, sono veramente stato lì, con loro, per quelle strade e in quelle stanze. Ed era bellissimo.</itunes:summary>
		<itunes:keywords>Audio</itunes:keywords>
		<itunes:author>Liber Liber</itunes:author>
		<itunes:explicit>clean</itunes:explicit>
		<itunes:block>no</itunes:block>
	</item>
		<item>
		<title>Filosofia, pedagogia, interculturalità</title>
		<link>http://www.paginatre.it/online/2012/01/19/5675/</link>
		<comments>http://www.paginatre.it/online/2012/01/19/5675/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 19 Jan 2012 13:41:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Calabrò</dc:creator>
				<category><![CDATA[Audio]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni libri]]></category>
		<category><![CDATA[Apel]]></category>
		<category><![CDATA[Betancourt]]></category>
		<category><![CDATA[Borrelli]]></category>
		<category><![CDATA[Filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[interculturalità]]></category>
		<category><![CDATA[Panikkar]]></category>
		<category><![CDATA[pedagogia]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.paginatre.it/online/?p=5675</guid>
		<description><![CDATA[(voce di Luca Grandelis) La globalizzazione come dato di fatto: popoli, lingue, culture, abitudini, aspettative ed esigenze si trovano a contatto e l’altro non si trova più all’altro capo del mondo, ma sullo stesso pianerottolo, alla fermata dell’autobus, in fila &#8230; <a href="http://www.paginatre.it/online/2012/01/19/5675/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p> (voce di <a href="http://www.lucagrandelis.it/">Luca Grandelis</a>)</p>
<p><img class="alignright size-medium wp-image-5676" src="http://www.paginatre.it/online/wp-content/uploads/2012/01/borrelli-188x300.jpg" alt="" width="188" height="300" />La globalizzazione come dato di fatto: popoli, lingue, culture, abitudini, aspettative ed esigenze si trovano a contatto e l’altro non si trova più all’altro capo del mondo, ma sullo stesso pianerottolo, alla fermata dell’autobus, in fila allo sportello, alla scrivania accanto. <strong>La globalizzazione è un’opportunità</strong> (se pur nella versione “di necessità, virtù”): dal contatto può nascere un incontro dialogico fruttuoso e salutare per entrambi, un momento di novità, di crescita, di gioia. Ma <strong>il contatto può anche diventare frizione</strong> e trasformarsi in scontro ideologico: fino alla guerra di religione, all’esportazione armata della democrazia, all’imposizione di un pensiero e di un’economia unici.<span id="more-5675"></span><br />
La globalizzazione si presenta dunque come<strong> una lama a doppio taglio</strong> che nessuno può pensare di eludere né &#8211; al momento &#8211; di dominare. Ne parlano <strong>Michele Borrelli e Raoul Fornet-Betancourt</strong> nel volume da loro curato e recentemente edito da Pellegrini, dal titolo<em><strong> L’intercultura: filosofia e pedagogia</strong></em>. Nessuno oggi possiede le soluzioni ai problemi globali (lo dimostra tra l’altro il fatto che i problemi sono ancora tutti lì, a cominciare da quello climatico-ambientale); perciò l’intercultura non è più solo un metodo filosofico come un altro, ma un imperativo sempre più categorico (e urgente). Perché la soluzione dei problemi comuni <strong>richiede il contributo di tutti,</strong> a partire da quelli tradizionalmente esclusi, i “senza voce”, i cosiddetti “ultimi della terra” (la stragrande maggioranza degli uomini che vivono con meno di due dollari al giorno): <em>«se parliamo di convivenza planetaria non ci sono i detentori della verità, da un lato, e gli esclusi al dialogo, dall’altro, ma siamo tutti chiamati a collaborare nell’interesse di tutti; tutti devono poter apportare il loro contributo, la loro visione del mondo, il senso che ognuno vorrebbe dare a se stesso e alla vita».</em> Ciò implica <strong>la rinuncia alla pretesa di possedere la verità,</strong> vera sfida del nostro tempo.<br />
