Fiume pagano

di Alberto Carollo. 3 settembre 2010

Laura Costantini, Loredana Falcone, Fiume Pagano
(Edizioni Historica, 2010, pp. 239, € 15,00, ISBN 978-88-96656-09-9)

fiume pagano_coverOgni capitolo un ponte di Roma (Sublicio, Nenni, Sant’Angelo, Sisto e così via) e per incipit un brumoso febbraio, nell’ora peggiore di una gelida notte che cela misteri e puzza di neopaganesimo. Dal Tevere affiorano alcuni cadaveri, accomunati dal fatto di avere indosso una tunica bianca e alcune lettere sul petto, marchiate a fuoco. Suicidi? Forse no: sono stati drogati di assenzio. Unico testimone della loro morte è Venanzio, un solitario clochard che tenta di mettere in guardia il popolo dei diseredati dalle trame oscure di una donna velata che li accompagna al sacrificio, fino al tuffo nel fiume sacro. (continua…)

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La nostalgia di Tahar Ben Jelloun, metafora dell’umano errare ,“illumina un sogno di farfalle”

di Patrizia Garofalo. 1 settembre 2010

Sempre in un continuo crescendo nell’intera silloge “una luce balena” e il poeta diventa cantore della persistenza della nostalgia. Essa avvolge immagini, ricordi, paesaggi, oggetti e interiori-interni, nella colorazione sfuocata, inafferrabile e dolorosamente ricorrente dell’alba e del tramonto che trascolora la ricerca di un’appartenenza. Il perdersi in un deserto, lentamente si configura come ricerca umana di identità, vita e morte, spaesamento e “fuggenza” dal reale. La poesia di Jelloun si svela insieme al respiro del vento che soffia sui ricordi, insabbia il dolore per poi rimandare al cuore, specchi di sé che riflettono e sconquassano alberi e mare. “Nelle notti d’esilio/ dal paese amato soffia un vento così forte/ da far crollare gli alberi di nostalgia/ e depositare le sabbie del Sud sui tuoi occhi chiusi./”. “Quando lo specchio, stanco di riflettere,/ cesserà di restituire immagini,/ quando il tempo, liberato dalle nostre urgenze,/ fermerà il suo andare,/ quando il colore, tradendo i sensi,/ si mescolerà alla grisaglia dei nostri mattini/ solo il gabbiano andrà/ a posarsi ancora sulle creste di schiuma/”.
Il conosciuto impegno sociale dell’autore è imbevuto d’anima e, intrisa di lacrime di pietra, si coglie la lotta contro una società che fa di alcuni “una lista delle merci” e dei loro sogni “oggetti smarriti”; Ben Jelloun illumina di “parole nude” ogni verso dentro il quale incide fino a sanguinare un’identità che si srotola come radice aerea; offre appoggio ma non permanenza.
Il lavoro illumina almeno tre possibili spartiti in altrettante scenografie di vita; “ci alziamo nell’immensità del segreto”, la silloge si apre con la luce della parola sulla voce–silente del camposanto “dove i nostri antenati si ostinano a morire”, voce che suona il ritorno del tempo contro un apparente non-sense del vivere al quale la memoria restituisce storia, parola e “schiara” le tenebre che lo offuscano; il deserto, metafora di vita, solitudine, esilio e ricerca: “Il deserto è in primo luogo un’immagine, una dimora/ interiore. Vi si scende imboccando la scala/ del ricordo e la rampa della malattia./ e ancora il deserto è un segreto circondato da un segreto/ più grande nascosto nello spazio inarrivabile che/ nessun agrimensore potrà mai definire/ e un interno quasi onirico/”; infine una lirica che con cadenzata ritmicità sembra fungere da nenia cullata per un’infanzia smarrita nel seno di una madre il cui volto – recita il poeta – è “una terra molto irrigata”. In un interno si chiude il testo e racconta sogni e fantasie solitarie e “commosse” davanti a “doppi” muri. È Parigi forse, ma anche voce d’Oriente “una voce d’Oriente abita il silenzio”, che accarezza “il ricordo di vestigia commosse”. Non credo che i tre momenti, sostanziali nella silloge siano voluti, colgo piuttosto in essi l’andamento musicale della nostalgia che si rifugia infine nel sogno ad occhi aperti nella stanza che accoglie il poeta per aiutarlo forse a superare con il richiamo al fantastico e alla leggenda, il viaggio del nomade “anche a se stesso”. “il grande libro ha aperto le porte al mare e/ alle leggende di Tetouan/ bianca colomba con un occhio di vetro”; “un pesce d’argento/ ha mangiato la polvere/ poi si è sistemato su una mensola/ tra due manoscritti/”.

Tahar Ben Jelloun
Doppio esilio
collezione “Selected poems”
Edizioni del Leone, Spinea (VE) 2009
pp. 104
€ 10,00

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Vincenzo Pardini: “Banda randagia”, Fandango, 2010

di Bartolomeo Di Monaco. 31 agosto 2010

Vincenzo Pardini

Donata era bella quanto misteriosa. La sua solitudine ne accentuava il fascino.” Donata è la protagonista del primo dei nove racconti, “La moglie del serpente”, che formano la raccolta. Nata già un po’ ritrosa, un tentativo di violenza subito da un compagno la segna ancora di più nel carattere. Dubiterà degli uomini. Non le andrà mai di parlare con altri della sua vita intima. “Essere aggredita, stuprata era un timore da cui non riusciva a liberarsi.

