Intervista (col morto) a Valerio Evangelistidi Chiara Bertazzoni. 19 settembre 2007
Bologna, primavera 2005 — Se attraversi Piazza Maggiore in diagonale non ti laurei — mi disse una volta un amico di nome Pepè. E io me ne sbatto alla grande. Faccio avanti e indietro, in diagonale, tutto il rettangolo della piazza. Tanto mi sono già laureato, tie’ — penso — proprio mentre un piccione mi caca dritto dritto in testa. Me lo poteva dire, Pepè, che la passeggiata obliqua portava comunque sfiga. Mi passo una mano sulla chioma, metà sterco si spande a mo’ di gel, l’altra metà mi resta incollata sul palmo. Valerio propone di fare una passeggiata. Non è che sia proprio una grandissima idea, in una assolata mattina di tarda primavera. Ma tant’è, meglio mettere l’intervistato a suo agio. Mentre camminiamo, lo scrittore bolognese parla senza interruzione, roba da poterci trarre quattro interviste, ma io non lo ascolto.
L’affinità psicologica riguarda due soli dei miei personaggi: Eymerich e Pantera. Non esiste proprio, invece, con altri protagonisti delle mie storie, come Nostradamus ed Eddie Florio. Per spiegarmi meglio, esistono tratti asociali della mia personalità, associati ad altri. Li ho riversati in Eymerich quasi allo stato puro, mentre in Pantera li ho uniti a connotati diversi anch’essi presenti in me. Così Pantera, per quanto solitario e aggressivo sia, ha nozioni precise dei limiti fra giusto e ingiusto, mentre in Eymerich questa percezione è molto confusa. Senza contare che Pantera non cerca di imporre la propria visione del mondo, Eymerich sì. Finisco di appuntarmi la risposta. Scolo il resto della birra, ne ordino un’altra. Sfumacchio allegro la sigaretta artigianale. Valerio infila una MS nel bocchino, l’accende e mi guarda come per dire — e poi? Tutta qua l’intervista? Adesso, queste parole erano riferite ad Antracite, il tuo romanzo precedente. La genesi di Noi saremo tutto è dovuta a questo tuo interesse o c’è dell’altro? Voglio dire, c’è stato uno spunto, un’idea, una volontà oltre il semplice interesse, che ti ha spinto a confrontarti con le lotte sindacali, il gangsterismo e il maccartismo? Non so, forse chiari parallelismi tra quell’epoca e il nostro presente? Di parallelismi ne vedo diversi, ma il principale è quello economico. I portuali di cui tratto erano lavoratori precari, problema che il sindacalismo americano ha dovuto affrontare fin dalle origini. Inutile sottolineare quanto il lavoro precario sia oggi generalizzato nella nostra società, e magari spacciato come fenomeno positivo, sotto il nome di “flessibilità”. Non è stata solo questa, però, l’idea ispiratrice di Noi saremo tutto. Intendevo continuare l’antistoria d’America cominciata con Black Flag e proseguita con Antracite. Qualcuno potrebbe accusarti di anti-americanismo… Perché? Detesto il governo Berlusconi, ma non per questo sono anti-italiano… Nei miei romanzi “americani” esistono anche personaggi positivi. Non è positivo chi li governa, però questo può valere per molti Paesi. Continua la passeggiata. Bologna è una città affascinante, lo ammetto. Una città dove non ti senti oppresso dalla sua Storia — vedi Firenze e Roma — un qualcosa che non è esattamente né provincia né grande centro. Una città tranquilla, si direbbe, ma che ha anche il suo lato oscuro. E le sue ferite aperte. Valerio, di tutti gli scrittori bolognesi, sembreresti quello meno influenzato dall’aria che si respira dentro le mura felsinee. Eppure, ho come l’impressione che non sia così. Mi sbaglio? Con la mia città ho un rapporto controverso. Da un lato vi vivo senza identificarmi pienamente in essa, e soprattutto con ciò che viene chiamato “bolognesità”. Un certo