D’altra parte, rimarca <strong>Betancourt</strong> nel suo saggio dal titolo <strong>“La trasformazione interculturale della filosofia”,</strong> l’intercultura resta comunque anche un metodo, da applicare in maniera rigorosa e consapevole, onde fuggire le tentazioni del multiculturalismo (collezionismo di “materiale esotico” da integrare più o meno forzatamente nella propria cultura) e del transculturalismo (la convizione che esistano fattori extraculturali di portata generale che è possibile applicare ad ogni cultura &#8211; ho ripreso le nozioni di <strong>Raimon Panikkar,</strong> filosofo catalano autore qui dell’intervista “La dialettica della ragione armata”, già pubblicato dallo stesso editore in un volume precedente).<br />
Cè bisogno non solo di una filosofia adeguata, sottolinea <strong>Borrelli</strong>, autore del saggio <strong>“Pedagogia interculturale tra economia e politica”,</strong> ma preliminarmente di una pedagogia all’altezza della situazione. Concreta ed efficace: non fondata su presupposti teorici e astratti, ma sull’intreccio originario fra la politica e l’economia. Una pedagogia che nasce insieme a queste due discipline, perfettamente integrata nel contesto della vita sociale. E che non può più ritenersi legata a delle rigide dinamiche culturali preordinate, ma sa organizzarsi fluidamente in un ambito sempre più, appunto, globale. Rivolto agli studenti delle scuole di ogni ordine e grado (e delle università). Con un corposo saggio di<strong> Karl-Otto Apel</strong>.</p>
<hr />
M. Borrelli e R. Fornet-Betancourt (a cura di), <em>L’intercultura: filosofia e pedagogia</em>, ed. Pellegrini, 2011, pp. 130, euro 15.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.paginatre.it/online/2012/01/19/5675/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
			<enclosure url="http://www.paginatre.it/online/podpress_trac/feed/5675/0/86_RecensioneLibri_Intercultura.mp3" length="4801918" type="audio/mpeg" />
		<itunes:duration>0:04:58</itunes:duration>
		<itunes:subtitle> (voce di Luca Grandelis)
La globalizzazione come dato di fatto: popoli, lingue, culture, abitudini, aspettative ed esigenze si trovano a contatto e l’altro non si trova più all’altro capo del mondo, ma sullo stesso pianerottolo, alla fermata dell’a[...]</itunes:subtitle>
		<itunes:summary> (voce di Luca Grandelis)
La globalizzazione come dato di fatto: popoli, lingue, culture, abitudini, aspettative ed esigenze si trovano a contatto e l’altro non si trova più all’altro capo del mondo, ma sullo stesso pianerottolo, alla fermata dell’autobus, in fila allo sportello, alla scrivania accanto. La globalizzazione è un’opportunità (se pur nella versione “di necessità, virtù”): dal contatto può nascere un incontro dialogico fruttuoso e salutare per entrambi, un momento di novità, di crescita, di gioia. Ma il contatto può anche diventare frizione e trasformarsi in scontro ideologico: fino alla guerra di religione, all’esportazione armata della democrazia, all’imposizione di un pensiero e di un’economia unici.
La globalizzazione si presenta dunque come una lama a doppio taglio che nessuno può pensare di eludere né &#8211; al momento &#8211; di dominare. Ne parlano Michele Borrelli e Raoul Fornet-Betancourt nel volume da loro curato e recentemente edito da Pellegrini, dal titolo L’intercultura: filosofia e pedagogia. Nessuno oggi possiede le soluzioni ai problemi globali (lo dimostra tra l’altro il fatto che i problemi sono ancora tutti lì, a cominciare da quello climatico-ambientale); perciò l’intercultura non è più solo un metodo filosofico come un altro, ma un imperativo sempre più categorico (e urgente). Perché la soluzione dei problemi comuni richiede il contributo di tutti, a partire da quelli tradizionalmente esclusi, i “senza voce”, i cosiddetti “ultimi della terra” (la stragrande maggioranza degli uomini che vivono con meno di due dollari al giorno): «se parliamo di convivenza planetaria non ci sono i detentori della verità, da un lato, e gli esclusi al dialogo, dall’altro, ma siamo tutti chiamati a collaborare nell’interesse di tutti; tutti devono poter apportare il loro contributo, la loro visione del mondo, il senso che ognuno vorrebbe dare a se stesso e alla vita». Ciò implica la rinuncia alla pretesa di possedere la verità, vera sfida del nostro tempo.
