Sulle tracce del sogno dell’uomo. Intervista a Maria Roberta Cappellini

di Paolo Calabrò. 10 febbraio 2012

(voce di Luca Grandelis)

Maria Roberta Cappellini (www.mariarobertacappellini.it/) è pubblicista, saggista, studiosa di estetica e di filosofia interculturale e Presidente del Centro Interculturale dedicato a Raimon Panikkar (www.cirpit.org). L’abbiamo intervistata a proposito del suo ultimo libro incentrato sul pensiero di Raimon Panikkar: Sulle tracce del sogno dell’uomo (ed. Mimesis, 2010).

Un libro dedicato al sogno dell’uomo. Qual è questo sogno, espresso fin dal titolo?
È il sogno dell’uomo attraverso il tempo e attraverso le tracce lasciate nelle varie tradizioni scritte e orali. Il discorso sarebbe lungo e complesso ma in linea di massima attenendomi alla presentazione dei Veda fatta da Panikkar posso far riferimento alla metafora dei tre stati dell’essere, dei tre mondi: l’al di qua (lo stato di veglia), l’al di là (lo stato di sonno) e lo stato intermedio (sogno). Quest’ultimo potremmo dire “vede” entrambe le sponde: sognando quindi si inizia a superare la differenza spazio-temporale e ad attingere al mondo delle immagini, chiamato dalle tradizioni Mundus Imaginalis, mentre dalla psicologia Immaginario collettivo, due concezioni come spiego nel mio libro molto diverse, financo agli antipodi. Il primo è relativo ad uno stato sottile riguardante il mito, il rito, il simbolo, le forme di meditazione, di contemplazione, di preghiera, iniziazione, profezia ecc., ossia le (continua…)

Passaggio d’epoca. Intervista a Pietro Barcellona

di Paolo Calabrò. 1 febbraio 2012

(voce di Luca Grandelis)

Pietro Barcellona, già membro del Consiglio superiore della magistratura e deputato alla Camera, è professore emerito di Filosofia del diritto presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Catania. Tra le sue ultime pubblicazioni ricordiamo: Elogio del discorso inutile (Dedalo, 2010); Incontro con Gesù (Marietti, 2010); Viaggio nel Bel Paese. Tra nostalgia e speranza (Città aperta, 2010); (con F. Ventorino), L’ineludibile questione di Dio (Marietti, 2010); L’oracolo di Delfi e l’isola delle capre (Marietti, 2009); Il furto dell’anima. La narrazione post-umana (Dedalo, 2008). Il suo ultimo volume è Passaggio d’epoca. L’Italia al tempo della crisi (ed. Marietti, 2011), nel quale il professore ritrae il Bel Paese come una canna esposta ai venti della globalizzazione finanziaria, della tecnoscienza priva di limiti, di un marketing sociale che non solo diseduca i giovani ma li manipola. L’abbiamo intervistato.

Ha scritto che l’Italia è diventata “un Paese gelatinoso a causa del deficit di politica”. Che vuol dire?
Voglio dire che assistiamo a uno spappolamento, a una frantumazione ormai incontrollabile della società (è difficile oggi trovare qualcuno che non sia nevrotico o schizofrenico). La società è tenuta insieme da un collante troppo debole; quando dico “gelatinosa” mi riferisco al fatto che l’Italia si riunisce più intorno al Festival di Sanremo che a un ideale comune relativo alla propria cultura, alla propria identità, al proprio ruolo nel mondo. Frantumazione che vediamo oggi con grande evidenza: ci sono rivolte dappertutto, pezzi di società che si combattono tra di loro; verrebbe da parlare di assenza totale di società. Come la gelatina si scioglie al primo caldo, così questo Paese sembra sempre sul punto di sciogliersi in mille rivoli. (continua…)

La nebbia negli occhi. Intervista a Rita Montanari

di Matteo Bianchi. 7 gennaio 2012

(voce di Luca Grandelis)

Da una rosa può venir fuori un drago.
R.M.