atteggiamento cordiale e bonario, di cui tanti bolognesi si autocompiacciono, nasconde in realtà grettezza e chiusura. Per esempio, ancora oggi gli studenti universitari che arrivano da tutta Italia, e che costituiscono quasi un quinto dei residenti, sono percepiti come un corpo estraneo e vessati in varie maniere. Invece sono proprio loro, ai miei occhi, la componente intellettualmente più attiva. Bologna, in quanto a scrittura, è una città molto attiva. Cosa pensi del folto gruppetto di tuoi colleghi concittadini? Tutto il bene possibile, ma li frequento poco, e molti non li conosco nemmeno. Non si deve pensare a un mio atteggiamento snob. Bisogna invece considerare che i miei rapporti professionali gravitano soprattutto su Milano e Roma, più qualche capitale estera, e che quando sono a Bologna passo quasi tutto il tempo a scrivere. Quando rompo il mio isolamento, frequento soprattutto vecchi amici che fanno tutt’altro tipo di lavoro. Ciò non impedisce che mi trovi molto bene in compagnia di colleghi come Loriano Macchiavelli, i Wu Ming, Marcello Fois, Carlo Lucarelli, Stefano Benni, Sandro Toni ecc. Ci vediamo però molto di rado e di solito altrove, in occasione di qualche festival. Montagnola. Nella postfazione dell’edizione Einaudi di Un mucchio di cadaveri, a proposito della militanza politica di Manchette, hai scritto: “Il noir, se vuole essere interprete dei tempi, come è nella sua vocazione, deve farsi verismo e contenere elementi di critica sociale mai spiattellati eppure percepibli”. Anche se credo che te lo avranno chiesto in molti: ti senti uno scrittore “impegnato”? E se sì, in che modo? “Impegnato” è una parola, per l’appunto, “impegnativa”. Preferisco non usarla. Di sicuro ho una mia visione del mondo, e lascio che trapeli in ciò che scrivo, con vari gradi di esplicitazione a seconda del tema. E anche delle sedi: negli articoli espongo senza remore ciò che nei romanzi sfumo. Si potrebbe pensare a una mia ipocrisia; in realtà, è perché detesto comizi e comizianti, specie in sede letteraria. Credo che anche Manchette la vedesse così. Manchette era un gran tessitore di parole. Quanta attenzione dedichi alla forma narrativa dei tuoi romanzi piuttosto che al contenuto? Il mio obiettivo è il massimo di chiarezza, accompagnato alla visualità delle scene. Ricerco insomma l’efficacia, ed è a questa che dedico la maggiore attenzione, così come al coinvolgimento emotivo dei lettori, attraverso artifici di cui non si deve accorgere. Non so se tutto ciò dia corpo a uno stile, e non mi interessa. Lo scopo di Manchette era diverso: puntava a un’assoluta purezza della lingua, sfrondata di aggettivi e avverbi inutili fino a divenire cristallina, totalmente priva di ovvietà. Un intento che ammiro, senza tuttavia che l’ammirazione mi induca a imitarlo. Oltre al sopracitato maestro francese, chi sono gli altri scrittori, sponda noir, che ti ispirano? Molti e nessuno. Nemmeno Manchette, a onor del vero, è un mio “ispiratore”. Tra coloro che ho letto e leggo con particolare attenzione, metterei al primo posto Dashiell Hammett (da notare che, come tutti gli “hammettiani” di provata fede, sono un “anti-chandleriano”). Poi il grandissimo Derek Raymond. Quindi, in ordine sparso, Crumley, Izzo, Lansdale, Ellroy, certo Simenon (non tutto) ecc. Potrei citare decine di nomi. Ma leggere, per me, non vuol dire né imitare, né ricavare idee per le mie storie. D’un tratto si sentono delle urla acute, un suono che conosco benissimo, lo sgolamento da dieci ottave della bambina a cui ho pestato il piede poco fa. Proviene dalle panchine dietro alla nostra. Subito dopo, alla piccola solista spaccatimpani s’aggiunge la madre — oh dio! Un morto! Pepè, ventisette anni, operaio in una piccola ditta che si occupa di imballaggio di sanitari, eterno studente, più che mai, adesso che è morto. Viveva con la sua fidanzata storica, Irma, in un piccolo appartamento infrattato in una traversa di via Vittorio Veneto. *****