D’altra parte, rimarca Betancourt nel suo saggio dal titolo “La trasformazione interculturale della filosofia”, l’intercultura resta comunque anche un metodo, da applicare in maniera rigorosa e consapevole, onde fuggire le tentazioni del multiculturalismo (collezionismo di “materiale esotico” da integrare più o meno forzatamente nella propria cultura) e del transculturalismo (la convizione che esistano fattori extraculturali di portata generale che è possibile applicare ad ogni cultura &#8211; ho ripreso le nozioni di Raimon Panikkar, filosofo catalano autore qui dell’intervista “La dialettica della ragione armata”, già pubblicato dallo stesso editore in un volume precedente).
Cè bisogno non solo di una filosofia adeguata, sottolinea Borrelli, autore del saggio “Pedagogia interculturale tra economia e politica”, ma preliminarmente di una pedagogia all’altezza della situazione. Concreta ed efficace: non fondata su presupposti teorici e astratti, ma sull’intreccio originario fra la politica e l’economia. Una pedagogia che nasce insieme a queste due discipline, perfettamente integrata nel contesto della vita sociale. E che non può più ritenersi legata a delle rigide dinamiche culturali preordinate, ma sa organizzarsi fluidamente in un ambito sempre più, appunto, globale. Rivolto agli studenti delle scuole di ogni ordine e grado (e delle università). Con un corposo saggio di Karl-Otto Apel.

M. Borrelli e R. Fornet-Betancourt (a cura di), L’intercultura: filosofia e pedagogia, ed. Pellegrini, 2011, pp. 130, euro 15.</itunes:summary>
		<itunes:keywords>Audio</itunes:keywords>
		<itunes:author>Liber Liber</itunes:author>
		<itunes:explicit>clean</itunes:explicit>
		<itunes:block>no</itunes:block>
	</item>
		<item>
		<title>Carlo Gravino: “Il dio imperfetto”, Palomar, 2010</title>
		<link>http://www.paginatre.it/online/2012/01/15/5424/</link>
		<comments>http://www.paginatre.it/online/2012/01/15/5424/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 15 Jan 2012 05:12:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bartolomeo Di Monaco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Audio]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni libri]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.paginatre.it/online/?p=5424</guid>
		<description><![CDATA[(voce di Luca Grandelis) Nelle scarne note di copertina si apprende che l’autore, classe 1958, ha al suo attivo un romanzo scritto nel 2003: “Le Storie e gli Eventi”. Vive a San Marco in Lamis, in provincia di Foggia, un &#8230; <a href="http://www.paginatre.it/online/2012/01/15/5424/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p> (voce di <a href="http://www.lucagrandelis.it/">Luca Grandelis</a>)</p>
<p><a href="http://www.paginatre.it/online/wp-content/uploads/2011/12/gravino_carlo.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-5425" src="http://www.paginatre.it/online/wp-content/uploads/2011/12/gravino_carlo-214x300.jpg" alt="" width="214" height="300" /></a>Nelle scarne note di copertina si apprende che l’autore, classe 1958, ha al suo attivo un romanzo scritto nel 2003: “<em>Le Storie e gli Eventi</em>”.<br />
Vive a San Marco in Lamis, in provincia di Foggia, un paese che conosco grazie alle opere di un amico che vive a Lucca e che nacque proprio lì tanti anni fa, Dino La Selva, ora medico in pensione, figlio di Giovanni, che fu prefetto anche di Lucca, letterato pure lui (tradusse “<em>I fiori del male</em>” di Baudelaire). Chi sa se Gravino, molto più giovane, non lo abbia conosciuto in occasione dei suoi ritorni al paese, di cui ha molto narrato (“<em>Fiabe di Capitanata</em>” e “<em>Racconti minimi di San Marco in Lamis e dintorni</em>”, ad esempio).<br />