Rita Montanari. Foto di Nicola Nagliati

Durante la presentazione presso la Sala Agnellidella Biblioteca Comunale Ariostea della sua ultima raccolta in versi, Le piume del tempo (Este Edition, 2011), la scrittrice Rita Montanari ha rievocato ai presenti in che modo il tragitto compiuto per anni tutte le mattine mentre si recava al Liceo scientifico di Codigoro, abbia influenzato il suo lirismo.

Alla guida dell’auto che attraversava la strada fiancheggiata dai platani, in mezzo alla nebbiosa campagna, vacua e colma al tempo stesso di ricordi e aspettative. Proiezioni velate in cui abbandonarsi, o ricaricarsi prima di affrontare la routine quotidiana. Uno spazio atemporale per sé, per il proprio io interiore. La nebbia e il non-tempo di Ferrara che hanno scosso le vene e la penna di altri autori di queste terre, dal celebre Roberto Pazzi, al più giovane e acuto Matteo Pazzi, entrambi visionari, ma ben aggrappati al rosso dei cotti delle mura cittadine. Un tono umanista chela Montanari ha trattato anche nelle prose giovanili.

Che cos’è la nebbia che tanto insegue e ritorna nella poetica degli artisti di pianura e come l’accoglie Ferrara? (continua…)

Consoft Sistemi: innovazione… nella parità

di Luca Grandelis. 29 novembre 2011

(voce di Luca Grandelis)

Oggi vi voglio parlare di un esempio di innovazione sui generis, in special modo perché coinvolge una azienda che di mestiere fa innovazione “classica”. Si tratta del Gruppo Consoft, un insieme di aziende di informatica e domotica che oltre alla crescita continua di fatturato e dimensioni, ha alle spalle 25 anni di avanguardia nella cultura sociale; una vera “innovazione culturale in ambito tecnologico”, considerando che si parla di un gruppo interamente italiano!
Niente di meglio – per capire di cosa si tratta – che sentire le parole del Direttore Generale della Consoft Sistemi: Cristina Bonino.

D: Direttore, lei è al vertice di un gruppo che da tempo si può definire “Grande Azienda”. Il timone è suo – in questo ruolo o in ruoli analoghi – dalla nascita dell’azienda. Un’azienda che ha superato egregiamente sino ad oggi le innumerevoli crisi di mercato (globale o specifico del settore), incrementando il proprio fatturato ed affermandosi sempre più nell’ambito specifico dell’ICT. Questo lo sappiamo tutti. L’obiettivo dell’intervista però è un altro, che conosciamo io e lei, ma che vorrei i lettori scoprissero pian piano. Rimaniamo quindi un po’ sul vago… inizi col dirmi qualcosa della sua azienda.

R: E’ un po’ difficile per me fare la misteriosa, ma potrei iniziare dicendole che ogni azienda ha delle peculiarità che la caratterizzano , che la identificano, che in qualche modo rappresentano il DNA aziendale, l’anima aziendale; rimangono sempre nell’azienda anche quando questa cresce, cambia, evolve. Loro rimangono, più o meno visibili, e sono lo strato duro ed immutabile.

D: Quindi quali sono le peculiarità della Consoft Sistemi?

R: Una è quella tecnologica, siamo nati come azienda tecnologicamente all’avanguardia e continuiamo ad essere così; siamo sempre affascinati dagli aspetti innovativi, investiamo per essere sempre sull’innovazione, non ci piace “stare fermi”. (continua…)

Blanchard close. Un nuovo libro di Matteo Chiavarone

di Paolo Calabrò. 29 settembre 2011

(voce di Luca Grandelis)

Matteo Chiavarone (www.matteochiavarone.com) è nato e vive a Roma. Scrittore prolifico, cofondatore di Flanerì (www.flaneri.com), ha collaborato con diverse realtà editoriali (ha curato tra le altre cose la collana Lab City Lights per il marchio Perrone Lab). L’abbiamo intervistato a proposito del suo ultimo libro di poesie, Blanchard Close (ed. G. Perrone, 2011).

