«Impaludato nella mitra e negli ornamenti arcivescovili, la personalità di maggior rilievo della Chiesa argentina fu protagonista di un grandioso funerale di stato, coerente con quello che fu la sua vita. [Il cardinale] Caggiano ricevette gli onori militari di un vicepresidente della Nazione. Nella strada, le truppe schierate dinanzi alla Cattedrale presentarono le armi all’uomo che aveva dedicato la vita a esaltarle come strumenti benedetti di salvezza nazionale e spirituale». Horacio Verbitsky, giornalista argentino di fama internazionale, ricostruisce – nel volume L’isola del silenzio (ed. Fandango, 2006), frutto del lavoro di 15 anni – il ruolo della Chiesa nella dittatura argentina, (continua…)
Isabel Allende è una delle autrici più importanti e apprezzate della letteratura sudamericana.
I suoi romanzi hanno molteplici sfaccettature, raccontano storie di donne che cercano la propria verità attraverso un percorso introspettivo, un cammino a ritroso che si snoda tra realismo e surrealismo, tra dolore provato, vissuto, come la morte della figlia della scrittrice, e magia, visioni, esoterismo…
“La casa degli spiriti”, “Paula”, “Ritratto in seppia”, “La città delle bestie” sono solo alcune delle opere dove è possibile rintracciare questi aspetti, che fanno la cifra stilistica della Allende. (continua…)
Didattica del mondo possibile (Breve nota al “corso di sopravvivenza” di Girolamo De Michele)
C’è qualcosa di intenso e seducente nell’ultimo libro di Girolamo De Michele: “Filosofia. Corso di sopravvivenza” (Ponte alle grazie, 2011) ed è il fatto che il testo non essendo né un manuale ufficiale, né un saggio filosofico, né tantomeno una raccolta di biografie o exempla esistenziali, alla fine finisce col riassumere tutto questo aggiungendovi una sua qualità etica che ne fa appunto una singolare proposta di “sopravvivenza”.
Partendo dal fatto che il sapere filosofico non è “sopra” la vita e la realtà ma vi sta dentro creandole e creandosi continuamente, l’autore ci conduce attraverso una stratificazione a volte discontinua, a volte più omogenea, di epoche, problemi, autori e concetti nel tentativo efficace di mostrarci che il tempo del pensiero non coincide mai con quello della storia del pensiero.
La temporalità “altra” del concetto
Il tempo filosofico è un tempo non storico, ma stratiforme. Questo vuol dire che la filosofia è una cosa molto diversa dalla storia della filosofia, nella quale i filosofi sono infilati come i grani di un rosario e la conoscenza si svolge dal più antico al più recente: col risultato di rendere inspiegabile il perché alcuni tra i più grandi (e secondo molti i due più grandi) sono stati i primi. (continua…)
«Breuer traeva motivo di orgoglio da molte delle proprie qualità personali. Era leale e generoso. La sua genialità diagnostica era addirittura leggendaria: a Vienna era il medico personale di grandi scienziati, artisti e filosofi come Brahms, Brücke e Brentano. A quarant’anni era già conosciuto in tutta Europa, distinti cittadini di ogni parte dell’Occidente precorrevano grandi distanze per venire a consulto da lui. Tuttavia, più di ogni altra cosa traeva orgoglio dalla propria integrità: non una sola volta in vita sua aveva commesso un atto disdicevole». Jozef Breuer è il migliore, potremmo dire oggi con piglio americaneggiante. Ineccepibile dal punto di vista professionale come da quello personale; fiero dei mezzi della medicina del suo tempo, che padroneggia ben consapevole dei loro limiti; abituato a trattare i casi più disperati e atipici, ogni giorno a contatto con la morte. Così la sua eccezionale vita – di medico, marito, padre – scorre tranquillamente, ordinata, senza scossoni. (continua…)
ORESTE FORNO, L’altra montagna (quella che porta più in alto delle cime), Bellavite Editore, Missaglia (LC) 2011, pp. 160, € 13,00. Codice ISBN: 978-88-7511-174-8
Il sole radente di un pomeriggio di novembre illumina il volto di Oreste. Seduti attorno, un gruppo di ragazzini dello Zeta Club che da Milano abbiamo portato in diga, da lui . Sono uomini che si faranno, nonostante ora abbiano tutte le intemperanze e le impertinenze dei giovani ‘metropolitani’. Oreste, iniziando a raccontare, li ha progressivamente avvinti, e ora sentono il freddo in un crepaccio dello Shisha Pangma. È bello vederli così, in silenzio finalmente, assorti e in tumulto nel loro intimo…
L’altra montagna
Lo stesso effetto ha prodotto su di me la lettura dell’ultimo libro di Forno, in cui per altro quello stesso incidente del 1985 viene raccontato (pp. 54-63). Un incidente grave, ma non sufficiente ad aprire totalmente gli occhi: «L’avere visto la morte in faccia non aveva influito più di tanto su di me. Era stato un incidente come ne possono capitare tanti, e quando le ferite si furono rimarginate la mia vita riprese come prima» (p. 62). La montagna, come la vita, bisogna saperla guardare e l’acutezza della vista è questione di maturità interiore più che di diottrie.