Anche nel romanzo di Gravino si narra del ritorno al paese natale del protagonista Marco in occasione della morte della nonna aterna. È inverno, fa freddo, cade la neve: “<em>Il vento faceva vibrare i vetri degli alti balconi e vi attaccava sopra schegge di nevischio.</em>” Niente di più naturale abbandonarsi ai ricordi, srotolare la memoria. È ciò che accade a Marco, un uomo di successo che però ora è turbato dai rimorsi di non aver curato come doveva l’affetto che la nonna nutriva per lui.</p>
<p>L’autore racconta con una scrittura quieta, rotonda e mai superflua: “<em>La notte incuteva timore alla nonna; lei apparteneva a un tempo nel quale l’oscurità era popolata di presenze misteriose, che calavano nella valle dai più nascosti dirupi delle montagne per vagare tra le stradine del paese e mischiarsi alle mille ombre dipinte dal chiarore della luna.</em>”<br />
La memoria può colmare la solitudine, ma nello stesso tempo, allorché appare, registra una ferita, una sconfitta, una resa. Ancor più se essa ci afferra nel momento in cui il confronto della nostra vita è con la morte. Essa misura il nostro coraggio o la nostra vigliaccheria. Ci mette a nudo.<span id="more-5424"></span></p>
<p>Le immagini del passato, pur suggestionando la mente, nel fare il bilancio della nostra esistenza ci invitano a saldare il conto, ad interrogarci e a scoprirci. Nel confronto con la morte non può esistere l’ipocrisia: “<em>Ero partito lasciando troppe storie senza un epilogo, ed era inevitabile che esse mi avessero atteso pazientemente per tutti quegli anni, tenute vitali come da uno spirito di vendetta, come se fossero sopravvissute solo per saldare il conto.</em>”</p>
<p>Attraverso la morte della nonna, il protagonista imprime ai suoi ricordi la malinconia di una incompiutezza che ne restituisce fragilità ed evanescenza. Solo la nonna raggiunge la solidità di una compiutezza che si porta fin dentro la propria morte: “<em>Uscii con lo strano pensiero di invidiare un po’ la nonna: ora mi sembrava chiaro il significato della morte, era realmente il passaggio in una dimensione che le consentiva di ritornare al proprio tempo reale, agli affetti e alla gente che avevano popolato i suoi anni.</em>”</p>
<p>Non riesce a sapere nulla del suo amico di infanzia, Stefano, che si è appartato dal mondo.<br />
È pensando anche a lui che comincia la resa dei conti. Il ritorno al paese è il ritorno al principio del cammino. Il vecchio prete con il quale aveva discusso tante volte da ragazzo, è di nuovo il suo interlocutore spietato. Marco è un uomo importante, un intellettuale e un politico stimato. Che cosa ha fatto per gli altri? Ha perso la sua rettitudine? La nonna lo trovava cambiato.<br />
Fare i conti con se stesso è farli anche con Dio, affrontare il suo mistero. Dio è sempre dentro le azioni degli uomini.<br />
Gli dice il prete: “<em>Non metterti contro quello che sei, stai soffrendo inutilmente.</em>”</p>
<p>Sono le contraddizioni insite in ogni uomo a generare la sofferenza. Dio non ci ha creati per farci godere la felicità senza il sacrificio. Solo dentro la morte è possibile prenderne possesso, come ne ha preso possesso la nonna.<em></em></p>
<p>Ma non solo: il ricordo della sofferenza del padre, morto di un male, la sua consapevolezza di andare incontro alla morte, la serenità con cui l’accoglie, rievocano la dolcezza di un transito che rasserena e ci conduce nel mistero di Dio, un Dio imperfetto (che ha “<em>un bastone troppo corto, se finiva sempre per colpire solo chi gli era vicino.</em>”), che ci ha lasciati soli, ma che sa accoglierci e donarsi a noi. Il paesaggio innevato che ricorre spesso nel romanzo ha una qualche colleganza con la metamorfosi che attraverso la morte ci consegna alla purezza dell’Aldilà.</p>