Blanchard Close: è il nome di una strada londinese a dare il titolo al suo libro. Ma è poi davvero solo una via residenziale della zona di Bromley? Quali prospettive schiudono queste due parole?
Blanchard Close è una piccola via di un quartiere, Bromley, che uno delle tante zone residenziali dell’Hinterland londinese. Si tratta di un microcosmo a sé, lontano dalle luci della città e dal turismo ma capace di rappresentare una geografia autonoma, come una esemplificazione della globalizzazione che spinge da un lato modi di fare americani e dall’altro persone da ogni parte di mondo. I substrati precedenti scompaiono con il nuovo che avanza… Quella via è una strada chiusa, quelle che da noi si chiamerebbero “senza uscita”. Quando mi è capitato di soggiornarci mi ha dato questo senso di chiusura, di fine di un’epoca. Che nel caso particolare diventa politica, sociale e persino sentimentale (lì simbolicamente si consumò una mia importante relazione). Non ci sono prospettive in quelle due parole ma lontano da esse: dobbiamo girarci dall’altra parte e intraprendere un nuovo percorso umano, un percorso da affrontare collettivamente senza paure del diverso e del futuro. (continua…)

Da Platone a “Lost”. Un colloquio sulla “pop filosofia” con Simone Regazzoni

di Matteo Veronesi. 27 settembre 2011

(voce di Luca Grandelis)

Pop filosofia, a cura di Simone Regazzoni, il nuovo melangolo, Genova 2010.
Prologo di Simone Regazzoni e saggi di Jadel Andreetto, Simone Regazzoni, Girolamo De Michele, Francesco Vitale, Peter Szendy, Lorenzo Fabbri, Tommaso Ariemma, Giulio Itzcovich, Laura Odello, Francesca R. Recchia Luciani.

D. La novità, è stato detto, è tale solo nella misura in cui è in relazione all’esistenza di una grandezza passata. E l’asserto potrebbe valere per ogni avanguardia che non si esaurisca nel gesto arbitrario e provocatorio. Forse, vale anche per una avanguardia filosofica come la pop filosofia, che opera un trattamento della novità trasvalutando le tradizionali categorie del pensiero attraverso l’istituzione di un pensiero che si realizzi per contaminazione. Che la pop filosofia che lei pratica non prescinda dai maestri del passato è evidente, sebbene l’obiettivo non fosse quello di legittimarsi o di delegare una reggenza ad altro ma di incrociarsi con la popular culture, ambito che, come lei afferma, è divenuto indispensabile per una filosofia che non sia solo autoreferenziale. L’innovazione allora sta nella maniera di assumere la tradizione filosofica, nel farla interagire con le cose con le quali la cultura di massa quotidianamente si confronta. Che stima ha lei del senso comune, come si figura il lettore non specialista alle prese con i suoi libri, di non facilissima lettura? Se, come lei stesso scrive, la pop filosofia è crossover in senso lato, dunque anche per il fatto che essa giunga “a un pubblico che di norma non legge filosofia”? (continua…)

Tra metafisica e storia. Intervista a Stefano Santasilia

di Paolo Calabrò. 10 giugno 2011
Santasilia, Tra metafisica e storia

Santasilia, Tra metafisica e storia

Stefano Santasilia si è laureato in filosofia presso l’Università degli Studi di Napoli “Federico II”. Successivamente ha conseguito la Licenza in Filosofia e Mistica presso l’Ateneo Sant’Anselmo in Urbe e il dottorato in “Culture dei Paesi di Lingue Iberiche e Iberoamericane” presso l’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”. I suoi interessi di ricerca vertono sull’antropologia filosofica, sulla filosofia spagnola e ispanoamericana, e sulla filosofia della religione. Autore di saggi su alcuni esponenti del pensiero ispanico e francese, ha curato, insieme a Giuseppe Cacciatore e Pio Colonnello, il volume Ermeneutica tra Europa e America Latina (Armando, Roma 2008). Ha trascorso periodi di studio presso la Universidad Autónoma de Madrid, la Universidad Intercontinental de México e la Universidad Nacional Autónoma de México. Ha partecipato a numerosi congressi in Italia, Spagna e Messico. Ha tenuto cicli di lezioni e seminari nelle Università di Città del Messico e di Morelia. Attualmente collabora con la cattedra di Filosofia Teoretica presso il Dipartimento di Filosofia dell’Università della Calabria. Lo abbuiamo intervistato a proposito del suo ultimo libro, Tra metafisica e storia. L’idea dell’uomo in Eduardo Nicol (ed. Le Càriti, 2010).