È triste pensarlo, ma basta poco per deviare una parte di opinione pubblica. E lo sa anche Eddie Florio, un personaggio che vive in una realtà di più di cinquanta anni addietro. Negli Stati Uniti le potenzialità del “quarto potere” furono esplorate molto prima che da noi, come se una democrazia cercasse affannosamente il modo di limitare se stessa, al di là dei metodi repressivi. Già prima degli anni Venti la stampa di proprietà di Randolph Hearst definiva Pancho Villa un “socialista” (parola usata come un insulto) e ne costruiva un ritratto mostruoso. Nei decenni successivi, le tecniche di condizionamento attraverso un’informazione manipolata o selettiva non hanno fatto che affinarsi. L’esempio più recente ha riguardato proprio uno scrittore di noir, Cesare Battisti. I nostri giornali ne hanno fornito un ritratto distante anni luce dalla realtà, e sono giunti a selezionare fotografie capaci di confortare l’ipotesi del mostro. — Visto l’argomento della discussione, devo dedurre che il tuo amico Pepè non fosse affatto un… sovversivo? — mi chiede Valerio, esitando su quell’ultima parola, quasi a metterla tra virgolette. Che rapporto hai con i tuoi lettori? Sei uno scrittore da torre d’avorio o accetti il confronto diretto con loro? Ho una mailing list in cui i miei lettori più accaniti si confrontano con me e tra loro, anche su temi lontanissimi dalla narrativa. Ogni anno si tiene, in una località d’Italia differente, un raduno di tre giorni a cui partecipo, fatto di giochi, chiacchierate, pranzi e bevute. Non vivo affatto in una torre d’avorio; piuttosto, cerco di disciplinare gli accessi, altrimenti non scriverei altro che e-mail. ***** Veniamo accolti da diverse montagnette di cessi imballati. Sullo sfondo, un piccolo capannone prefabbricato. Un paio di operai stanno scaricando un camion. Un cesso cade. Segue la bestemmia di uno, la risata dell’altro. Ci avviciniamo spacciandoci per parenti di Pepè. I crumiri si sono digievoluti come i Pokemon; adattati ai tempi moderni, diciamo. Una volta rimanevano sempre e comunque della gente disperata, che disertava le lotte sindacali a causa della fame, adesso sembra tendano al bastardo puro. Credi che la mia sia una generalizzazione grossolana? Tutto quanto tende al bastardo puro, di questi tempi. Sono enormemente aumentati cattiveria, cinismo e volgarità. Non so se ti ricordi, vista l’età, di Gino Bramieri e del “ragionier Carugati”. Allora era una macchietta. Adesso gente simile è al potere. In riferimento alla sgnacchera nerovestita scesa dal macchinone: sembrerebbe una vera dark lady da romanzo noir. In Noi saremo tutto, in pratica, una figura che non esiste. I tuoi personaggi femminili hanno uno spessore psicologico di gran lunga superiore a quello che ci si aspetterebbe da una ambientazione gangsteristica alla “bulli e pupe”. Quanto e come hanno contato i personaggi femminili, per esempio, nella costruzione del protagonista che risponde al nome di quel farabutto di Eddie Florio? Le donne sono per Florio incomprensibili quanto i sindacalisti e i comunisti, solo che può sottometterle e umiliarle a piacere, o almeno crede. Di fatto non ci riesce mai: gli sfuggono di continuo e non si piegano a lui. Alcune le spezza, altre aprono la strada alla sua rovina, dato che appartengono a un universo antitetico e lontano. Ho evitato con cura la figura della dark lady non solo perché si tratta di uno