<p>L’amico Stefano trae la sua sofferenza dalle delusioni della vita. Marco riesce a trovarlo e si confidano. Aveva tanti ideali da realizzare, da giovane era un leader dal grande futuro, immerso fino al collo nelle ambizioni del ‘68; voleva contribuire a migliorare il mondo. Ora lo fugge. Si sente sconfitto: “<em>Sai, sto solo pagando le conseguenze di scelte sbagliate.</em>” Passa le sue giornate chiuso in casa, davanti al televisore. La moglie lo compatisce: “<em>Stefano era rimasto prigioniero del suo passato, di quando tutti gli riconoscevamo il diritto di farsi strada più di ognuno di noi.</em>” È la figura più tragica del romanzo. E dimostra quanto gli ideali possano influenzare nel bene e nel male la vita dell’uomo: “<em>Gli uomini, quando non riescono a recitare il ruolo per il quale credono di essere destinati, possono solamente limitarsi a impazzire.</em>” Stefano sta correndo pure lui, forse inconsapevolmente, incontro al solo appuntamento che non tradisce, quello con la morte rigeneratrice: “<em>Sapessi quante volte me la sono presa con Dio per avermi dato queste qualità.</em>”<br />
Marco si sente un po’ anche Stefano. Avverte di avergli rubato un destino che avrebbe dovuto appartenere più all’amico che a lui stesso.</p>
<p>Il ritorno al paese è un continuo rimescolio della coscienza, una scoperta continua di sé. I tanti ricordi, le tante immagini del passato, sono altrettanti tasselli di un mosaico che non avrà mai fine, da consegnare alla morte, dentro la quale tutto si rasserena e si compone. Per sempre: “<em>Nei lunghissimi tramonti dell’estate, si facevano i crocchi davanti alle case per raccontare dei fatti antichi e pettegolare sulle vicende del paese.</em><br />
<em>Le madri cullavano i bambini spingendo indietro le sedie per poi lasciarle ricadere pesantemente. In quel movimento, sembravano batacchi di campane senza suono.</em>”</p>
<p>Una discesa interiore, un percorso che si immerge nell’anima: “<em>Un silenzio rotto ogni giorno, quando all’imbrunire si accendevano i lampioni nelle strade e tutti i bambini accompagnavamo l’evento con prolungate urla di gioia, quasi il sollievo per la sconfitta dell’inconscia paura del buio.</em>”<br />
Il passato riaffiora come cerniera verso la conoscenza di sé.</p>
<p>Il romanzo ha un crescendo nella parte finale dedicata alle rievocazioni che restituiscono i colori e i sapori di un’epoca che pare collocata da qualche parte, invisibile, pronta a rimarginare ferite e a recuperare la nostra integrità nel mondo. Vorremmo perfino scacciarlo il passato; nel momento in cui ritorna, anziché accoglierlo, vorremmo liberarcene per sempre: “<em>Temevo però che il passato non si fosse ancora arreso e riuscisse a trovare un pretesto per costringermi a rinviare ancora una volta il viaggio.</em>”</p>
<p>Appare sotto forma di ombre, che non sono più tali, anche se non ce ne accorgiamo: “<em>Stavo incredibilmente cercando il mio passato e mi sentii ridicolo nel rendermi conto di invocare un esercito di ombre dentro scenari che esistevano ormai solo nella memoria.</em>” Quelle ombre sono diventate noi stessi, il nostro presente e il nostro futuro.</p>
<p>Guai a credere che possiamo collocarle fuori di noi. Marco ci prova, si convince di avercela fatta: confida che la memoria resterà rinchiusa nei luoghi del suo passato, “<em>intrappolata nella valle e che solo in quelle ore mi era stato consentito di riprenderla.</em>”; “<em>La nonna diceva che le storie non stanno nella mente degli uomini, ma nei luoghi, e io uscivo dalle storie.</em>”</p>
<p>Ma non si esce dalle storie, non si esce dalla memoria. Il romanzo, ottimamente condotto, tenta di farlo con un’operazione forte e coraggiosa, ma il suo autore sa bene che, proprio con lo scriverlo, vi lega il protagonista per sempre.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.paginatre.it/online/2012/01/15/5424/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
			<enclosure url="http://www.paginatre.it/online/podpress_trac/feed/5424/0/85_RecensioneLibriGravina.mp3" length="9834935" type="audio/mpeg" />
		<itunes:duration>0:10:13</itunes:duration>
		<itunes:subtitle> (voce di Luca Grandelis)
Nelle scarne note di copertina si apprende che l’autore, classe 1958, ha al suo attivo un romanzo scritto nel 2003: “Le Storie e gli Eventi”.