La sua natura e la terribile esperienza accentueranno in lei alcune perversioni latenti. Facilitata in ciò dalla sua bellezza, si troverà a vivere esperienze di forte morbosità. Non si sottrarrà nemmeno al desiderio di uccidere. Un serpente boa acquistato in un negozio cinese, da cui si sente attratta, la renderà protagonista di una insolita storia d’amore.

La scrittura di Pardini è veloce, fatta di frasi stentoree. Il sesso vi compare come elemento dominante della vita, al quale nessuno può sottrarsi, e che riesce a far esplodere le più nascoste e inquiete verità su noi stessi.

Anche Eldo, il protagonista di “Banda randagia”, è un tipo introverso, come Donata. Appartato, silenzioso, non ama intrattenersi con i compagni. Troverà una pistola e sarà spinto dal desiderio di uccidere. (continua…)

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La guerra lontano dalla guerra. L’Emilia Romagna, una regione ospedale

di Andrea Scartabellati. 29 agosto 2010

Per quanto ogni anno la bibliografia si arricchisca di numerosi titoli, l’evento Grande guerra resta ancora, e per taluni aspetti tematici ed interpretativi non secondari [1], un discorso ampiamente aperto.
Aperto in più direzioni. Una delle quali è certamente quella battuta dal gruppo di ricerca alla cui penna si deve l’interessante Una regione ospedale. Medicina e sanità in Emilia-Romagna durante la Prima Guerra Mondiale (Clueb, Bologna 2010), pubblicazione già segnalata ai lettori di Paginatre.it nelle scorse settimane: http://www.paginatre.it/online/2010/08/05/2442/

(continua…)

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L’ “Urlo di Munch” nella parola disvelante di Alessandro Rivali

di Patrizia Garofalo. 15 agosto 2010

«“C’è una rete che imbriglia/ quello che non si vede/…”. Forse Rivali scrive di questa tela e ha compreso il compito vero ed arduo del poeta: fare visibile l’invisibile senza lacerare la tela che lo imbriglia, svelare. E il compito dello svelamento non è indolore. Il sangue versato è anche il suo». (Roberto Mussapi, dalla recensione su “La riviera del sangue“). (continua…)

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Curzio Malaparte: “Mamma marcia”, 1959

di Bartolomeo Di Monaco. 14 agosto 2010

Curzio Malaparte

Tra onirismo ed espressionismo si apre questo romanzo – confessione, uscito postumo, a cura di Enrico Falqui, due anni dopo la morte dell’autore (al secolo Kurt Erich Suckert – Prato, 9 giugno 1898 – Roma, 19 luglio 1957).

La confessione consiste nel ripercorrere la sua vita con le gioie e le delusioni che l’hanno contraddistinta. La madre sta morendo, il figlio è accorso al suo capezzale. La madre sa che è la prima volta che il figlio si apre a qualcuno ed è felice che lo faccia con lei. Qualche volta si appisola penetrata a poco a poco dalla morte, ma l’autore non si arresta, non fa pause. Davanti a quella morte avverte la necessità di fare il bilancio anche della sua vita. Troveremo scritto più avanti che un uomo comincia a morire soltanto quando muore sua madre.

Il titolo viene da questa frase: “L’Europa è ormai una mamma marcia”.
È l’Europa del dopo guerra, percorsa dalle oniriche farfalle nere e dalle formiche rosse che divorano i cadaveri. L’Europa dove sottoterra stanno le donne morte incinte che generano figli: “basta il peso del nostro passo sulle macerie dell’Europa, per far uscire dall’utero di questi cadaveri incinti i feti della gioventù.(continua…)

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Vademecum per uomini liberi: “Fahrenheit 451″

di Michele Nigra. 30 luglio 2010

Ray Bradbury, “Fahrenheit 451” – Mondadori, Oscar classici moderni, 2005

Fahrenheit 451, Mondadori

Mondadori, 2005

Guy Montag, il protagonista di Fahrenheit 451, è un figlio d’arte. Esercita la stessa professione del nonno e del padre, in una cupa America asfissiata da un maccartismo all’ennesima potenza. La prima edizione del romanzo di Bradbury vide la luce nel 1953, quando il clima di sospetto e persecuzione instaurato dal senatore repubblicano Joseph McCarthy volgeva al termine. La storia architettata da Bradbury è figlia del suo tempo, fu concepita in un’epoca che, secondo le parole di Eleanor Roosevelt, “è stata una vera e propria ondata di fascismo, la più violenta e dannosa che questo paese abbia mai avuto”.

Guy Montag, come dicevamo, è un figlio d’arte, ma il suo lavoro non incarna i valori positivi di una qualunque disciplina che nobiliti il genere umano. Non è uno scrittore, non dipinge, non fa emergere forme dal marmo né compone musica. Insieme ai suoi colleghi percorre la città nottetempo a bordo di un veicolo arancione. Tutti calzano “neri elmetti color coleottero”. Nel buio squarciato dalla loro sirena si dirigono veloci verso le case dei sovversivi. Corrono attraverso giardini, sfondano porte, salgono scale a perdifiato. Quando scoprono dei libri formano delle cataste e, schiacciando il pulsante dei tubi lanciafiamme, li inondano di cherosene ardente. In un mondo normale, Guy Montag e i suoi compagni sarebbero i vigili del fuoco ma qui, in questo grottesco mondo liberticida, sono chiamati gli incendiari. Montag, con malcelato orgoglio, dice che il suo “è un bel lavoro. Il lunedì bruciare i luminari della poesia, il mercoledì Melville, il venerdì Whitman, ridurli in cenere e poi bruciare la cenere. È il nostro motto ufficiale.”  (continua…)

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