stereotipo, ma anche perché si accompagna all’immagine del gangster di alto livello. Eddie Florio ha una carriera che in qualche momento lo porta vicino ai vertici della malavita, però resta un delinquente mediocre, squallido e meschino. Improvvisamente mi accorgo che è arrivata la sera. ***** Come vuole la tradizione, quando mi trovo tra morti e interviste, celebro il rituale della sacra magnata in una trattoria, questa volta “Da Vito”, dalle parti della Cirenaica. Menù della serata: antipasto a base di crescentine e affettati, tortelli, tagliatelle al ragù e bollito, il tutto innaffiato da Lambrusco da combattimento. Valerio, una parola sul compianto Manolo Montalbán. Ne senti la mancanza? Confesso una mia lacuna: di Montalban ho letto solo un ricettario e alcuni articoli. Purtroppo non riesco a leggere tutto. Cosa ne pensi del binomio cibo/letteratura? I tuoi amati personaggi, questi adorabili “bastardi”, hanno dei piatti preferiti? No, non direi. Mangiano in fretta ciò che capita. Forse proprio per questo sono bastardi. Però tra i miei personaggi letterari preferiti figura Nero Wolfe, e dunque l’esistenza di un possibile nesso tra culinaria e narrativa lo intuisco bene. La serata continua tra ricordi manifesti e silenziosi. Un bicchiere dopo l’altro, lacrime non piante che ingoio assieme al Lambrusco. ***** Reduce da una nottata che, come la descriverebbe Andrea Camilleri, è stata “fitusa, ‘nfami, tutta un arramazzarsi, un votati e rivotati, un addurmisciti e un arrisbigliati, un susiti e un curcati”, i miei occhi, o meglio, le mie occhiaie, scorrono le colonne delle cronache cittadine: “Arrestato in tempi record il presunto assassino di Giuseppe “Pepè” Caruso, tale Manlio Nerozzi, trovato in possesso della pistola che, salvo smentite balistiche, con ogni probabilità ha ucciso il giovane operaio”. ***** Bologna, sullo sfondo, i Colli. I Colli bolognesi, quelli dove con una Vespa special truccata “ti senti in vacanza”. E che vacanza: villette coi controfiocchi, residenze per fatturati grassi e stipendi lardosi. Mi apposto per un po’ di minuti che non tardano a sommarsi e a diventare ore, ciucciando rhum e rollando sigarette. Quello che vedo: nulla, per un bel po’, fino al tramonto. ***** Il giorno dopo è un gran bordello: i media, gridano a gran voce che Manlio Nerozzi, trattenuto in custodia cautelare nel carcere di Bologna, è stato ucciso nel cortile da un altro detenuto. Cos’è, secondo te che ci rende così volubili, così fragili? I tuoi personaggi, penso a Eymerich e Florio, in un certo senso sono l’emblema della fragilità umana. Esiste in ogni essere umano una componente animale, ferina, domata a forza ma mai del tutto annullata. Da essa sembra scaturire la forza, ma ne scaturiscono anche fragilità e paura. Indagando a fondo sui miei personaggi più negativi, penso che si scoprirebbe che la loro aggressività nasce anche dal fatto di sentirsi perennemente minacciati. Reazioni animalesche, insomma. ***** Dunque: uno dei miei migliori amici si spupazzava la consorte del suo datore di lavoro, quest’ultimo lo scopre, magari sgamando una bella dedica su un libro. Decide di farlo fuori e dà disposizioni al suo lustrachiappe, che, per inciso, non ama il morituro. Pepè viene fatto secco. Il crumiro killer viene beccato e il datore di lavoro, Otello dei nostri tempi, fa eliminare in carcere quello che una volta era il suo scodinzolante cagnolino. Link e approfondimenti
Per acquistare il romanzo Noi saremo tutto presso la libreria online Webster, partner di Liber Liber: 1489 |
Nessun commento
Ancora nessun commento.
RSS feed dei commenti a questo articolo. TrackBack URI
Spiacenti, inserimento di commenti non consentito.