Vive a San Marco in Lamis, in provincia di Foggia, un paese che conosco grazie al[...]</itunes:subtitle>
		<itunes:summary> (voce di Luca Grandelis)
Nelle scarne note di copertina si apprende che l’autore, classe 1958, ha al suo attivo un romanzo scritto nel 2003: “Le Storie e gli Eventi”.
Vive a San Marco in Lamis, in provincia di Foggia, un paese che conosco grazie alle opere di un amico che vive a Lucca e che nacque proprio lì tanti anni fa, Dino La Selva, ora medico in pensione, figlio di Giovanni, che fu prefetto anche di Lucca, letterato pure lui (tradusse “I fiori del male” di Baudelaire). Chi sa se Gravino, molto più giovane, non lo abbia conosciuto in occasione dei suoi ritorni al paese, di cui ha molto narrato (“Fiabe di Capitanata” e “Racconti minimi di San Marco in Lamis e dintorni”, ad esempio).
Anche nel romanzo di Gravino si narra del ritorno al paese natale del protagonista Marco in occasione della morte della nonna aterna. È inverno, fa freddo, cade la neve: “Il vento faceva vibrare i vetri degli alti balconi e vi attaccava sopra schegge di nevischio.” Niente di più naturale abbandonarsi ai ricordi, srotolare la memoria. È ciò che accade a Marco, un uomo di successo che però ora è turbato dai rimorsi di non aver curato come doveva l’affetto che la nonna nutriva per lui.
L’autore racconta con una scrittura quieta, rotonda e mai superflua: “La notte incuteva timore alla nonna; lei apparteneva a un tempo nel quale l’oscurità era popolata di presenze misteriose, che calavano nella valle dai più nascosti dirupi delle montagne per vagare tra le stradine del paese e mischiarsi alle mille ombre dipinte dal chiarore della luna.”
La memoria può colmare la solitudine, ma nello stesso tempo, allorché appare, registra una ferita, una sconfitta, una resa. Ancor più se essa ci afferra nel momento in cui il confronto della nostra vita è con la morte. Essa misura il nostro coraggio o la nostra vigliaccheria. Ci mette a nudo.
Le immagini del passato, pur suggestionando la mente, nel fare il bilancio della nostra esistenza ci invitano a saldare il conto, ad interrogarci e a scoprirci. Nel confronto con la morte non può esistere l’ipocrisia: “Ero partito lasciando troppe storie senza un epilogo, ed era inevitabile che esse mi avessero atteso pazientemente per tutti quegli anni, tenute vitali come da uno spirito di vendetta, come se fossero sopravvissute solo per saldare il conto.”
Attraverso la morte della nonna, il protagonista imprime ai suoi ricordi la malinconia di una incompiutezza che ne restituisce fragilità ed evanescenza. Solo la nonna raggiunge la solidità di una compiutezza che si porta fin dentro la propria morte: “Uscii con lo strano pensiero di invidiare un po’ la nonna: ora mi sembrava chiaro il significato della morte, era realmente il passaggio in una dimensione che le consentiva di ritornare al proprio tempo reale, agli affetti e alla gente che avevano popolato i suoi anni.”
Non riesce a sapere nulla del suo amico di infanzia, Stefano, che si è appartato dal mondo.
È pensando anche a lui che comincia la resa dei conti. Il ritorno al paese è il ritorno al principio del cammino. Il vecchio prete con il quale aveva discusso tante volte da ragazzo, è di nuovo il suo interlocutore spietato. Marco è un uomo importante, un intellettuale e un politico stimato. Che cosa ha fatto per gli altri? Ha perso la sua rettitudine? La nonna lo trovava cambiato.
Fare i conti con se stesso è farli anche con Dio, affrontare il suo mistero. Dio è sempre dentro le azioni degli uomini.
Gli dice il prete: “Non metterti contro quello che sei, stai soffrendo inutilmente.”
Sono le contraddizioni insite in ogni uomo a generare la sofferenza. Dio non ci ha creati per farci godere la felicità senza il sacrificio. Solo dentro la morte è possibile prenderne possesso, come ne ha preso possesso la nonna.