In fondo questo mi pare il tema profondo del libro: un lungo apprendistato della capacità visiva del cuore. (continua…)
Conversazioni sull’educazione (ed. Erickson, 2012) è un libro scritto a quattro mani dal grande sociologo Zygmunt Bauman e dall’intellettuale Riccardo Mazzeo, tra l’altro traduttore dal francese della filosofa Michela Marzano e dall’inglese dello stesso Bauman. L’opera – incentrata sul ruolo dell’educazione “nello scenario della realtà inquietante in cui si trovano calati i nostri figli” – è divisa in venti brevi capitoli che spaziano dalle problematiche del consumo a quelle della disoccupazione, dalle difficoltà dei giovani a quelle dei disabili, passando per le odierne rivolte inglesi e nordafricane e per le riflessioni di autori come Lacan, Zizek, Bateson, Morin.(continua…)
Qualche sera fa sono stato in compagnia di un detective alla ricerca di un lavoro. Era teso, in attesa, concentrato sul pensiero del cliente che avrebbe dovuto incontrare. Neanche poteva immaginare che di lì a poco gli sarebbe capitato fra i piedi – è il caso di dirlo – una novità che gli avrebbe cambiato la giornata. E la carriera. Forse la vita. In verità, in quel momento, non lo sapevo neanche io. (continua…)
La globalizzazione come dato di fatto: popoli, lingue, culture, abitudini, aspettative ed esigenze si trovano a contatto e l’altro non si trova più all’altro capo del mondo, ma sullo stesso pianerottolo, alla fermata dell’autobus, in fila allo sportello, alla scrivania accanto. La globalizzazione è un’opportunità (se pur nella versione “di necessità, virtù”): dal contatto può nascere un incontro dialogico fruttuoso e salutare per entrambi, un momento di novità, di crescita, di gioia. Ma il contatto può anche diventare frizione e trasformarsi in scontro ideologico: fino alla guerra di religione, all’esportazione armata della democrazia, all’imposizione di un pensiero e di un’economia unici. (continua…)
Nelle scarne note di copertina si apprende che l’autore, classe 1958, ha al suo attivo un romanzo scritto nel 2003: “Le Storie e gli Eventi”.
Vive a San Marco in Lamis, in provincia di Foggia, un paese che conosco grazie alle opere di un amico che vive a Lucca e che nacque proprio lì tanti anni fa, Dino La Selva, ora medico in pensione, figlio di Giovanni, che fu prefetto anche di Lucca, letterato pure lui (tradusse “I fiori del male” di Baudelaire). Chi sa se Gravino, molto più giovane, non lo abbia conosciuto in occasione dei suoi ritorni al paese, di cui ha molto narrato (“Fiabe di Capitanata” e “Racconti minimi di San Marco in Lamis e dintorni”, ad esempio).
Anche nel romanzo di Gravino si narra del ritorno al paese natale del protagonista Marco in occasione della morte della nonna aterna. È inverno, fa freddo, cade la neve: “Il vento faceva vibrare i vetri degli alti balconi e vi attaccava sopra schegge di nevischio.” Niente di più naturale abbandonarsi ai ricordi, srotolare la memoria. È ciò che accade a Marco, un uomo di successo che però ora è turbato dai rimorsi di non aver curato come doveva l’affetto che la nonna nutriva per lui.
L’autore racconta con una scrittura quieta, rotonda e mai superflua: “La notte incuteva timore alla nonna; lei apparteneva a un tempo nel quale l’oscurità era popolata di presenze misteriose, che calavano nella valle dai più nascosti dirupi delle montagne per vagare tra le stradine del paese e mischiarsi alle mille ombre dipinte dal chiarore della luna.”
La memoria può colmare la solitudine, ma nello stesso tempo, allorché appare, registra una ferita, una sconfitta, una resa. Ancor più se essa ci afferra nel momento in cui il confronto della nostra vita è con la morte. Essa misura il nostro coraggio o la nostra vigliaccheria. Ci mette a nudo. (continua…)