Prof. Santasilia, la sua formazione inizia dalla mistica: si è laureato in filosofia con una tesi sulla mistica in Thomas Merton, perfezionando gli studi al Sant’Anselmo di Roma, conseguendo anche la licenza in Filosofia e Mistica con una tesi sull’influenza di Meister Eckhart nella fenomenologia di Michel Henry. Come nasce successivamente il Suo interesse per la filosofía hispánica?

Per rispondere in maniera esaustiva e diretta al suo quesito, credo sia necessario riprendere una distinzione, nonché questione, fondamentale riguardante appunto la definizione filosofía hispánica. Se con essa intendiamo individuare solo una distinzione di carattere storiografico, ossia ci rivolgiamo ad autori di origine spagnola o latinoamericana, allora posso con certezza risponderle che tale interesse è sorto proprio a partire dai miei studi sulla mistica: lavorando su Thomas Merton e sulla lettura che questi effettua delle opere di San Giovanni della Croce e Teresa d’Avila, il mio interesse si è progressivamente spostato su alcuni autori del siglo de oro e, infine, sul pensiero spagnolo in generale. Di qui, lavorando su alcune ricognizioni storiografiche, nello specifico le opere di José Luis Abellán, ho rivolto la mia attenzione ad alcuni autori dell’esilio, tra cui appunto Eduardo Nicol. Il filo rosso che lega tali tappe nel mio itinerario di ricerca è sicuramente individuabile nelle questioni della “fondazione della soggettività” e del “limite”. Se, invece, si vuole intendere filosofía hispánica come una maniera peculiare di pensare, differente da altre “filosofie nazionali o regionali”, allora non posso che rimandare al giudizio che lo stesso Eduardo Nicol dà rispetto a tali considerazioni, ossia che non siamo più nel campo della filosofia, bensì dell’ideologia; utile, magari da un punto di vista politico o storiografico, ma completamente fuorviante dal punto di vista filosofico. (continua…)

Il sapere affettivo. Intervista a Pietro Barcellona

di Paolo Calabrò. 5 giugno 2011
P. Barcellona, Il sapere affettivo

P. Barcellona, Il sapere affettivo

Pietro Barcellona, già membro del Consiglio superiore della magistratura e deputato alla Camera, è professore emerito di Filosofia del diritto presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Catania. Tra le sue ultime pubblicazioni ricordiamo: Elogio del discorso inutile (Dedalo, 2010); Incontro con Gesù (Marietti, 2010); Viaggio nel Bel Paese. Tra nostalgia e speranza (Città aperta, 2010); (con F. Ventorino), L’ineludibile questione di Dio (Marietti, 2010); L’oracolo di Delfi e l’isola delle capre (Marietti, 2009); Il furto dell’anima. La narrazione post-umana (Dedalo, 2008). L’abbiamo intervistato a proposito del suo ultimo libro, Il sapere affettivo, edito da Diabasis nella collana Asteroidi (2011).

Il “sapere affettivo”: una nuova forma di sapere, o la riscoperta di qualcosa d’antico?
Come l’inconscio esisteva anche prima che Freud ne parlasse, ma in un certo senso è merito suo l’averlo fatto apparire, denominando qualcosa che non aveva ancora avuto un nome (pur essendo visibile in alcune sue manifestazioni), similmente il sapere è sempre stato affettivo, ma oggi emerge l’urgenza di riscoprirne il valore in contrapposizione alla conoscenza asettica, neutrale, oggettivante e disumanizzante dei saperi contemporanei. Si pensa tipicamente all’affetto come a uno strumento di conoscenza e non come a un oggetto di sapere; il sapere affettivo non è un sapere sugli affetti, ma un sapere che si produce attraverso l’affetto e ha dunque un valore epistemologico. È possibile conoscere attraverso l’amore, in un modo diverso da come si conosce attraverso la ragione. (continua…)

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