Ma non solo: il ricordo della sofferenza del padre, morto di un male, la sua consapevolezza di andare incontro alla morte, la serenità con cui l’accoglie, rievocano la dolcezza di un transito che rasserena e ci conduce nel mistero di Dio, un Dio imperfetto (che h[...]</itunes:summary>
		<itunes:keywords>Audio</itunes:keywords>
		<itunes:author>Liber Liber</itunes:author>
		<itunes:explicit>clean</itunes:explicit>
		<itunes:block>no</itunes:block>
	</item>
		<item>
		<title>Fenomenologia della scoperta. Epistemologia a tuttotondo dall’editore Bruno Mondadori</title>
		<link>http://www.paginatre.it/online/2012/01/13/5632/</link>
		<comments>http://www.paginatre.it/online/2012/01/13/5632/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 13 Jan 2012 10:35:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Calabrò</dc:creator>
				<category><![CDATA[Audio]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni libri]]></category>
		<category><![CDATA[epistemologia]]></category>
		<category><![CDATA[invenzione]]></category>
		<category><![CDATA[scienza]]></category>
		<category><![CDATA[scoperta]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.paginatre.it/online/?p=5632</guid>
		<description><![CDATA[(voce di Luca Grandelis) Ricco di spunti, di aperture, di connessioni, si presenta il libro di Mauro Maldonato (a cura di) dal titolo Fenomenologia della scoperta (ed. B. Mondadori, 2011). Un progetto che parte dalla domanda &#8211; inevasa da millenni &#8230; <a href="http://www.paginatre.it/online/2012/01/13/5632/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p> (voce di <a href="http://www.lucagrandelis.it/">Luca Grandelis</a>)</p>
<p><img class="alignright size-medium wp-image-5633" src="http://www.paginatre.it/online/wp-content/uploads/2012/01/maldonato-203x300.jpg" alt="" width="203" height="300" />Ricco di spunti, di aperture, di connessioni, si presenta il libro di <strong>Mauro Maldonato (a cura di)</strong> dal titolo <strong><em>Fenomenologia della scoperta</em></strong> (ed. B. Mondadori, 2011). Un progetto che parte dalla domanda &#8211; inevasa da millenni &#8211; sul significato della scoperta (soprattutto scientifica, ma non solo) con l’ambizione di indagarne ogni risvolto, seguendone i percorsi e intessendone le relazioni con l’invenzione, l’intuizione, la coscienza, la metafora, l’immaginazione, l’emozione.<br />
Si potrebbe parlare a lungo dei tanti saggi contenuti, che <strong>spaziano tra la medicina e l’economia, la filosofia della scienza e la linguistica</strong>, tra i quali spiccano &#8211; oltre a quello del curatore &#8211; gli studi del genetista <strong>Edoardo Boncinelli,</strong> dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, di <strong>Giuseppe Gembillo,</strong> esperto della complessità e docente all’Università di Messina, <strong>Edoardo Massimilla,</strong> docente di filosofia all’Università Federico II di Napoli.<span id="more-5632"></span> Con alcuni temi portanti (fra tutti, il rapporto tra la mente e il cervello) e con una specifica attenzione al contesto della Basilicata (che ha confinanziato &#8211; insieme all’Unione Europea &#8211; la IV Settimana Internazionale della Ricerca).<br />
Al di là delle domande fondamentali, di grande interesse epistemologico, cui si cerca di rispondere (“esistono fatti neutrali, puri, immuni da ogni teoria?”, “è utile alla società, cioè all’uomo, una ‘scienza per la scienza’?”, “la matematica oggettiva vantata dalla scienza è applicabile esaustivamente all’intera realtà, o dovremmo preoccuparci di affinare gli strumenti alla ricerca di tutto il resto?”), vengono affrontati i nodi pratici della <strong>situazione scolastica in Italia</strong> (cioè di quel sistema educativo, sottolinea Maldonato, inteso non a formare persone brillanti e creative, bensì individui prevedibili, ovvero cittadini controllabili); della portata e dei costi della specializzazione nella scienza; dell’insostenibilità di un modello economico (quello capitalistico) fondato su <strong>un’immagine arcaica e fasulla dell’uomo come <em>homo oeconomicus</em></strong> (di particolare interesse, per le tematiche citate e per molte altre, i saggi di P. Diotaiuti, S. Dell’Orco, A. Gorini, M. Masiero, G. Pravettoni e soprattutto di <strong>Flavia Monceri,</strong> docente di filosofia all’Università degli Studi del Molise).<br />
Un volume consigliato &#8211; anche per la quantità di sfaccettaure &#8211; come introduzione ai problemi odierni dell’indagine scientifica.</p>
<hr />
<p>M. Maldonato, <em>Fenomenologia della scoperta,</em> ed. B. Mondadori, 2011, pp. 340, euro 30.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.paginatre.it/online/2012/01/13/5632/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
			<enclosure url="http://www.paginatre.it/online/podpress_trac/feed/5632/0/82_RecensioneLibri_EpistemologiaScoperta.mp3" length="3464218" type="audio/mpeg" />
		<itunes:duration>0:03:34</itunes:duration>
		<itunes:subtitle> (voce di Luca Grandelis)
Ricco di spunti, di aperture, di connessioni, si presenta il libro di Mauro Maldonato (a cura di) dal titolo Fenomenologia della scoperta (ed. B. Mondadori, 2011). Un progetto che parte dalla domanda &#8211; inevasa da mill[...]</itunes:subtitle>
		<itunes:summary> (voce di Luca Grandelis)
Ricco di spunti, di aperture, di connessioni, si presenta il libro di Mauro Maldonato (a cura di) dal titolo Fenomenologia della scoperta (ed. B. Mondadori, 2011). Un progetto che parte dalla domanda &#8211; inevasa da millenni &#8211; sul significato della scoperta (soprattutto scientifica, ma non solo) con l’ambizione di indagarne ogni risvolto, seguendone i percorsi e intessendone le relazioni con l’invenzione, l’intuizione, la coscienza, la metafora, l’immaginazione, l’emozione.
Si potrebbe parlare a lungo dei tanti saggi contenuti, che spaziano tra la medicina e l’economia, la filosofia della scienza e la linguistica, tra i quali spiccano &#8211; oltre a quello del curatore &#8211; gli studi del genetista Edoardo Boncinelli, dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, di Giuseppe Gembillo, esperto della complessità e docente all’Università di Messina, Edoardo Massimilla, docente di filosofia all’Università Federico II di Napoli. Con alcuni temi portanti (fra tutti, il rapporto tra la mente e il cervello) e con una specifica attenzione al contesto della Basilicata (che ha confinanziato &#8211; insieme all’Unione Europea &#8211; la IV Settimana Internazionale della Ricerca).
Al di là delle domande fondamentali, di grande interesse epistemologico, cui si cerca di rispondere (“esistono fatti neutrali, puri, immuni da ogni teoria?”, “è utile alla società, cioè all’uomo, una ‘scienza per la scienza’?”, “la matematica oggettiva vantata dalla scienza è applicabile esaustivamente all’intera realtà, o dovremmo preoccuparci di affinare gli strumenti alla ricerca di tutto il resto?”), vengono affrontati i nodi pratici della situazione scolastica in Italia (cioè di quel sistema educativo, sottolinea Maldonato, inteso non a formare persone brillanti e creative, bensì individui prevedibili, ovvero cittadini controllabili); della portata e dei costi della specializzazione nella scienza; dell’insostenibilità di un modello economico (quello capitalistico) fondato su un’immagine arcaica e fasulla dell’uomo come homo oeconomicus (di particolare interesse, per le tematiche citate e per molte altre, i saggi di P. Diotaiuti, S. Dell’Orco, A. Gorini, M. Masiero, G. Pravettoni e soprattutto di Flavia Monceri, docente di filosofia all’Università degli Studi del Molise).
Un volume consigliato &#8211; anche per la quantità di sfaccettaure &#8211; come introduzione ai problemi odierni dell’indagine scientifica.

M. Maldonato, Fenomenologia della scoperta, ed. B. Mondadori, 2011, pp. 340, euro 30.</itunes:summary>
		<itunes:keywords>Audio</itunes:keywords>
		<itunes:author>Liber Liber</itunes:author>
		<itunes:explicit>clean</itunes:explicit>
		<itunes:block>no</itunes:block>
	</item>
	</channel>
</rss>

